Cividale e Paolino d’Aquileia

venerdì 22 gennaio 2016

Mentre Grado esercitava la sua autorità sui vescovadi dell’Istria e della Venezia marittima, Aquileia era la metropoli per i vescovadi dell’entroterra. Furono motivi di contesa, tra l’altro i vescovadi istriani, finché nel 1180 il patriarca di Grado riconobbe il diritto metropolitico del patriarca di Aquileia sulle chiese di Como, Mantova, Verona, Vicenza, Padova, Treviso, Trento, Belluno, Feltre, Concordia, Ceneda, Trieste, Capodistria, Parenzo, Pola, Pedena, Emona (Cittanova): questa fu la provincia ecclesiastica di Aquileia (sottratta Mantova nel 1453) fino al 1751.

Grado si trovò inserita progressivamente nell’orbita degli interessi veneziani fino al trasferimento del patriarca di Grado nella stessa città ducale: ciò avvenne nel 1105 con Giovanni Gradenigo. Allo svantaggio della perdita d’un’autonomia va però aggiunto e contrapposto l’aspetto positivo costituito dalla trasmissione da parte di Grado di tradizioni culturali e liturgiche in Venezia stessa, dove troviamo infatti la venerazione di tutti, si può dire, i santi più antichi di Aquileia, ivi compresa quella di san Marco, che pure dovette avere nella stessa tradizione gradese un antecedente o una suggestione.

Resta il fatto che il patriarca di Grado fu un simbolo glorioso ma anche un’autorità fortemente limitata sia quando era relegato a Grado, sia quando, trasferito a Venezia, finì per avere un valore sempre più anacronistico.

Anche il patriarca di Aquileia, la cui diocesi fu la più vasta d’Europa per tutto il medio evo e oltre, e la cui giurisdizione nell’alto medio evo si estendeva da Como al Danubio e alla Kulpa, fu necessariamente legato alle contingenti vicende politiche dell’area alpino-friulana e in particolare alla vivace ma non sempre coordinata azione dei duchi del Friuli e dei re d’origine longobardo-friulana.

Cividale fu centro aperto e pronto a ricevere ed anche a maturare contributi fecondi, sicché la vita culturale e religiosa prosperò e continuò a prosperare nel regno dei Franchi, quando Paolino, scudo e ricostruttore del Friuli, sensibile poeta e vescovo consapevole dell’inerte decadimento dell’antica e gloriosa Aquileia, non esitò nel tentativo di reimmettere il patriarcato come organismo vivo e «attuale» negli impegni che i tempi e la collaborazione o le rinunce comportavano.

Svecchiò o innestò più organicamente su modelli romani la scompaginata ma pure prestigiosa liturgia aquileiese; collaborò positivamente con l’opera condotta da Carlo nell’organizzazione dello stato e delle chiese; fissò, d’accordo con il vescovo di Salisburgo, chiari confini per la nuova penetrazione missionaria, là dove l’arrivo di nuove popolazioni aveva cancellato le antiche diocesi, e per la giurisdizione ecclesiastica.

È giustamente ricordata con gratitudine la sua figura di apostolo degli Slavi. Convocò inoltre un importante concilio provinciale a Cividale nel 796. Le conseguenze della sua opera non furono forse tutte direttamente vantaggiose per la chiesa d’Aquileia; certamente però il patriarcato aquileiese concorse allora a far maturare una veramente splendida stagione per la vita politica, economica, culturale e religiosa della regione. È l’epoca in cui rifiorisce la vita monastica e gli edifici ecclesiastici rinnovano la loro dignità.

Durante le incursioni ungariche, ripetutesi tra 1’ 899 e il 942, la regione fu sempre più strettamente legata all’iniziativa del solo patriarca: è significativo che nel 921 fu il patriarca Federico a difendere il Friuli dagli ungari. Con ciò si costituisce la nuova o rinnovata potenza patriarcale, che s’inserisce ormai isolata ed autonoma nella vita fortemente contratta della regione.

Sergio Tavano