La Legge e lo Spirito

mercoledì 30 gennaio 2019

Le religiose ed i religiosi della diocesi hanno vissuto sabato 2 febbraio la Giornata della Vita Consacrata nella festa della Presentazione di Gesù al Tempio. (Candelora).
Quest’anno la celebrazione si è tenuta alle ore 11.30 presso l’Istituto Sacra Famiglia delle Suore Scolastiche Francescane di Cristo Re in via don Bosco a Gorizia in occasione del 150° anniversario della fondazione della Congregazione. Il rito è stato presieduto dal vescovo Carlo che ha pronunciato la seguente omelia. 

In alcune chiese e forse anche in qualche famiglia, c’è l’usanza di non disfare il presepe la sera dell’Epifania e neppure la domenica seguente, festa del battesimo di Gesù, ma di conservarlo fino alla ricorrenza odierna, la festa della presentazione al tempio di Gesù, una volta chiamata della purificazione di Maria o, più popolarmente, della candelora. E’ una bella usanza perché evidenzia lo stretto legame tra la celebrazione di oggi e il Natale, un legame che prolunga la gioia della nascita di Gesù, ma – non dobbiamo dimenticarlo – nella concretezza e nel chiaroscuro del Natale stesso. Il mistero di Betlemme presenta infatti l’intreccio tra l’accoglienza e il rifiuto di Gesù, tra la luce e le tenebre, tra la vita e la morte. Non per niente – un po’ paradossalmente – avevo invitato nel mio messaggio dello scorso Natale di non dimenticare di collocare nel presepio sullo sfondo anche il castello di Erode.

Anche la festa di oggi partecipa di questa contraddizione, di questa tensione ed è quindi possibile riprendere il brano di Vangelo che abbiamo appena ascoltato proprio evidenziando la presenza di una serie di elementi in contraddizione o almeno in tensione tra loro.

Una prima coppia è data all’inizio ed è costituita da due realtà: la Legge e lo Spirito. Per quattro volte si cita la Legge come per quattro volte si accenna allo Spirito. La Legge è quella mosaica che Maria e Giuseppe adempiono alla lettera portando il bambino al tempio dopo 40 giorni dalla nascita per riscattarlo in quanto primogenito. Un rito molto significativo che ricordava la liberazione dall’Egitto, con l’uccisione dei primogeniti degli Egiziani, e, insieme, il fatto che il primogenito di ogni famiglia del popolo eletto è appartenenza di Dio, è suo dono. La Legge, però, non può che prescrivere riti e comandamenti; lo Spirito, invece, va al di là dei comandamenti ed esprime la libertà di Dio e di chi aderisce alla sua volontà. Il vecchio Simeone è una persona guidata dallo Spirito e per questo va al tempio a incontrare i quei due giovani genitori con il loro bambino. Il Vangelo non dice che fosse un sacerdote: la tradizione successiva lo ha interpretato così, anche nei dipinti, forse per correggere in qualche modo inconsapevolmente il Vangelo e rendere Simeone esponente della Legge e del rito e non dello Spirito.

Una seconda duplicità è data dalla figura di Gesù come spiegata da Simeone. Quest’uomo, illuminato dallo Spirito, presenta il Bambino come gloria per il popolo eletto e luce per le genti, cioè per i pagani, come salvezza quindi per tutti, ma insieme anche come “segno di contraddizione”. Molti troveranno in Lui la caduta, altri la risurrezione: occorrerà decidersi davanti a Lui, se accoglierlo come salvatore o se rifiutarlo.

Una terza forte tensione è data nella persona stessa di Maria: una giovane mamma, ormai ristabilita dopo 40 giorni dal parto e piena di gioia per il suo bambino di poche settimane, a cui viene però detto «a te una spada trafiggerà l’anima», indicando l’oscuro e tremendo evento del Calvario.

Anche l’ultima figura presentata dal Vangelo ha in sé una tensione. Si tratta di Anna: vedova e profetessa. Vedova: quindi appartenente a una delle categorie più ai margini della società di allora (la Bibbia indica spesso come tali le vedove e gli orfani), perché priva di ogni aiuto e sostentamento. Ma insieme profetessa: cioè persona che non si è chiusa nella propria miseria e disperazione, ma ha dedicato tutta la sua vita a servire il Signore, ad ascoltare e interpretare la sua Parola e ad attendere la redenzione.

Aggiungo che anche le altre due letture della liturgia odierna si collocano sulla stessa linea della duplicità e si riferiscono a Gesù e al suo modo di essere salvatore. La prima lettura ce lo presenta come il Messia che viene a giudicare e purificare nella gloria del Signore degli eserciti. La seconda lettura – tratta dalla lettera agli Ebrei – descrive invece Gesù non come Messia glorioso, ma nella sua umanità sofferente, nel suo essere messo alla prova e per questo nostro Salvatore: «proprio per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, egli è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova».

Qual è il senso per noi di tutto ciò? Che cosa ci vuole rivelare la Parola di Dio?

Mi sembra che ci voglia dire che il mistero di Dio, il suo disegno di salvezza non è qualcosa di astratto e di perfetto, lontano dalle contraddizioni che caratterizzano il nostro mondo, ma è dentro la nostra realtà e ne assume tutte le luci e le ombre, nell’intreccio tra gioie e dolori, tra speranze e delusioni, generosità e pigrizie, vita e morte. Noi sperimentiamo tutto questo e non siamo soli, perché Gesù stesso lo ha sperimentato fino in fondo. Ciò significa che non dobbiamo fuggire dalla nostra realtà umana, ma trovare in essa il suo senso, giocando poi di conseguenza la nostra libertà. Dobbiamo scegliere quindi se essere donne e uomini dello Spirito o della Legge, della luce o delle tenebre, della disperazione o della speranza, della vita o della morte. Così come hanno scelto Maria, Simeone ed Anna e tante altre persone, uomini e donne, che in questi duemila anni di cristianesimo, senza fuggire dalla storia, senza pretendere di essere al di fuori e al di sopra delle contraddizioni che caratterizzano ogni persona, hanno scelto di seguire il Signore. Un seguire non in astratto, ma nella concretezza e nelle contraddizioni della storia, ma con il desiderio di essere almeno un riflesso della luce di Dio, un segno di speranza non solo a parole, ma con il servizio reale alle persone.

Così è stato, per esempio, con Madre Margareta Pucher, fondatrice delle Suore Scolastiche Francescane di Cristo Re, che 150 anni fa ha deciso di iniziare una nuova famiglia religiosa per essere segno evangelico di speranza in particolare per i bambini e le giovani, offrendo loro accoglienza, accompagnamento educativo e soprattutto amore. Lo ha fatto sapendo leggere, con l’aiuto dello Spirito, la realtà del suo tempo, con le sue luci ed ombre, consapevole dei bisogni più profondi delle persone, in particolare dei poveri, per raccontare con la concretezza della sua vita la tenerezza di Dio. Formuliamo i migliori auguri alle sue Figlie che hanno la grazia e il compito di prolungarne oggi il carisma.

Ma è giusto oggi anche augurare a tutte le consacrate – in particolare quelle che ricordano significativi anniversari della loro professione religiosa – e  a tutti i consacrati, di essere pienamente dentro il chiaroscuro della storia e delle vicende umane, ma con il dono di sapere che tutto trova senso nell’amore di Dio. Sapendo che a loro spetta il compito di testimoniarlo nella gioia. Auguri.

+ vescovo Carlo