L’organizzazione definitiva

venerdì 22 gennaio 2016

Nei secolo quarto la chiesa d’Aquileia, per l’importanza del centro e per la sua maturità organizzativa, partecipa direttamente alle vicende politico-religiose che interessarono la chiesa in occidente, specie in ordine alle lunghe controversie ariane e antiariane: si distinguono i nomi dei vescovi Fortunaziano, la cui elezione (342-3) coincide all’incirca con gravi tumulti negli stessi edifici di culto aquileiesi e con il concilio di Sardica, e di Valeriano (+ 388), preoccupato di far uscire la chiesa d’Aquileia da una posizione ambigua, in cui l’aveva messa Fortunaziano, in coincidenza con il sopravvento ariano nella, metropoli dell’Italia settentrionale, Milano.

Valeriano che presiede il concilio aquileiese dei 3 settembre 381, in cui i vescovi delle chiese occidentali trascinati dalla foga di Ambrogio, contribuiscono a spegnere gli ultimi focolai delle sette ariane nelle regioni immediatamente a oriente dell’Italia.

A Valeriano succede colui che si era distinto quale componente e animatore di quel chorus beatorum, che formavano i clerici aquileienses e di cui Gerolamo parla con struggente nostalgia. Non tardano infatti a farsi sentire i frutti d’una lunga e feconda attività a cui forse non fu estraneo l’insegnamento e l’esempio di Atanasio, più d’una volta presente in Aquileia.

Cromazio (388-407/8), amico affettuoso, collaboratore fattivo, consigliere saggio di alcuni dei più illustri personaggi della chiesa sul finire del secolo quarto come Gerolamo, Rufino, Ambrogio, Giovanni Crisostomo, ecc., ravviva la vita cristiana della metropoli veneto-istriana e l’avvia su direttive chiare e ferme, con un’esatta visione del compito e dei doveri d’un pastore d’anime.

Il nome di Cromazio è legato anche al più ricco corpus di testi cristiani antichi aquileiesi, dopo quello di Rufino: Sermoni e un Trattato sui vangelo di Matteo, in gran parte riscoperti negli ultimi decenni.

Il suo episcopato coincise probabilmente con una ristrutturazione della diocesi aquileiese e di tutta l’area ecclesiastica tra l’Adriatico e il Danubio. La diocesi d’Aquileia, che fino all’inizio del quinto secolo o più verosimilmente alla fine del secolo quarto, dovette comprendere numerosi centri, che pure erano municipi, come Trieste, Concordia, Zuglio e Cividale, concorse a dare agli stessi un’organizzazione episcopale propria pur esercitando o acquistando su di essi un’autorità metropolitana, che prima di allora era esercitata da Milano, che era la capitale dell’impero e dell’Italia annonaria.

Forse con l’intervento del vescovo di Roma, che voleva contenere l’autorità e l’intraprendenza del vescovo di Milano, e in particolare di Ambrogio, o forse anche per la carenza di autorità verificatasi durante l’episcopato dell’ariano Aussenzio, Aquileia ottenne un’autorità metropolitica, che si estese su quelle regioni in cui in pratica la sua autorità e il suo ascendente o la sua azione si esercitavano già, specialmente come opera missionaria.

Così Aquileia, che pure era la capitale della decima regio, la Venetia et Histria, divenne di fatto e fors’anche già allora di diritto la metropoli ecclesiastica per quasi tutta la sua regione (le diocesi occidentali furono attratte ancora da Milano, come provano certe tipologie monumentali ed alcuni episodi significativi), sulla Retia seconda, sul Norico, sulla Pannonia prima e sulla Savia. Tutto ciò è confermato a posteriori da una lettera di Leone Magno. La giurisdizione aquileiese, comprendeva allora una ventina di vescovadi in Italia e un’altra decina oltre le Alpi.

La mancanza in Aquileia d’una basilica episcopale dedicata al Salvatore, che invece si trova nelle capitali dell’impero (e che poi rimarrà perciò distintivo della sede regia nell’alto medio evo), conferma un’origine «spontanea» della chiesa aquileiese come degli altri centri che vedono in Maria, madre di Dio la madre della Chiesa, per l’unità dei corpi di Cristo e della Chiesa.

Sergio Tavano