Carlo Margotti (1934 – 1951)

venerdì 22 gennaio 2016

MargottiNon meno drammatico il periodo in cui si colloca l’episcopato del «primo arcivescovo italiano di Gorizia italiana», monsignor Carlo Margotti. Nato ad Alfonsine di Romagna il 22 aprile 1891, emerse da un’infanzia povera e travagliata rivelando eccezionali qualità intellettuali; conseguì tre lauree ed acquisì un amplissimo bagaglio linguistico, comprese le lingue slave.

Dopo un breve ministero pastorale a Bologna, entrò nella Congregazione romana per la Chiesa orientale; nel 1930 fu nominato Delegato apostolico in Turchia e consacrato arcivescovo di Mesembria; l’anno successivo assumeva anche la Delegazione apostolica ad Atene.

A quarantatrè anni veniva trasferito alla sede arcivescovile di Gorizia e ne prendeva possesso il 23 settembre 1934, accolto con sincera attesa da tutta la diocesi. Egli affrontò con cuore aperto ed attenzioni pastorali una situazione resa difficile dal clima culturale e politico imperante, dettato dal nazionalismo fascista, e dai precedenti attacchi alla tradizione ecclesiastica locale.

Religiosamente la diocesi registrò dati positivi, come la fioritura di vocazioni ecclesiastiche; monsignor Margotti portò a compimento la chiesa del Sacro Cuore (1938), promosse le celebrazioni per la Madonna di Monte Santo (1939), guidò pellegrinaggi a Lubiana ed a Brezje e celebrò un non facile Sinodo diocesano (promulgato nel 1941). Il ricordo di questo arcivescovo oscilla ancora fra l’affettuosa memoria per «la grande bontà d’animo e la finezza dei rapporti personali» ed i giudizi, spesso troppo perentori, sulla sua accondiscendenza ai contenuti equivoci di una linea definita da quanto allora indicato come «italianità» e «romanità».

Le emergenti aspirazioni nazionali maturate durante la guerra, in una lotta che divise anche il mondo cattolico sloveno, coinvolsero anche monsignor Margotti, che venne imprigionato ed espulso da Gorizia nel maggio 1945 dalle truppe jugoslave di occupazione.

Rientrato nella diocesi, ridotta di quasi due terzi in seguito ai nuovi confini, guidò con grande paternità la ripresa della vita religiosa e dell’impegno diocesano nel secondo dopoguerra.

Dopo lunga e dolorosa malattia, mori a Gorizia il 31 luglio 1951. È sepolto nella chiesa del Sacro Cuore.