Interpretare il momento che stiamo vivendo

mercoledì 29 agosto 2018

“Designarono quindi per loro in ogni Chiesa alcuni anziani e, dopo avere pregato e digiunato, li affidarono al Signore, nel quale avevano creduto” (Atti 14,23). Nell’itinerario di ritorno del loro primo viaggio missionario, gli apostoli Paolo e Barnaba ripassano in ogni città dove avevano annunciato il Vangelo e dove erano sorte le prime comunità cristiane e costituiscono per ogni Chiesa da poco nata dei responsabili (anziani/presbiteri). Fin dall’origine le comunità cristiane, nate dall’annuncio del Cristo morto e risorto da parte degli apostoli e dei primi cristiani, vengono dotate di pastori, di “anziani” che hanno il compito di guidarle sulle vie del Vangelo. Si tratta di pastori designati dall’apostolo, ma non come suoi rappresentanti o funzionari di una organizzazione, bensì come persone scelte in un contesto spirituale caratterizzato da un’intensa preghiera e dal digiuno, nella consapevolezza della presenza santificante dello Spirito e per questo affidati per il loro compito al Signore e non all’apostolo.

Lungo la bimillenaria storia della Chiesa diverse sono state le sue forme organizzative, ma esse sono sempre state originate dall’ascolto e accoglienza della Parola e in obbedienza allo Spirito. Due elementi le hanno caratterizzate pur nella diversità: la comunità e i pastori o responsabili di essa. Una comunità nata dal Vangelo e non da iniziativa umana e responsabili scelti non con criteri puramente funzionali – di efficienza, di competenza, di fedeltà all’apostolo/vescovo, ecc. – ma di fede in riferimento agli insegnamenti evangelici. Già nei primi tempi troviamo così le Chiese paoline, comunità riferite all’apostolo e guidate da suoi discepoli o da gruppi di presbiteri, e le Chiese giovannee dell’Apocalisse, comunità che vedono una diversa organizzazione incentrata su persone singole come responsabili. Poco tempo dopo Ignazio di Antiochia testimonierà nelle sue lettere indirizzate alle diverse Chiese, che incontra nel suo cammino verso il martirio a Roma, la struttura gerarchica a noi familiare: vescovo, presbiteri e diaconi.

Non è possibile seguire tutte le diverse forme con cui lungo i secoli si è strutturata la Chiesa fino ai giorni nostri. Basti ricordare, prima dell’organizzazione in parrocchie che ci è familiare, l’articolazione in pievi di cui ancora c’è traccia nella nostra regione e in molte altre parti di Italia. Anche le cause delle diverse modalità di articolazione della Chiesa sul territorio sono cambiate nel corso del tempo con l’intreccio di motivi più prettamente pastorali (il servizio capillare alla popolazione, la necessità di assicurare i sacramenti a tutti, ecc.) con altri legati al clero (la concezione teologica del presbiterato e dell’episcopato, il numero più o meno rilevante di preti, il bisogno di garantire ai sacerdoti un sostentamento sufficiente) e altri ancora di natura sociale o politica (la presenza della Chiesa funzionale o per lo meno legata al potere politico locale e/o all’organizzazione sociale del territorio). Anche in questo caso, per stare in tempi a noi vicini, ci si può limitare a citare il notevole aumento del numero delle parrocchie avvenuto in Italia a partire dagli anni ’30 del secolo scorso, dovuto certo all’aumento della popolazione con nuovi insediamenti nelle periferie delle città, ma anche al fatto che a ogni parrocchia era collegato il diritto al sostentamento del clero in tutto o in parte assicurato dallo Stato (la cosiddetta congrua). In ogni caso nei rivolgimenti della storia i due elementi: Chiesa e pastori non sono mai venuti meno.

Questi veloci accenni al cammino della Chiesa lungo i secoli ci permettono di cogliere e ben interpretare il momento che la nostra diocesi sta vivendo in queste settimane con un consistente avvicendamento di sacerdoti e la nascita di nuove unità pastorali. Si tratta effettivamente di un passaggio significativo per la nostra Chiesa e non privo di difficoltà anche se, sperabilmente, ricco di prospettive positive per il futuro. Per onestà occorre riconoscere che la scelta di strutturare la diocesi in unità pastorali dipende anzitutto dal calo numerico e dall’invecchiamento dei nostri sacerdoti. Purtroppo la nostra terra, per sé mai molto prodiga di vocazioni, ha visto in questi anni la quasi scomparsa di ordinazioni sacerdotali e di seminaristi. Qualche piccolo segno di speranza ora c’è, ma occorre perseverare nella preghiera al Signore perché ci conceda vocazioni al presbiterato, continuare in una coraggiosa pastorale vocazionale, proporre da parte dei sacerdoti la testimonianza di una vita non certo facile, ma ricca della gioia che viene dal Vangelo. Se ci fosse stato ancora un ampio numero di presbiteri, probabilmente non avremmo modificato il quadro tradizionale degli ultimi decenni, caratterizzato da una diocesi suddivisa in 90 parrocchie, alcune anche molto piccole, ma tutte con almeno un sacerdote. Quanto questo modo di essere Chiesa nel territorio fosse stato ancora utile oggi è tutto da vedere. In ogni caso non ci sono i sacerdoti sufficienti per questo e la questione è chiusa in partenza.

Di fatto il calo e l’invecchiamento dei sacerdoti ci ha spinti da tempo a riflettere sulle unità pastorali. Molti membri dei consigli pastorali, oltre ai sacerdoti, ricorderanno che alcuni fa abbiamo dedicato per un intero anno gli incontri di aggiornamento al tema delle unità pastorali, sia con testimonianze ed esperienze di diocesi vicine, sia con ampie e interessanti riflessioni di carattere teorico da diversi punti di vista: teologico, sociologico, psicologico. Del resto siamo in compagnia con molte altre diocesi, anche a noi vicine, che da un tempo più o meno lungo hanno scelto la strada delle unità pastorali con modalità (e anche terminologie) ed esiti diversi.

Si potrebbe quindi concludere che si sta facendo anche qui da noi di necessità virtù, muovendosi quando si è ancora in tempo (visto che c’è ancora un numero sufficienti di sacerdoti) a decidere e non a subire una situazione. Se però guardiamo alla nostra situazione, sempre con molto realismo, ma alla luce di una visione di fede, si può intuire che ciò che stiamo vivendo non è qualcosa che avviene per caso, ma ha in sé un disegno provvidenziale, che va compreso e accolto. Non può essere che l’appello che ci viene dallo Spirito, attraverso il calo dei sacerdoti e la palese insufficienza della struttura parrocchiale nei confronti delle attuali esigenze dell’evangelizzazione, sia quello di cambiare il modo di essere Chiesa sul territorio, di concepirsi come comunità cristiana, di intendere l’esercizio del ministero presbiterale e diaconale e la ministerialità dei laici?

Se l’etichetta “unità pastorale” nascondesse solo l’affidamento della responsabilità pastorale di più parrocchie a un solo parroco, senza modificare nient’altro, l’esito scontato sarebbe una grande frustrazione del sacerdote, costretto a correre con affanno da una parrocchia all’altra per garantire tutte le Messe di orario e un minimo di presenza in ogni comunità, e una altrettanto grande frustrazione delle comunità che si sentirebbero trascurate e in qualche modo tradite.

Tutto cambia – o almeno – può cambiare se le unità pastorali vengono intese non come una struttura decisa dall’alto che costringe più parrocchie a fare riferimento a un solo sacerdote, con tutti i disagi connessi, ma come un modo diverso di vivere la comunione nell’essere comunità cristiana, di attuare la testimonianza evangelica e la missione, di realizzare una diffusa ministerialità e corresponsabilità, di essere segno efficace del Vangelo nella società di oggi.

Ovviamente non è qualcosa che nasce automaticamente: la decisione di incominciare un’unità pastorale, ultimamente del vescovo (ma mai assunta solo da lui) e basata sulla concreta disponibilità dei sacerdoti e sull’accoglienza (a volte inevitabilmente faticosa…) delle comunità coinvolte, costituisce solo un inizio. Si tratta infatti di un progetto, di un compito affidato alle comunità e ai loro pastori, che esige tempo, impegno, pazienza, disponibilità, collaborazione. Qualcosa da accogliere non come una “disgrazia” o comunque una dura e ineluttabile necessità, ma come una preziosa opportunità, un gesto di fiducia, un’occasione di crescita nella linea del Vangelo.

In che cosa consisterebbe questa crescita e in che senso essa sarebbe più garantita dal modello dell’unità pastorale piuttosto che quello della singola parrocchia? Si può accennare brevemente a quattro elementi che devono caratterizzare la comunità cristiana: la comunione, la missione, la ministerialità, l’incidenza del Vangelo nella società.

Quanto alla comunione, l’unità pastorale può spingere le singole parrocchie a superare la tentazione del ripiegamento su di sé, dello “stare bene tra di noi” basato non su criteri evangelici ma sul mettere paletti tra i “nostri” e i ”foresti”. Già l’impegno di conoscere i fedeli delle altre comunità coinvolte nell’unità pastorale, il tentativo di collaborare insieme, il cercare di trovare modi per esprimere una comunione che nasce dall’ascolto della Parola e dall’Eucaristia, ecc. tutto questo può realmente aiutare a crescere nella comunione e a diventare – come invitava la lettera pastorale di alcuni anni fa – a essere una “Chiesa che ascolta e che accoglie”.

Anche la missione può trovare slancio dalla nascita dell’unità pastorale, sia per una maggiore disponibilità di persone che vi si possono impegnare, sia per la novità che spinge a non dare per scontato la conoscenza della realtà sociale e religiosa. La missione verso l’interno con la ripresa della visita alla famiglie; una proposta più missionaria verso le categorie con cui la comunità entra in contatto: genitori della catechesi, ammalati, poveri, ecc.; una maggiore attenzione ai “nuovi” e ai “foresti”. E la missione all’esterno: una reale attenzione ai non battezzati, italiani e stranieri e una significativa presenza testimoniale nei diversi ambienti della socialità (che spetta in particolare ai fedeli laici).

Dovrebbe essere poi evidente la grande opportunità che l’unità pastorale offre al tema della ministerialità. L’unità pastorale, infatti, più ancora che la singola parrocchia, necessita di ministeri e a sua volta può offrire un contesto più ampio di esercizio degli stessi rispetto a quello parrocchiale. Questo vale anzitutto per la ministerialità laicale. Il rischio è di ricordarsi di essa solo quando mancano i sacerdoti. Ma i laici sono chiamati ai diversi ministeri ecclesiali non per supplire ai sacerdoti, bensì in forza del loro battesimo, che, configurandoli a Cristo re, sacerdote e profeta, li rende soggetti pienamente attivi nella comunità cristiana. L’ideale non è quindi una Chiesa dove ci siano preti a sufficienza in modo che essi possano bastare per tutto, quanto piuttosto una Chiesa dove ogni vocazione abbia la possibilità di esprimere la multiforme ricchezza del Corpo di Cristo. L’unità pastorale offre alle varie vocazioni laicali un’ampiezza di sguardo e di impegno che spesso la singola parrocchia non è in grado di assicurare. Senza dimenticare, come già accennato, che la prima vocazione del fedele laico, secondo l’insegnamento del Concilio Vaticano II, non è anzitutto dentro la realtà ecclesiale, ma nella testimonianza nel mondo dei valori del Vangelo e nell’impegno di fare evolvere la realtà del mondo, nella sua giusta autonomia, secondo il disegno di Dio. Anche la ministerialità presbiterale trova nella modalità delle unità pastorali una forte opportunità per una sua ridefinizione più ricca in termini evangelici. La scelta che si sta cercando di attuare dove possibile, non è quella di affidare a un solo sacerdote la cura pastorale dell’unità, ma a una équipe che veda possibilmente, oltre che la presenza di altri sacerdoti, anche quella di diaconi, religiosi e religiose e di laici. Si tratta di un orientamento impegnativo, ma che può essere molto fecondo. Spinge, infatti, il presbitero – per altro in linea con l’insegnamento del Concilio Vaticano II – a non pensarsi realizzato solo se parroco “plenipotenziario”, ma a sentirsi chiamato a essere presbitero che vive pienamente e per tutta la vita la carità pastorale (senza andare in pensione, finché la salute lo permette…) assumendo, su indicazione del vescovo, diversi ruoli e compiti, all’interno di una reale fraternità sacerdotale e in cordiale collaborazione con altri ministeri. Ma anche la vocazione diaconale può trovare un più ampio respiro di azione nell’unità pastorale, che vada al di là del ruolo assunto nelle celebrazioni liturgiche. I religiose e le religiose, poi, possono vivere e  connotare maggiormente il loro carisma dal punto di vista pastorale e di servizio alla Chiesa locale.

Infine, anche circa la crescita della capacità di incidenza del messaggio del Vangelo nella realtà sociale di oggi non dovrebbe essere difficile cogliere l’opportunità offerta dalle unità pastorali. Si pensi solo al fatto che l’unità pastorale, più che la singola parrocchia, coincide di solito, in tutto o in parte con un contesto sociale più unitario (per esempio il territorio di uno o più comuni). Ciò può permettere di trovare dei modi di intervento che favoriscano il crescere nel contesto sociale dei valori umani ed evangelici. Questo ovviamente deve avvenire nell’assoluto rispetto dei ruoli e delle distinzioni tra comunità ecclesiale e società civile e nella valorizzazione dell’autonomia dei cristiani laici e delle loro eventuali formazioni, ma in uno spirito di collaborazione e di servizio al bene comune e alla dignità della persona, così come insegnato dal Concilio e affermato dal vigente Concordato.

Quanto fin qui descritto riguarda il prossimo futuro della nostra Chiesa, il suo cammino nei prossimi anni, già a partire da quest’anno in riferimento alla lettera pastorale “… anch’io mando voi” e all’avvio della visita pastorale. Il presente vede la generosità di tanti sacerdoti che, a volte con qualche fatica a volte con più immediata disponibilità, hanno accettato di trasferirsi nelle nascenti unità pastorali, magari dopo molti anni di presenza nel loro attuale incarico, e anche, in molti casi, di essere parte delle costituenti “équipes” in ruoli non di prima responsabilità. A loro va la riconoscenza non solo del vescovo e degli altri confratelli, ma anche dell’intera comunità diocesana, che vede in loro con ammirazione una testimonianza di autentica e libera fedeltà al Signore e al servizio della Chiesa. Analoga riconoscenza va data ai diaconi e ai religiosi che faranno parte delle équipes. Le comunità cristiane stanno accogliendo con molta disponibilità – anche se, ovviamente, con qualche trepidazione e preoccupazione – i mutamenti in corso. Giustamente si stanno preparando a ringraziare (con qualche inevitabile dispiacere) i sacerdoti che le hanno finora guidate e ad accogliere con grande apertura e spirito di collaborazione chi arriverà. I cambiamenti sono sempre momenti delicati, comportano per tutti qualche fatica e disagio, creano inizialmente insicurezza e incertezza, ma possono essere momenti preziosi in cui chiedersi che cosa veramente conta nella nostra vita e per radicarsi maggiormente nella fede al Signore, l’unica nostra “roccia” e certezza, e per rinnovare una difficile ma gioiosa disponibilità a servire la Chiesa. Preghiamo il Signore affinché avvenga così per tutti noi.

+ Vescovo Carlo