Le prime tre dignità del Capitolo: la storia

lunedì 16 gennaio 2017

Molto anticamente nei conventi, nelle abbazie e nelle cattedrali, un piccolo gruppo di chierici e di religiosi più colti degli altri, solevano riunirsi in chiesa a date ore del giorno ed anche della notte per pregare ed ascoltare la lettura di un capitolo della Bibbia.
Ben presto coloro che “…andavano al capitolo”, così si diceva, finirono per diventare un collegio di dotti ed esperti, che sotto l’autorità del Superiore o del Vescovo partecipavano al governo delle abbazie o delle diocesi. Fu così che quelli che andavano “al Capitolo” costituirono quella struttura ecclesiastica che oggi noi chiamiamo Capitolo. Infatti il canone 503 del nuovo Codice di diritto canonico recita così: “Il Capitolo dei Canonici è il collegio di sacerdoti ai quali spetta assolvere alle funzioni liturgiche più solenni nella chiesa cattedrale; spetta inoltre al Capitolo cattedrale adempiere i compiti che gli vengono affidati dal diritto o dal vescovo.
Secondo il Codice precedente, quello promulgato da papa Benedetto XV nel 1918, i Capitoli avevano molta importanza nel governo delle diocesi, perché tutti i problemi e questioni di carattere amministrativo e pastorale, il vescovo li doveva passare al Capitolo per l’approvazione “de consensu Capitoli”, o semplicemente per un parere “au-dito Capitulo”.
Oggi il vescovo ascolta il Collegio dei Consultori, che fa le veci del Capitolo, ma a questi il vescovo non chiede mai approvazione del suo operato, soltanto consigli.
Il Capitolo della nostra chiesa metropolitana di Gorizia, fu ufficialmente istituito assieme alla nuova arcidiocesi, il 30 luglio 1752 in forza della Bolla di papa Benedetto XIV “Sacrosanctae militantis Ecclesiae”, datata in Roma il 18 aprile 1752. Siccome allora il duomo divenuto cattedrale, aveva per titolari “L’esaltazione della Croce” e “san Vito martire” così anche il nuovo Capitolo ne ereditò il Titolo, per cui anche oggi lo stemma gentilizio del Capitolo, approvato dall’Ufficio araldico del governo imperiale austriaco, è uno scudo sannitico che nello spaccato superiore reca l’aquila imperiale austriaca su fondo oro, mentre nel semipartito inferiore si vede la Croce del Calvario e San Vito nel pentolone, il tutto sormontato dal galero verde; sotto lo scudo c’è la croce d’oro come è disegnata nella bolla di nomina.
Il nuovo Capitolo Metropolitano che per gratitudine all’imperatrice Maria Teresa, volle fregiarsi dell’attributo “Teresiano”, fu costituito da tre Dignità, cinque Canonici e sei mansionari.

Il Preposito
La prima dignità è il Preposito, cioè il Capo del Capitolo, su cui esercitavano il diritto di patronato i Baroni Codelli di Mossa che avevano dotato la Prepositura di cospicui beni ed avevano anche donato il loro palazzo di Gorizia quale sede ed abitazione degli Arcivescovi.
Dieci furono i Prepositi che si susseguirono a capo del nostro Capitolo e precisamente:
– Pollini Pietro (1752-1770),
– Codelli Pietro (1771-1802),
– Urbancig Luca (1822-1833),
– Codelli Agostino (1833-1880),
– + Valussi Eugenio (1880-1886),
– + Iordan Andrea (1886-1902),
– Faidutti Luigi (1902-1931),
– Pividor Eugenio (1935-1954),
– Soranzo Giusto (1955-2000)
– Ristits Luigi (2000-2010)
Di questi dieci Prepositi due divennero vescovi e precisamente Valussi, arcivescovo di Trento nel 1886, e Iordan, arcivescovo di Gorizia nel 1903.

Il Decano
La seconda dignità capitolare è il Decano che veniva eletto in base del giuspatronato dei marchesi di Montecuccoli di antica famiglia toscana ma che aveva anche diramazioni in Austria.
Ecco la lista dei Decani del nostro Capitolo:
– + Edling Rodolfo (1752-1774) – che poi fu arcivescovo di Gorizia -,
– Ansizio Andrea (1774-1784),
– Strassoldo Ferdinando (1790-1829),
– Rainis A. Lorenzo (1829),
– Slabus Matteo (1830-1852),
– Mosetich Giobatta (1853-1863),
– Urdich Antonio (1865),
– Budau Giovanni (1867-1878),
– Mercina Francesco Saverio (1878-1897),
– Tomsig Luigi (1898-1911),
– Sion Leonardo (1911-1933),
– Tarlao Giovanni (1935-1960),
– Velci Giuseppe (1961-1982),
– Ristits Luigi (1982-2000)
– Zorzin Armando (dal 2017)

Scolastico
La terza dignità del nostro Capitolo è lo “Scolastico” che anticamente veniva anche chiamato “Primicerio”, perché era il primo dei notai il cui nome era scritto sulle tavole di cera che allora si usavano nelle cancellerie, quindi “Primicerio” cioè il primo “incerato”.
Nel nostro Capitolo oltre che “Primicerio” lo si chiamava anche “Custode”, avendo il compito di amministrare e custodire tutti i beni mobili e immobili del Capitolo; però, dopo la riforma delle scuole voluta dall’imperatrice Maria Teresa, a questo canonico, chiamato quindi “scolastico”, venne assegnato il compito di Ispettore di tutte le scuole della diocesi. Il Canonico Scolastico può ancor oggi fregiarsi del titolo di “Abbate di Beligna”, perché all’inizio ebbe in dotazione parte dei beni dell’abbazia di Beligna che si trovava fra Aquileia e Belvedere.
Venti furono i canonici scolastici e cioè:
– Ansizio Tomaso (1752-1764),
– Bosizio Antonio (1781-1801),
– de Bertis Alberto (1801-1802),
– Strassoldo Francesco (1803-1816),
– Jereb Giuseppe (1819-1827),
– Stanig Valentino (1828-1847),
– Filey Pietro (1858-1864),
– Budau Giovanni (1865-1867),
– Castellani Domenico (1867-1887),
– Tuni Giuseppe (1887-1896),
– Bensa Stefano (1896-1900),
– Kafol Stefano (1900-1907),
– Wolf Giovanni (1908-1917),
– Tarlao Giovanni (1921-1935),
– Kren Giovanni (1935-1944),
– Brumat Federico (1945-1950),
– Velci Giuseppe (1951-1961),
– Ristits Luigi (1961-1964),
– Fabbro Ettore (1964-1998),
– Bertotti Bartolomeo (1999-2001)
– Sudoso Ignazio (dal 2017)

Ancora una curiosità, forse la più interessante. Per ogni canonico, dopo la nomina, avviene l’investitura da parte del vescovo o di un suo delegato, durante la quale, il neo canonico riceve vesti ed insegne canonicali e quindi gli viene assegnato il suo posto nel coro; poi tutto il Capitolo si raduna nella sala capitolare dove il vescovo o il Preposito “apre la bocca” al nuovo canonico, cioè gli dà “la voce”, gli permette di parlare e di partecipare in pieno all’attività del Capitolo. Ancor oggi per indicare che un individuo vale poco o addirittura niente, si dice di lui che “ha poca voce in Capitolo” o “non ha alcuna voce in Capitolo”.

don Bartolomeo Bertotti
(da Voce Isontina, 10.07.1999)