Due percorsi verso la luce

domenica 22 marzo 2020

Domenica 22 marzo 2020, quarta di Quaresima il vescovo Carlo ha presieduto la messa in cattedrale nel ricordo anche dell’Arcivescovo emerito mons. DeAntoni ritornato un anno fa alla Casa del Padre.

Il Vangelo di oggi ci presenta due percorsi di venire alla luce da parte di un uomo: un acquistare la vista fisica e un arrivare alla luce della fede.

Il primo percorso è in fondo semplice, poco faticoso. Non è istantaneo, come succede con altri miracoli di Gesù, ma quasi. Si tratta di percorrere qualche centinaio di metri da una delle porte del tempio, dove l’uomo, cieco dalla nascita, sedeva a mendicare, per arrivare alla piscina di Siloe. Probabilmente accompagnato da qualcuno – l’uomo è cieco e per di più porta sugli occhi il fango spalmatogli da Gesù –, quel mendicante arriva a Siloe, si lava e vede. Possiamo immaginare la sua gioia e il suo stupore nelvedere le cose che fino ad allora aveva solo immaginato, toccato, sentito, annusato.  

Il secondo percorso è invece lungo, difficile, pieno di ostacoli, di incomprensioni e di avversari. Da subito gli altri, invece di gioire con il cieco per la vista che gli era stata donata, mettono in dubbio tutto, persino la sua identità: “tu non sei il solito mendicante cieco cui gettavamo qualche monetina entrando nel recinto del tempio, sei sicuramente un altro…”. “Ma come?Ci vedo, ma per il resto ho la stessa faccia di prima, ho la stessa tunica, la stessa bisaccia dove metto dentro i soldi e un pezzo di pane… Non è possibile che io sia cambiato in pochi minuti…”.

Poi – ed è il turno dei farisei – mettono in dubbio anche l’identità di chi gli ha donato la vista. Per il cieco risanato, che inizialmente si riferisce a lui come all’uomo Gesù, chi lo ha guarito “è un profeta”. Per alcuni dei farisei che lo interrogano non può essere un profeta, ma un peccatore che non osserva il sabato.

C’è un terzo passaggio doloroso: il pratico disconoscimento da parte dei genitori. Non possono negare che l’uomo sia loro figlio e che sia nato cieco, ma non vogliono avere alcuna responsabilità. Possiamo immaginare la delusione dell’uomo, che per la prima volta vede i suoi genitori di cui fino ad allora aveva solo sentito la voce e immaginato i lineamenti: pensava di festeggiare con loro e invece è da loro totalmente abbandonato.

Un ultimo passaggio è la cacciata dalla sinagoga, dalla comunità: il cieco miracolato ribadisce la sua convinzione che il suo guaritore  viene da Dio, ma per questo viene apostrofato come peccatore da parte dei giudei e viene cacciato (per altro anche i discepoli all’inizio avevano qualche dubbio che la sua cecità fosse legata al peccato…).

L’itinerario però non finisce qui: a questo punto c’è il secondo incontro con Gesù. Un incontro non casuale: Gesù viene a sapere della cacciata e va in cerca dell’uomo. Sono significative le parole che Gesù gli rivolge. Non gli dice: “mi dispiace per come ti hanno trattato…” o “posso aiutarti? Hai bisogno di qualcosa?…”, ma gli rivolge una domanda diretta e inaspettata: «Tu, credi nel Figlio dell’uomo?». La risposta è sincera: «E chi è, Signore, perché io creda in lui?». E’ una risposta che già contiene la fede perché l’uomo si rivolge a Gesù chiamandolo “Signore”. E a fronte della replica di Gesù: «Lo hai visto: è colui che parla con te», ecco la confessione di fede: «Credo, Signore!». Il secondo itinerario termina qui, con il riconoscere in Gesù non solo un uomo, un profeta, uno che viene da Dio, ma il Figlio dell’uomo e il Signore. Solo a questo punto il cieco è arrivato alla luce. La luce è Gesù. Lui infatti aveva detto all’inizio ai discepoli: «sono la luce del mondo».

Il cammino del cieco verso la fede è raccontato nel Vangelo di Giovanni probabilmente con l’intento di essere la descrizione dell’itinerario che deve essere percorso da chi chiede il Battesimo: i temi dell’acqua, della luce, della scelta di fede sono evidentemente battesimali. Può essere allora visto come il catecumenato, come il cammino che tre giovani della nostra diocesi stanno compiendo per arrivare al Battesimo, speriamo nella prossima Pasqua o quando il Signore vorrà. Ma può essere visto anche come l’itinerario che deve percorrere chi è stato battezzato nei primi giorni o settimane di vita: gli è stata donata la luce, sulla base della fede dei suoi genitori e dell’intera Chiesa, ma deve progressivamente scoprire “chi” gli ha fatto quel dono. La catechesi, i sacramenti dovrebbero scandire questa crescita nella fede, questo conoscere progressivamente chi è Gesù, per arrivare a un’adesione convinta e adulta a Lui.

Anche questo itinerario non è facile: ci sono molti ostacoli dentro e fuori di noi che ci impediscono di arrivare a una fede solida e sincera. Finora gli avversari alla maturazione nel cammino di fede sono stati, per esempio, la superficialità, la dissipazione del mondo contemporaneo, il poco impegno, la ricerca facile del piacere, del successo, della realizzazione dei propri desideri,… E’ facile perdersi e restare battezzati – perché il sacramento non si cancella – ma non credenti.

Oggi questi ostacoli stanno improvvisamente svanendo, lo sappiamo bene. E’ quindi un momento facile per la fede? Può darsi, ma non dobbiamo illuderci. Ci sono altri ostacoli che possono rallentare il nostro cammino: la paura, l’angoscia, il ripiegamento egoistico su noi stessi, l’incapacità di sopportare gli altri divenuti improvvisamente così lontani (quelli fuori) o così troppo vicini (quelli che abitano con noi), la poca voglia di pregare, la sfiducia, il dolore per la malattia e la morte dei cari o di chi comunque conosciamo, ecc. No, non è facile crescere nella fede neppure oggi e neppure in queste circostanze che tuttora ci fanno sentire senza punti di appoggio, quasi in preda alla vertigine come se fossimo su un mondo che sta franando.

Che cosa fare? Dal cieco guarito mi pare ci vengono suggeriti tre atteggiamenti. Il primo è avere un atteggiamento di verità e di onestà: dobbiamo essere noi stessi, davanti a noi, agli altri e al Signore. Così come siamo, riconoscendo quello che siamo: con le nostre paure, ansie, angosce, ma anche con l’insopprimibile speranza che abbiamo dentro…; con i nostri egoismi, i nostri ripiegamenti, ma anche con la ritrovata capacità di commuoverci, di provare compassione per gli altri, di avere il desiderio di fare qualcosa di utile. Il secondo atteggiamento proprio di quell’uomo è la costanza e la perseveranza: non si lascia bloccare da nessuno, anche se gli altri non capiscono e se pure lui non capisce tutto subito. Infine, il terzo è quello di farsi incontrare dal Signore che ci viene a cercare e magari ci cerca proprio quando tutto sembra compromesso. E dirgli: “Credo, Signore”.

Tre atteggiamenti che non ci possiamo creare da soli: sono un dono da chiedere, con forza, sapendo che il Signore sa prima di noi ciò di cui abbiamo bisogno. Del resto il cieco non gli ha chiesto, come altri nel Vangelo, di vedere: è Gesù che si è accorto di lui e della sua miseria. E volete che oggi non si accorga anche di noi e della nostra condizione?    

+ vescovo Carlo