“Beati i misericordiosi perchè troveranno misericordia!”

sabato 5 marzo 2016

La chiesa di San Valeriano a Gradisca ha ospitato venerdì 4 marzo la seconda catechesi quaresimale del vescovo Carlo rivolta ai giovani della diocesi. L’incontro – inserito nella proposta delle “24 ore per il Signore” – ha visto anche la presenza dei seminaristi del seminario interdiocesano di Castellerio.

Questo l’intervento del vescovo Carlo.

«Beati i misericordiosi perché troveranno misericordia»: come Gesù ha vissuto questa beatitudine? Forse il modo più semplice è domandarlo a chi ha ricevuto misericordia dal Signore. Ho provato a cercare questi uomini e donne che sono stati destinatari del suo amore misericordioso, non quelli che semplicemente sono stati guariti, ma coloro che sono stati perdonati da Lui o la cui guarigione è stata collegata da Gesù al perdono dei peccati e alla conversione. Sono molti. Provo a imprestare loro la mia voce e a raccontare la testimonianza solo di due di loro, un uomo e una donna. Gli altri li potrete incontrare leggendo il Vangelo che parla di persone vere – uomini e donne come noi con i loro ideali e i loro peccati – che hanno incontrato la sua misericordia. E allora la loro vita è cambiata.

Sono nato disabile, una disabilità grave: non posso muovermi dal mio letto, anzi, ora posso dire: “non potevo muovermi”. Di solito chi è come me fa una brutta fine: viene prima o poi abbandonato dai genitori, emarginato dalla gente del paese, non curato nelle sue malattie (anche un semplice mal di pancia diventa un affar serio per chi non può alzarsi dal letto…). Non può lavorare, è un peso morto.

All’inizio, quando sono nato, guardando un bambino bello come sono tutti i bimbi, ma incapace di muovere le gambe e le braccia hanno detto “poverino” e hanno mestamente appoggiato la mano sulla spalla di mio padre, confuso e addolorato per la nascita di un figlio così, per incoraggiarlo. Ma dentro il loro cuore – l’ho capito man mano crescendo – già allora avevano la convinzione che mio padre fosse maledetto dall’Altissimo, che avesse compiuto qualcosa di grave e che io fossi il giusto prezzo del suo peccato.

Ho avuto però la fortuna di avere genitori che, nonostante tutto e il giudizio cattivo della gente, mi hanno voluto bene. Mi hanno curato come potevano, non mi hanno fatto mancare niente, mi hanno cresciuto, mi hanno insegnato a parlare e persino a leggere il rotolo della Torah (ma qualcuno doveva tenermelo davanti agli occhi, perché anche le braccia erano quasi del tutto paralizzate).

I miei genitori sono morti di malattia a pochi mesi di distanza l’uno dall’altro quando avevo 13 anni, l’età in cui si diventa adulti in Israele. Ma avevo comunque solo 13 anni ed ero bloccato in un letto. Allora ho deciso – so che è una bestemmia … – che l’Altissimo non è un padre per noi, che ci ha creati per farci soffrire e non ho più voluto saperne della sua Parola. Volevo lasciarmi morire.

Ma una zia, sorella della mamma, ha avuto compassione di me, mi ha preso in casa pur avendo già quattro figli maschi e due figlie e mi ha curato come un figlio. I mie cugini mi hanno trattato come un fratello, io che ero figlio unico.

Sono passati tanti anni e un giorno una mia cugina, la più giovane, è corsa in casa dicendo che era arrivato a Cafarnao un profeta che curava i malati e gli indemoniati. I miei cugini si sono interessati dove si trovava questo profeta – forse il Messia… –e mi hanno detto che mi volevano portare da lui. Io non volevo, tanto sapevo che l’Altissimo mi aveva abbandonato e anch’io avevo abbandonato Lui. Ma hanno insistito, mi hanno fatto scivolare dal letto su una barella e in quattro mi hanno portato da lui. Arrivati alla casa però c’era tantissima folla davanti alla porta ed era impossibile entrare. Allora Alfeo, il cugino più grande, ha detto agli altri: “passiamo da dietro e proviamo a salire sulla terrazza della casa vicina”. Ci sono riusciti, hanno scoperchiato il tetto della casa dove si trovava il profeta e mi hanno calato con delle corde davanti a lui, in mezzo a tutti.

Mi ha visto, io non ho detto niente, ero imbarazzato e anche arrabbiato per quella situazione, ma i suoi occhi luminosi – non ho mai visto occhi così… – hanno incrociato i miei e mi hanno guardato dentro. Deve aver visto la mia rabbia, la mia sfiducia, il mio peccato. E mi ha detto: «Figlio, ti sono perdonati i tuoi peccati».

I presenti hanno protestato contro le sue parole: «Perché costui parla così? Bestemmia! Chi può perdonare i peccati, se non Dio solo?». Ma lui ha risposto: «Perché pensate queste cose nel vostro cuore? Che cosa è più facile: dire al paralitico “Ti sono perdonati i peccati”, oppure dire “Àlzati, prendi la tua barella e cammina”? Ora, perché sappiate che il Figlio dell’uomo ha il potere di perdonare i peccati sulla terra, dico a te: àlzati, prendi la tua barella e va’ a casa tua». Incredulo gli ho obbedito, ho provato ad alzarmi e finalmente le gambe funzionavano e anche le braccia. Ho raccolto la barella e me ne sono andato senza dire niente nel silenzio stupito di tutti.

Ma prima di uscire gli ho rivolto uno sguardo. Mi è sembrato che i suoi occhi ridessero di gioia e ho sentito dentro di me una voce che diceva “Va’ in pace”. Da allora la mia vita è cambiata. Ho incontrato la misericordia.

Non ho un nome. Qualcuno ha detto che mi chiamavo Maddalena. Ma Maddalena non è un nome: indica che vengo da Magdala, è come dire goriziana, gradiscana o bisiaca. Il Vangelo mi ha chiamata gentilmente “peccatrice”.

In realtà nessuno mi chiamava così, potete immaginare che titoli “gentili” usavano verso di me: qui non posso dirli, siamo in chiesa e ci sono dei minorenni… Gli uomini, con cui andavo, qualche volta usavano – è vero – parole d’amore verso di me, le stesse che adoperavano con la fidanzata e la moglie, come se fossero innamorati di me, ma sapevo che con il mio corpo avevano comprato anche la possibilità di giocare con i miei sentimenti e non ci cascavo. Il mio cuore si era indurito e inaridito: ero o non ero una peccatrice? Dovevano bastarmi i soldi, non c’era posto per i sentimenti. Non ero però una put … scusate, una peccatrice, di strada. Ero – sono – bella e con i soldi compravo vestiti e profumi per rendermi più desiderabile con chi contava: mercanti, uomini d’affari, amministratori del paese, funzionari del re Erode,…

Quel giorno avevo saputo che in paese era arrivato un famoso profeta. Un uomo, mi dicevano, un po’ particolare, che non tuonava contro i peccati degli uomini come quell’invasato di Giovanni che urlava nel deserto lì lungo le rive del Giordano. No, dicevano che aveva parole buone, semplici ma vere e che non disdegnava la compagnia di gente di cattiva fama: pubblicani, malfattori e persino donne di condotta non limpida. Per questo i farisei lo tenevano d’occhio: qualche volta si fingevano suoi amici e lo invitavano a casa per tendergli qualche tranello.

Così era successo quel giorno. Un certo Simone, personaggio ben in vista, lo aveva invitato a casa sua per la sera. Lo conoscevo bene Simone: c’è la privacy e non posso parlare – anche noi … peccatrici abbiamo un’etica professionale -. Posso dire solo che era un cliente che pagava bene e che ci teneva che la moglie non sapesse niente… Mi era venuto in mente di andare da lui e di svergognarlo davanti a tutti e soprattutto davanti al profeta. Avrei perso la clientela in quella città, ma potevo trasferirmi a Cesarea dove le possibilità di lavoro non mancano.

Prima di andarvi, quella mattina avevo voluto intrufolarmi per curiosità tra la folla che ascoltava il profeta alla porta del paese. E’ proprio vero: non tuonava contro i peccatori, ma aveva raccontato la storia di una pecora perduta e cercata, di una moneta persa e ritrovata, storie che si concludevano sempre con una festa. Tornando verso casa avevo pensato: e se quella pecora perduta fossi proprio io? e se quella moneta fossi io? Ma chi vuoi che mi venga a cercare?…

Alla sera non ero più così sicura di svergognare il fariseo. Sono comunque andata nella casa portando del profumo prezioso. Quando sono entrata e ho visto il profeta di spalle, sdraiato – chi conta qui mangia così, sdraiato su bei divani – ho sentito qualcosa che si scioglieva dentro di me, come un blocco di ghiaccio al sole. Mi sono messa dietro di lui, ho cominciato a piangere a dirotto, gli ho bagnato i piedi di lacrime, poi li ho asciugati con i miei lunghi capelli, li ho baciati e cosparsi di profumo. Un profumo che in breve aveva riempito la casa. Simone mi guardava malissimo e anche i suoi commensali, quasi tutti miei clienti, mi osservavano torvi (qualcuno però sorrideva divertito e crudele pensando all’imbarazzo di Simone).

Lui a quel punto ha parlato. A lui piace raccontare e ha narrato un storiella, non quella della pecora e della moneta, ma quella di due debitori, uno per molti e un altro per pochi soldi, entrambi condonati dal creditore (penso non sia mai successo, ma le sue storie sono tutte un po’ strane …). Poi ha fatto una domanda semplice, semplice, che si è capito subito che era un tranello per Simone (un tranello o un’opportunità per cambiare?): «Chi dei due debitori amerà di più il creditore buono?». Ha detto proprio così: “amerà di più” e non: “sarà più riconoscente…”. Simone, cascando nella trappola, ha risposto: «Suppongo sia colui al quale ha condonato di più». E a quel punto il profeta ha avuto buon gioco ad applicare la storia a me e a Simone, un uomo sempre più imbarazzato e infastidito, visto che il profeta gli faceva presenti le sue mancanze di buona educazione e di ospitalità. E ha concluso: «Per questo io ti dico: sono perdonati i suoi molti peccati, perché ha molto amato. Invece colui al quale si perdona poco, ama poco». Poi mi ha detto semplicemente: «I tuoi peccati sono perdonati». E mi ha guardata con tenerezza.

Ho ripreso a piangere con ancora più lacrime, ma erano ormai lacrime insieme amare e dolci. Ho capito di essere la pecora perduta e cercata, la moneta perduta e ritrovata. Mi sono alzata, ho sistemato la mia lunga veste, ho raccolto la boccetta del profumo e me ne sono andata. E ho guardato anch’io con tenerezza non lui, ma il povero Simone che non aveva ancora capito l’intreccio tra amore e perdono. Pensava di non aver bisogno di perdono, di essere a posto, o, nel caso, di doverselo meritare con l’osservanza minuziosa dei 613 precetti che ogni buon ebreo deve rispettare. E invece basta lasciarsi amare e amare a nostra volta.

Adesso sono nel gruppo delle donne che lo seguono. So che ci hanno poi chiamato “pie donne”, ma io ero una prostituta, una peccatrice, non una donna di chiesa. Non lo abbandonerò più, dovessi seguirlo fino alla croce. E’ Lui l’amato del mio cuore.

† Vescovo Carlo