Il capitolo delle stuoie ed il cammino sinodale delle Chiese in Italia

mercoledì 6 ottobre 2021

Lunedi 4 ottobre 2021, nella festa di San Francesco d’Assisi, l’arcivescovo Carlo ha presieduto L’Eucarestia nella chiesa di Santa Maria Assunta dei padri Cappuccini. Pubblichiamo di seguito la sua omelia. 

Tutta la Chiesa e in particolare la Chiesa italiana, su invito di papa Francesco, è chiamata a vivere a partire da quest’anno un cammino sinodale. Sinodo significa camminare insieme.
Un cammino verso una meta comune che non può che essere il Regno di Dio. Un cammino in cui non solo si procede insieme, ma si cerca uniti la strada giusta che può condurre alla meta. Un cammino in cui ci si accoglie a vicenda, ci si ascolta, ci si aspetta, ci si sostiene gli uni con gli altri soprattutto nei momenti di fatica e di difficoltà.

Mi sono domandato: san Francesco ci può assistere in questo nostro cammino sinodale, lui che è patrono d’Italia? Può aiutare la nostra Chiesa a trovare quella freschezza evangelica, quel profumo di santità, quella spinta missionaria, quella capacità di attrazione cui continuamente papa Francesco ci richiama?

Nella vita di san Francesco ci sono stati diversi momenti che oggi potremmo definire “sinodali”, vere e proprie esperienze di comunione, in particolare i capitoli, dove venivano chiamati a partecipare tutti i frati. Il più famoso è quello chiamato delle stuoie (così definito perché i frati erano così tanti da non avere per dormire che delle stuoie). Vorrei riprendere alcuni passaggi della sua descrizione così come ci viene presentata dalle fonti francescane, in particolare nei cosiddetti fioretti di san Francesco, che parlano anche della presenza di san Domenico (ma c’era comunque anche sant’Antonio).
Vi leggo un passo dei fioretti
:

«Il fedele servo di Cristo santo Francesco tenne una volta un Capitolo generale a Santa Maria degli Agnoli, al quale Capitolo si raunò oltre a cinquemila frati; e vennevi santo Domenico, capo e fondamento dell’Ordine de’ frati Predicatori; il quale allora andava di Borgogna a Roma, e udendo la congregazione del Capitolo che santo Francesco facea in nel piano di Santa Maria degli Agnoli, sì lo andò a vedere con sette frati dell’Ordine suo.

Fu ancora al detto Capitolo uno Cardinale divotissimo di santo Francesco, al quale egli avea profetato ch’egli dovea essere Papa, e così fu; il quale Cardinale era venuto istudiosamente da Perugia, dov’era la corte, ad Ascesi; e ogni dì veniva a vedere santo Francesco e ’suoi frati, e alcuna volta cantava la messa, alcuna volta faceva il sermone a’frati in Capitolo; e prendea il detto Cardinale grandissimo diletto e divozione, quando venia a visitare quel santo collegio.

E veggendo sedere in quella pianura intorno a Santa Maria i frati a schiera a schiera, qui quaranta, ove cento, dove ottanta insieme, tutti occupati nel ragionare di Dio, in orazioni, in lagrime, in esercizi di carità; e stavano con tanto silenzio e con tanta modestia, che ivi non si sentia uno romore, nessuno stropiccìo, e maravigliandosi di tanta moltitudine in uno così ordinata, con lagrime e con grande divozione diceva: «Veramente questo si è il campo e lo esercito de’cavalieri di Dio!».
Non si udiva in tanta moltitudine niuno parlare favole o bugie, ma dovunque si raunava ischiera di frati, o elli oravano, o eglino diceano ufficio, o piagneano i peccati loro o dei loro benefattori, o e’ragionavano della salute delle anime» (FF 1848).

Fin qui la citazione. Mi sembra molto significativa la descrizione di ciò che facevano insieme i frati, che potrebbe essere un’indicazione molto preziosa anche per la nostra partecipazione diocesana al cammino sinodale della Chiesa

Anzitutto si dice che “oravano”, cioè pregavano.
Il primo posto nella vita della Chiesa non può che essere di Dio. Anche il confrontarsi insieme sulle strade da intraprendere non può che partire dall’invocazione dello Spirito Santo e dall’ascolto della Parola di Dio. Più volte papa Francesco ha ricordato che qualunque esperienza sinodale nella Chiesa non può essere paragonata a un parlamento, né funziona sulla base dei voti democratici.
È invece un’esperienza spirituale, dove il libero confronto è autentico e può arrivare a precise scelte solo se guidata dallo Spirito Santo.Un’esperienza che esige silenzio e di non parlare di favole o di bugie (Non si udiva in tanta moltitudine niuno parlare favole o bugie): oggi potremmo dire di non lasciarsi affascinare dalle fake news e distrarre dai social.

Si dice poi che i frati erano “occupati nel ragionare di Dio” o anche nel “ragionare della salute delle anime”.

Ragionare di Dio non significa tanto la riflessione teologica su Dio – che pure ci vuole ed è importante nella Chiesa -, ma il confrontarsi su ciò che sta a cuore a Dio, sul suo disegno di salvezza, sul suo progetto d’amore. Questo deve stare a cuore alla Chiesa, a ogni comunità cristiana. Ma che cosa ci sta a cuore? È ciò che sta a cuore a Dio? Cioè il suo Regno, il suo proposito di salvezza, di grazia e di amore? Ragionare delle cose di Dio: ecco ciò che conta. Andando anche nelle scelte concrete e nella quotidianità della nostra vita. Colpisce il fatto che nei Vangeli Gesù parli del Regno di Dio, in particolare nelle parabole, partendo sempre dall’esperienza della vita di ogni giorno fatta di relazioni, di lavoro, di cibo, di gioie e di tristezze.

Un’altra attività dei frati con Francesco è il pianto sui peccati: “piagneano i peccati loro o dei loro benefattori”. Può sembrare qualcosa di lontano dalla nostra sensibilità, ma è importante. Piangere i peccati non significa non avere fiducia nel perdono di Dio, né tanto meno piangere per i castighi di Dio. Quanto piuttosto acquisire la consapevolezza che si sono fatte scelte sbagliate per noi stessi, che si è tradita anzitutto non una la legge astratta di Dio, ma la nostra stessa natura di figli. Si tratta in realtà del pianto di un figlio che ritorna alla casa paterna e che mescola le sue lacrime con quelle di amore e di tenerezza del padre e per questo diventa un pianto di liberazione e di un amore ritrovato. Ed è bello piangere anche insieme per i nostri peccati collettivi, di cui non abbiamo la consapevolezza di una responsabilità individuale, ma che sentiamo come nostri: quando affonda una barca nel mediterraneo, quando tanti bambini nel mondo muoiono ancora di fame, quando in molti paesi c’è la guerra e lo sfruttamento … certo non è colpa di ciascuno di noi, ma è comunque un peccato collettivo di cui tutti partecipiamo.

Infine il testo delle fonti francescane ricorda un altro atteggiamento dei frati: dice che erano occupati “in esercizi di carità”. Vivere la carità, vivere l’amore: è ciò che alla fine conta. Viverloall’interno della Chiesa, mentre sinodalmente si cerca la volontà di Dio. Viverlo dentro la comunità soprattutto a favore dei più fragili, dei più piccoli, dei poveri. Viverlo fuori dei confini visibili della Chiesa verso tutti, perché, lo ricorda sempre papa Francesco in una sua enciclica che riprende una frase di san Francesco, tutti siamo fratelli.

Sono sicuro che avete notato come, diversamente dal mio solito, non ho ripreso i brani della Scrittura che la liturgia oggi ci offre. Ma sono convinto che la Parola di Dio è presente in molti luoghi, anche nella esperienza dei Santi e di chi ha condiviso con loro l’avventura cristiana. Anche di Francesco e dei suoi frati riuniti in capitolo, testimoni per noi di come si può essere realmente Chiesa sinodale.  

+ vescovo Carlo