“E noi che cosa dobbiamo fare?”

martedì 11 dicembre 2018

Sof 3,14-17; Fil 4,4-7; Lc 3,10-18

La domanda si ripete ma è sempre la stessa, mutano gli interlocutori: le folle, i pubblicani e i soldati. Tre diverse tipologie sociologiche, diverse persone che operano nel loro ceto sociale, nel loro specifico ruolo.
La risposta di Giovanni si adegua a qualche gruppo? Dimostra cedevolezza o, peggio, concessione a chi può meglio avvantaggiarlo?
Il profeta del deserto non guarda in faccia nessuno. Con estremo coraggio mette un interlocutore dopo l’altro dinanzi alla sua propria ed ineludibile responsabilità.
A chi volesse poi evitarla, sarebbe bastato non porre la domanda e voltare le spalle a Giovanni.
Quindi già la domanda è indice di desiderio, di volontà di sequela, di mutamento. Non sappiamo se e come folle, pubblicani e soldati abbiano risposto non a parole ma con i fatti, perché ogni proposta è una lama che taglia e costringe a eseguire.
Alla folla è proposta la condivisione dei propri beni, siamo sulla linea dell’avere, del cinquanta per cento. Giovanni non vuole rendere misero chi ha ma vuole che acquisti consapevolezza di condivisione: se posseggo due tuniche, una può essere ceduta a chi non possiede nulla. Non per mercanteggiare, per fare calcoli meschini ma per portare tutti ad un livello di benessere che sia umano.
Ai pubblicani Giovanni chiede di attuare la coerenza con quanto stabilito, una giustizia puramente umana, legale. Non invita alla sovversione, alla ribellione chi deve accettare l’agire dei pubblicani mentre esorta questi ultimi a comportarsi senza tornaconti, senza “pizzi” di sorta ma semplicemente attenendosi alle leggi umane, all’onestà specchiata.
Ai soldati chiede di non usare la forza bruta, l’imperiosità che proviene dalla loro divisa e dalla loro appartenenza. Se si viene maltratti la cedevolezza diventa miseria e la dignità umana calpestata.
Viene così abolito il potere di sottomettere in forza della potenza, della violenza legale.
A ben vedere, Giovanni per far accedere al dono del Battesimo dell’acqua non si muove su di un terreno eroico, straordinario al massimo, chiede soltanto quanto caratterizza l’umano vivere. Ha coscienza del suo ruolo, di quanto lo Spirito gli chiede e non si sovrappone a Colui che è più forte di lui e che nello Spirito eliminerà, ridurrà a cenere quanto sarà toccato dal suo fuoco. Il monito è insindacabile e non si può sfuggire: la paglia finirà dove deve finire, nel nulla. Dobbiamo volere non essere paglia.

Cristiana Dobner