Beatitudini e giudizio finale

venerdì 18 marzo 2016

Venerdì 18 marzo si è svolto in San Valeriano di Gradisca l’ultimo incontro dell’itinerario per giovani proposto nel tempo di quaresima. Dopo aver compreso la logica delle beatitudini nel loro insieme, dopo aver sperimentato la beatitudine legata alla misericordia, i giovani hanno cercato di collegare opere di misericordia e beatitudini, non in modo astratto, ma a partire da alcuni racconti e testimonianza. C’è stata la testimonianza di Andrea ed Elena di Muzzana, famiglia legata alla Comunità Giovanni XXIII che hanno mostrato cosa significa vivere le opere di misericordia in casa. Don Flavio Zanetti ha tratteggiato il ritratto di alcuni cristiani conosciuti in Costa d’Avorio che in un momento di particolare tensione, durante la guerra civile, hanno riproposto la misericordia. Anche i giovani delle nostre parrocchie hanno raccontato le opere di misericordia che hanno vissuto durante la quaresima. Il vescovo Carlo ha aiutato a rileggere il legame tra beatitudini e opere di misericordia a partire dalla parabola del giudizio del vangelo secondo Matteo (cap. 25). La musica dell’arpa di Ester Pavlic ha permesso di elaborare le abbondanti emozioni suscitate dai racconti ed ha abbellito la serata.

BEATITUDINI E GIUDIZIO FINALE

Che cosa abbiamo ascoltato dal cap. 25 del Vangelo secondo Matteo: un racconto di fantascienza? una cronaca anticipata della fine del mondo? un derby tra pecore e capre? Niente di tutto questo. Se vogliamo comprendere il Vangelo di stasera dobbiamo considerarlo una parabola.

Gesù presenta le parabole non per il gusto di proporre un raccontino edificante, ma per coinvolgerci, per chiederci dove ci poniamo. Sappiamo che un modo efficace per coinvolgerci nel Vangelo è chiederci “chi è Gesù” e “chi sono io” alla luce di quanto letto e meditato. Ma stasera le domande giuste da farsi sono: “dove sono io?” e “dove è Gesù?”.

Rispondendo alla prima domanda, sembra che ci siano solo due possibilità dove possiamo collocarci: tra le pecore, cioè tra coloro che hanno compiuto opere di misericordia (perché le azioni che Gesù descrive non sono altro che opere di misericordia), pur senza sapere che il destinatario presente nell’affamato, nell’assetato, nello straniero ecc. era Gesù o, al contrario, tra le capre, cioè tra le persone che pur avendone l’occasione, non hanno compiuto queste opere.

In realtà ci sono altre due categorie per scegliere dove stare. La terza è costituita da chi ha bisogno dell’opera di misericordia: gli affamati, gli assetati, gli stranieri, gli ignudi, gli ammalati, i carcerati. Non sono sempre gli altri, qualche volta siamo noi a essere nel bisogno.

La quarta categoria è, invece, costituita da chi sa che nell’affamato, nell’assetato, nello straniero, ecc. è presente Gesù: chi, come noi, ha ascoltato la parabola di Gesù appartiene ormai, volente o nolente, a questa categoria. Non ci sarà pertanto possibile dire a suo tempo al Signore: non sapevo che eri tu a chiedermi del cibo, dell’acqua, un’accoglienza, un vestito, una visita. Questa consapevolezza non ci toglie la scelta di decidere da che parte stare, ma ci rende ancora più responsabili della nostra decisione. Non abbiamo scuse: sappiamo che nell’affamato, nell’assetato, nello straniero, ecc. c’è Gesù.

Dov’è appunto Gesù? La parabola ce lo presenta inizialmente come giudice. Ma non è un giudice al di fuori o al di sopra del mondo e neppure dentro il campo del gioco della vita ma solo come un arbitro non giocatore. No, Gesù è dentro, è coinvolto. Si identifica con chi ha bisogno, ma anche con chi agisce verso il bisognoso a suo nome. Anche questo lo sappiamo dall’insegnamento dei Vangeli e del Nuovo Testamento. Lo dice bene Paolo, descrivendo così la vita del cristiano: «non vivo più io, ma Cristo vive in me» (Gal 2, 20).

Occorre allora scegliere, se riconoscere Cristo presente nei bisognosi e in noi e agire come Lui – amare come Lui – o chiudere gli occhi e negare la sua presenza. Per il cristiano compiere opere di misericordia non è anzitutto una questione di carità, ma di fede, perché è riconoscere Cristo nei bisognosi, nei poveri, nei sofferenti.

A questo punto ci possiamo domandare: che cosa c’entrano le beatitudini con la parabola della fine del mondo? C’entrano, eccome. Perché questa parabola ci dice come mai sono beati i poveri, i piangenti, i miti, i giusti, i perseguitati, ecc. Lo sono perché Gesù si identifica con loro: sia che siano dalla parte di chi riceve misericordia, sia dalla parte di chi la dà.

La sintesi del nostro cammino quaresimale – e vi ringrazio per la vostra partecipazione, il vostro entusiasmo, la vostra dedizione – non è allora un’idea, un impegno, un’azione, ma una persona: Gesù. Le beatitudini sono il suo ritratto: Lui è presente nel bisognoso (e spesso il bisognoso siamo noi…); Lui è presente in coloro che danno da mangiare, danno da bere, accolgono, rivestono, visitano. E questi dobbiamo essere noi.

† Vescovo Carlo

 

Queste le testimonianze delle opere concrete di misericordia portate dai gruppi presenti all’incontro.

Decanato di Gorizia e S. Andrea
Domenica 21 febbraio siamo stati invitati ad aiutare la comunità attraverso la distribuzione del cibo alle persone bisognose presso la mensa dei poveri dei frati Cappuccini.
Appena arrivati ci hanno consegnato guanti e grembiuli e abbiamo iniziato a servire da mangiare mentre due di noi erano a controllare che le persone rispettassero la giusta divisione dei rifiuti. Nonostante non ci sembrasse molto, quello che abbiamo fatto ha rallegrato e aiutato delle persone e questo ci ha riempito il cuore.
Questa esperienza non ci ha lasciati indifferenti, anche coloro che erano più titubanti alla fine sono rimasti soddisfatti. Consigliamo anche a voi di compiere delle opere che possano aiutare il prossimo.

I giovani di CuoreGiusto
La sera dell’8 marzo i ragazzi del gruppo Biennio della Comunità Salesiana di Gorizia hanno avuto la possibilità di vivere un’esperienza di gioco e condivisione con i migranti minorenni ospitati presso il San Luigi.
La serata è stata organizzata in maniera molto semplice: una volta divisi in squadre miste, in modo da garantire la possibilità di confronto diretto, i ragazzi si sono cimentati in diverse attività, dal calcetto alla pallavolo, dal ballo alla pallacanestro. L’entusiasmo ha subito scalzato la timidezza e tutti si sono lasciati andare, riuscendo a passare oltre a tutte quelle barriere che a volte anche inconsapevolmente tendiamo ad innalzare nei confronti di chi non conosciamo bene.
Il dover lavorare come un gruppo coeso per poter fare goal o per totalizzare il massimo dei punti nelle sfide di ballo, ha fatto sì che tutti scendessero a compromesso mettendo da parte i pregiudizi.
Infatti, molti dei ragazzi del nostro gruppo sono rimasti profondamente colpiti dalla facilità con la quale si sia riusciti ad andare oltre ai limiti linguistici e, come detto già, pregiudiziali: spesso pensiamo che queste siano persone distanti anni luce da noi, ma la serata ci ha mostrato proprio il contrario.
“È stata una bella esperienza perché mi ha fatto capire che questi ragazzi non sono molto diversi da noi, anche se possono sembrarlo”, queste le parole di Andrea, una delle animatrici del gruppo; oppure Gianmarco “Ciò che mi ha colpito di oggi è il fatto di come il divertimento e il  gioco riescano ad  abbattere tutte le barriere  (linguistiche,  ecc…), permettendo di relazionarsi senza pensare alle diversità”.
Con questa esperienza crediamo fermamente di essere riusciti a mettere in pratica, almeno in parte, ciò che il Papa ci ha chiesto: essere misericordiosi come il Padre. È difficile pensare di essere già riusciti a capire appieno il significato delle Opere di Misericordia, ma ci abbiamo provato e nel nostro piccolo ci siamo riusciti.
“Penso siano tutte bugie quelle che si sentono su di loro, in realtà sono persone come noi o forse migliori per certi versi”, ecco le parole con cui Alberto ha riassunto l’esperienza della serata: un pensiero conciso, ma che per certi versi potrebbe far riflettere tutti noi.”

Decanato di Monfalcone – Ronchi – Duino
Ci dimentichiamo dei vivi… figurati dei morti… Non è possibile questo… vuol dire esserci dimenticati del nostro essere uomini… l’uomo è fatto per la relazione, per la comunione, per l’incontro..; vuol dire esserci dimenticati del nostro essere cristiani… capaci di vedere oltre, di cercare oltre… di cercare in Cristo Risorto e di vivere quindi in maniera diversa la relazione con chi non vive più su questa terra. Il nostro “don” ci ha raccontato di una cittadina turistica in Italia priva di cimitero… può sembrare solo una battuta, ma è la fotografia di una nuova modalità di escludere la morte dalla vita costruendo città artificiali: il paesino progettato  a tavolino per le vacanze, per il divertimento spensierato non si dà pensiero e non contempla neppure la possibilità di avere a che fare con la morte e con i morti. Attraverso l’opera di misericordia del “seppellire i morti” siamo stati invitati a recuperare innanzitutto una competenza del morire sulla vita. Insieme al don abbiamo riflettuto sul valore del corpo come “tempio di Dio”… ciò che è di Dio, ciò che è abitato da Dio va custodito, amato, rispettato… e soprattutto non va nel nulla, non svanisce in niente… Ecco allora che accompagnare una persona alla morte, onorarne il corpo, sistemarlo dignitosamente e con cura, curarne la tomba, depositare dei fiori freschi, compiere e vivere i gesti che la liturgia per i defunti propone( aspersione con l’acqua a ricordo del Battesimo e incensazione del corpo come preludio di resurrezione), pregare con loro e per loro… tutto questo vuol dire custodire la relazione, esprimere affetto e gratitudine per una persona che, al di la della naturale fragilità, ha fatto del bene, è stato prolungamento di Dio… e ora vive in Lui. Ci ha colpito l’espressione usata nella liturgia dei defunti… ” la vita non è tolta ma trasformata”… è resa pienamente bella e viva dall’ Amore di Dio. Nell’opera di misericordia del prenderci cura della morte altrui, nel congedarci definitivamente dalla sua presenza fisica e storica, attraverso i gesti della fede e della carità ci apriamo alla Speranza, continuiamo più sereni il nostro cammino. Così noi giovani, e in altri momenti anche i bambini e i ragazzi del catechismo e delle associazioni, siamo andati nel nostro cimitero per sistemare le tombe più abbandonate, per deporre fiori freschi, per ripulire alcuni vialetti, per eliminare fiori completamente secchi (immaginate cosa vuol dire…), per pregare, per visitare le tombe dei caduti in guerra, di tanti bambini…. Abbiamo compreso che è responsabilità di tutti, è questione di civiltà e di fede, accompagnare nell’ultimo viaggio su questa terra chi ci lascia… soprattutto se sappiamo che non ha più nessuno. Nel nascere e nel morire non possiamo essere autosufficienti, ma abbiamo bisogno della misericordia altrui.

Scout SZSO – Slovenska zamejska skavtska organizacija
Il 10 marzo al Convitto Salesiano San Luigi abbiamo partecipato ad un incontro con dei rifugiati, insieme al gruppo di giovani CuoreGiusto ed ad alcuni fratelli scout del gruppo Gorizia 2. In questo convitto accolgono i rifugiati minorenni.
Abbiamo iniziato la serata con un video di Sagor, ragazzo di 17 anni proveniente da Dhaka, capitale del  Bangladesh. Lì la scuola costa tanto e le famiglie fanno fatica a mantenersi, essendo molto numerose. Non potendo continuare gli studi Sagor cercò di aiutare la sua famiglia, lavorando. Un giorno dopo cena i suoi genitori gli chiesero, se volesse partire o restare. Scelse di partire, perché così facendo, a casa ci sarà una bocca in meno da sfamare. Il viaggio fu terribile e faticoso, doveva camminare tutto il giorno e una parte del viaggio l’ha fatto chiuso in un container.
L’incontro è proseguito con la condivisione dei pensieri che ci sono venuti in mente durante il video. Ci siamo chiesti se anche noi avremmo fatto lo stesso, se ci fossimo ritrovati nella loro situazione, se saremmo pronti a lasciare i nostri amici, parenti, il nostro paese e le nostre abitudini per aiutare la famiglia.
C’era anche tempo per parlare un po’ con altri ragazzi rifugiati. Abbiamo avuto l’occasione di conoscerli e capire che non sono poi così diversi da noi. Ci hanno raccontato come vivono, che programmi hanno per il futuro e che cosa fanno durante il giorno. A loro piace molto il cricket, che è anche lo sport più diffuso in Bangladesh, e il calcio. Durante il giorno studiano l’italiano e altre materie oppure visitano Gorizia. Parlando con loro abbiamo avuto modo di capire un po’ le loro intenzioni per quanto riguarda il futuro. Alcuni pensano che loro vogliano rimanere qua, ma i rifugiati ci hanno spiegato che questa non è la loro intenzione; una parte vorrebbe continuare il viaggio in Europa, ma la maggior parte vorrebbe ritornare il prima possibile in patria e nelle loro famiglia.