E se Giobbe si sbagliasse?

giovedì 2 novembre 2017

Giovedì 2 novembre l’arcivescovo Carlo ha presieduto il rito di Commemorazione di tutti i defunti in Cattedrale a Gorizia. Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata nell’occasione.

E se Giobbe si sbagliasse? Se le sue affermazioni – «Io so che il mio redentore è vivo e che, ultimo, si ergerà sulla polvere! Dopo che questa mia pelle sarà strappata via, senza la mia carne, vedrò Dio. Io lo vedrò, io stesso, i miei occhi lo contempleranno» – fossero solo una sua fantasia? Magari nata in un momento di delirio per il troppo dolore? E, venendo a noi, chi ci assicura che la nostra speranza nella vita al di là della morte, per noi e per i nostri cari, è ben fondata, non è una pia illusione?

Siamo qui al cuore della questione della fede cristiana: perché se la nostra fede è illusoria proprio a proposito della morte e, quindi, della vita, allora siamo perduti. A che cosa ci serve una fede che magari ci offre anche qualche indicazione per vivere onestamente e con un minimo di dignità, se poi il tutto finisce in niente? Ma su cosa si basa la nostra fede? Dobbiamo dirlo con chiarezza: non su fantasie, non su sogni, ma su Gesù di Nazaret, sulla sua Parola, sulla sua vita, sulla sua morte e risurrezione, sulla  comunione di Lui, il Figlio, con il Padre nello Spirito, comunione in cui vuole inserire anche noi.

Anzitutto sulla sua Parola. Quella del Vangelo di oggi è molto esplicita ed esprime la sua volontà che è quella del Padre. Dopo aver detto che è disceso dal cielo per fare la volontà del Padre, aggiunge infatti: «questa è la volontà di colui che mi ha mandato: che io non perda nulla di quanto egli mi ha dato, ma che lo risusciti nell’ultimo giorno. Questa infatti è la volontà del Padre mio: che chiunque vede il Figlio e crede in lui abbia la vita eterna; e io lo risusciterò nell’ultimo giorno». Parole chiarissime: noi tutti siamo affidati dal Padre a Gesù e Lui non vuole perderci, ma farci risorgere e vivere per sempre. Certo, la cosa non è automatica: esige il vederlo e credere in Lui. Qualcosa che è richiesto a ogni uomo e a ogni donna, non solo ai cristiani. La vita eterna non è una nostra esclusiva, perché tutti gli uomini sono chiamati a diventare figli di Dio, a essere salvati e risorti. Questo vale per chi è in vita oggi, per chi lo era ieri – come i nostri cari defunti – e per chi verrà al mondo un domani. Come avvenga questa chiamata, come avvenga l’adesione di fede di ogni uomo che nasce sulla terra, non ci è dato di saperlo. Noi cristiani sappiamo però in che modo noi possiamo e dobbiamo credere. E questo ci mette sulle spalle una grande responsabilità.

A questo punto si potrebbe obiettare che la parola di Gesù non basta. Quante parole si dicono al mondo e quanto poche sono quelle credibili… Come facciamo a fidarci della parola di Gesù? Come facciamo a sapere che è vera e non ci imbroglia? La risposta ci viene dalla vita di Gesù o, meglio, dalla sua morte. Gesù per realizzare la volontà salvifica del Padre è infatti morto per noi. Una morte che è stata un gesto d’amore, il più grande. Un gesto che ha sconfitto alla radice il nostro rifiuto dell’amore, rifiuto che ha raggiunto il suo apice quando abbiamo inchiodato in croce il Figlio di Dio. Quanto scrive l’apostolo Paolo ai Romani – lo abbiamo ascoltato nella seconda lettura – ci spiega molto bene tutto questo. Dopo aver constatato che «a stento qualcuno è disposto a morire per un giusto; forse qualcuno oserebbe morire per una persona buona», l’apostolo osserva: «ma Dio dimostra il suo amore verso di noi nel fatto che, mentre eravamo ancora peccatori, Cristo è morto per noi». La conseguenza è la nostra salvezza: «Se infatti, quand’eravamo nemici, siamo stati riconciliati con Dio per mezzo della morte del Figlio suo, molto più, ora che siamo riconciliati, saremo salvati mediante la sua vita». Cristo morto e risorto è quindi il fondamento della nostra fede nella risurrezione, nella vita che va al di là della morte. Giobbe lo aveva intuito profeticamente parlando di un redentore vivo. Ora sappiamo il nome di quel redentore: Gesù.

La nostra fede in Lui, però, non si limita a un’adesione al fatto della sua morte e risurrezione che ci dona salvezza. Questa salvezza, infatti, consiste nel partecipare alla vita stessa di Dio, nell’entrare in comunione con Lui. Ciò è reso possibile non dal nostro impegno, ma dal dono dello Spirito Santo. Ancora una volta è l’apostolo Paolo a comunicarcelo: «l’amore di Dio è stato riversato nei nostri cuori per mezzo dello Spirito Santo che ci è stato dato». Abbiamo dentro di noi lo Spirito di Dio, partecipiamo alla sua stessa vita che è amore: per questo siamo destinati a vivere per sempre. Se in noi c’è la vita di Dio, come è possibile morire? Certo, la morte resta, ma non è più la fine, ma solo un passaggio. Ricordate quanto ci diceva l’apostolo Giovanni nella seconda lettura di ieri? Ci diceva che noi siamo già ora figli di Dio e ciò che diventeremo sarà la manifestazione piena della nostra comunione con Dio. Dal nostro battesimo siamo diventati figli di Dio e può un figlio di Dio morire? Non so se avete mai notato il collegamento tra il funerale e il battesimo, attraverso in particolare, oltre che le preghiere, i segni del cero pasquale e dell’aspersione con l’acqua. Come per dire che le esequie non sono un triste rito di commiato, ma un affidare alle braccia del Padre chi è diventato per sempre suo figlio, sua figlia.

Ricordiamo stasera i nostri cari defunti. Dovremmo dire con più precisione che stasera siamo in comunione con figli e figlie di Dio che ci hanno preceduto su questa terra, figli e figlie per i quali il Figlio, Gesù Cristo, è morto sulla croce perché abbiano la vita per sempre. Giobbe allora non si sbagliava e anche noi oggi non ci sbagliamo se consideriamo vivi in Cristo coloro che sono già passati attraverso la morte terrena. Sulla base di questa fede li sentiamo vicini, possiamo pregare per loro come loro pregano per noi.

Ma possiamo e dobbiamo pregare anche per tutti i defunti dei quali, come dice una preghiera eucaristica rivolgendosi al Padre, “solo tu hai conosciuto la fede”. I morti per malattia, per disgrazie, per guerre, per violenza, ecc.: insomma tutti i morti che affidiamo con fiducia alla misericordia del Signore.

† Vescovo Carlo