Lo stemma episcopale

lunedì 29 febbraio 2016

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Lo stemma episcopale di monsignor Redaelli quale Arcivescovo metropolita di Gorizia

Lo stemma di mons. Carlo Roberto Maria Redaelli, Arcivescovo Metropolita di Gorizia, riprende alcuni elementi tradizionali dell’araldica ecclesiastica con una libera interpretazione attenta alla sensibilità attuale.

Centro dello stemma è lo scudo che riproduce la “Gerusalemme celeste”, descritta nel libro dell’Apocalisse, come presentata in alcune antiche raffigurazioni e rielaborata dall’Atelier Iconografico del Monastero di Bose.

La scelta dell’immagine è determinata dal motto episcopale che nella sua interezza riprende il versetto di Ap. 21, 9: «Vieni, ti mostrerò la fidanzata, la sposa dell’Agnello». Si tratta della frase rivolta dall’angelo all’evangelista Giovanni quando si apre la visione conclusiva dell’Apocalisse. Il testo prosegue identificando la “sposa dell’agnello” nella «città santa, Gerusalemme, che scende dal cielo, da Dio, risplendente della gloria di Dio. Il suo splendore è simile a quello di una gemma preziosissima, come pietra di diaspro cristallino. È cinta da grandi e alte mura con dodici porte» (Ap 21, 10-12). Giovanni prosegue la descrizione osservando: «La piazza della città è di oro puro, come cristallo trasparente. In essa non vidi alcun tempio: il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello» (Ap 21,21-23).

Lo scudo riprende tutti questi elementi (le porte, la piazza d’oro, l’Agnello al centro della città) e aggiunge la prima e ultima lettera dell’alfabeto greco ed ebraico in coerenza con la presentazione che il Signore fa di sé manifestandosi a Giovanni: «Io sono l’Alfa e l’Omèga, il Primo e l’Ultimo, il Principio e la Fine» (Ap 22, 13; cf anche Ap 1, 8; 21,6).

Ai piedi dell’immagine, lo scudo riporta il motto in latino in forma abbreviata: “ostendam sponsam agni”.
La scelta del motto che lo scudo manifesta in forma plastica (motto riportato anche sul pastorale dell’Arcivescovo) è dovuta all’intuizione che al vescovo, forse più che ad altri, è data la grazia di vedere l’azione dello Spirito Santo che sta preparando la Chiesa a essere la Sposa dell’Agnello, il Signore Gesù, pur in mezzo alle contraddizioni e ai drammi di questo mondo (perché non siamo ancora nel Regno…). Il vescovo, infatti, non cessa mai di essere nel popolo di Dio e quindi dalla parte della “Sposa”, ma ha insieme la grazia di essere anche dalla parte dello “Sposo”, partecipando al ministero che Cristo, Pastore eterno, ha affidato agli apostoli e ai loro successori.

Sopra lo scudo è posta la mitra. La scelta di sostituirla al galero è dovuta al fatto che essa è l’antico e ancora attuale copricapo del vescovo, mentre il galero (di origine più recente) non è più in uso.

Sulla mitra è riportata la croce a doppia traversa, che ricorda la croce astile tipica degli arcivescovi, anch’essa non più in uso.

Lo stemma è chiuso in basso dal pallio: insegna che viene conferita dal Sommo Pontefice ai metropoliti.
L’ideazione e la realizzazione dello stemma si deve a: Atelier Iconografico del Monastero di Bose, Laura Brusotto, Roberta Toresani.