Essere pastori ed il caso serio della croce

venerdì 14 settembre 2018

Venerdì 14 settembre 2018, in Cattedrale a Gorizia, l’arcivescovo Carlo ha presieduto il rito durante il quale ha consegnato il mandato ai nuovi parroci. Alla presenza di fedeli provenienti da tutta la diocesi, mons. Redaelli ha ascoltato il giuramento di fedeltà (con le mani posate sui Santi Vangeli), emesso dai nuovi parroci al momento di assumere un ufficio da esercitare a nome della Chiesa ed ha tenuto l’omelia che pubblichiamo di seguito. 

 

Narra la leggenda medievale, raccolta da Jacopo da Varagine, che in una scorreria degli unni venissero catturate e uccise undicimila vergini, tra cui la più famosa era sant’Orsola. In realtà erano undicimila e una, perché una, di nome Cordula, si era salvata nascondendosi in una nave. Si nascose però solo per una notte, perché il giorno dopo comprese che come cristiana non poteva sottrarsi al martirio. Si consegnò perciò ai barbari e venne uccisa. Apparirà poi in sogno a una monaca e chiederà di venire ricordata liturgicamente il giorno dopo le altre undicimila.

Nel 1966, in un momento in cui la proposta cristiana rischiava di essere intesa in senso generico all’interno di una visione del mondo ottimistica e aperta a un radioso futuro, il teologo Balthasar scrive un saggio divenuto famoso (e giunto ormai alla settima edizione): Cordula o il caso serio, in cui partendo dalla leggendaria vicenda di Cordula, sostiene che l’unico criterio di autenticità per la fede, il caso serio, è la croce di Cristo, dove si rivela la gloria di Dio nel dono di sé da parte del Figlio.

La festa di oggi e il brano di Vangelo che abbiamo ora ascoltato ci propongono esattamente questo. Nel Figlio dell’uomo innalzato come il serpente nel deserto si comprende che «Dio infatti ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito». E perché lo ha dato? «Perché chiunque crede in lui non vada perduto, ma abbia la vita eterna». «Dio, infatti, non ha mandato il Figlio nel mondo per condannare il mondo, ma perché il mondo sia salvato per mezzo di lui». La croce è il caso serio. Come si esprime il motto dei certosini: “stat crux, dum volvitur orbis”, la croce è ciò che è fermo e decisivo per il mondo. Tutto il resto passa e trova senso in riferimento alla croce di Cristo.

Qual è il compito di chi diventa pastore di più comunità riunite in unità pastorale? Attuare il mandato del Risorto, che sarà in particolare il riferimento per il nostro cammino diocesano quest’anno e poi per la visita pastorale: «come il Padre ha mandato me, anch’io mando voi». Ma si è mandati ad annunciare e testimoniare non semplicemente il Risorto, ma il Crocifisso Risorto. Proprio il riferimento alla croce può portare speranza a tutte le croci che incontrerete nella vostra attività pastorale e a cui vi metterete accanto con tenerezza e misericordia: malattie, sofferenze, lutti, divisioni, delusioni, disperazioni. Non mancano in ogni comunità. Insieme a peccati, a tensioni, a invidie, a gelosie, a cattiverie. Realtà che sono dentro anche a ciascuno di noi – lo sappiamo bene – e anche dentro il nostro presbiterio. Per questo siamo chiamati ad annunciare una salvezza, un perdono di cui per primi continuamente abbiamo bisogno.

Il caso serio della croce, quindi, ma potremmo dire anche il caso serio della santità. Ieri, papa Francesco parlando ai neo-vescovi – ma la cosa si può estendere anche ai neo-parroci – diceva: «Abbiamo quasi “per caso” trovato il tesoro della nostra vita e perciò siamo chiamati a vendere tutto per custodire il campo nel quale si nasconde questa inesauribile miniera (cfr Mt 13,44). È necessario quotidianamente riprendere in mano tale prezioso dono, nella sua luce cercare la luce (cfr Sal 35,10) e dal suo volto lasciarsi trasfigurare. Vi parlo qui del più urgente dei vostri compiti di Pastori: quello della santità!».

E più oltre ricordava: «non siamo noi all’origine della nostra “porzione di santità”, ma è sempre Dio. È una santità piccina, che si nutre dell’abbandono nelle sue mani come un bimbo svezzato che non ha bisogno di chiedere la dimostrazione della prossimità materna (cfr Sal 131,2). È una santità consapevole che nulla di più efficace, più grande, più prezioso, più necessario potete offrire al mondo della paternità che è in voi. Incontrandovi, ogni persona possa almeno sfiorare la bellezza di Dio, la sicurezza della sua compagnia e la pienezza della sua vicinanza. […] Non serve la contabilità delle nostre virtù, né un programma di ascesi, una palestra di sforzi personali o una dieta che si rinnova da un lunedì all’altro, come se la santità fosse frutto della sola volontà. La sorgente della santità è la grazia di accostarci alla gioia del Vangelo e lasciare che sia questa a invadere la nostra vita, in modo tale che non si potrà più vivere diversamente».

Il compito che vi viene affidato oggi è diverso da quello che veniva chiesto in passato ai parroci. Siete, infatti, chiamati a diventare responsabili delle nascenti unità pastorali. Come ho già sottolineato più volte, è importante che la scelta di questo nuovo modo di essere Chiesa sul territorio non sia vista come una pura questione organizzativa legata a una situazione di necessità dovuta alla diminuzione e invecchiamento del presbiterio. Dovrebbe essere invece l’occasione per una svolta – certo progressiva e non immediata come tutte le realtà serie della pastorale e della vita – nel modo di testimoniare e vivere il Vangelo dentro la nostra Chiesa.

La lettera pastorale di quest’anno vuole essere in questo un aiuto. Anzitutto richiamando la priorità della Parola di Dio, che deve essere il criterio fondamentale anche per il discernimento pastorale, oltre che “lampada per i passi e luce sul cammino” della vita di ciascuno, come afferma il salmo 118 (v. 105).

Nella lettera poi troverete anche indicazioni precise per le unità pastorali. Soprattutto circa i quattro obiettivi che devono perseguire. Per prima cosa la comunione, dentro e tra le comunità coinvolte in ciascuna unità pastorale, ma anche all’interno della Diocesi e, tramite essa, della Chiesa italiana e universale. Una comunione che deve diventare ancora più forte e significativa anche all’interno del presbiterio. Proprio i passaggi di testimone che avvengono oggi, dovrebbero evidenziare ancora di più una fraternità tra i sacerdoti. Una fraternità molto concreta, che significa inserirsi senza giudizi affrettati ma con molta riconoscenza nel lavoro di chi vi ha preceduti; essere disponibili a offrire aiuto, informazioni, suggerimenti a chi subentra; essere attenti fin dall’inizio a sviluppare simpatia, attenzione reciproca, stima, sostegno tra i sacerdoti, i diaconi e i religiosi membri di ogni équipe cui è affidata l’unità pastorale.

Anche il tema della missione è assolutamente decisivo e impone di rivedere anche dove vanno tempo, risorse e impegni nella nostra pastorale: se sempre rivolti all’interno e alle stesse persone o se, invece, realmente attenti e accoglienti verso tutti coloro che vivono sul territorio dell’unità pastorale o entrano comunque in contatto con essa.

C’è poi il grande impegno della ministerialità, che non deve essere inteso in senso strumentale: siccome sono pochi i sacerdoti, ecco che occorre appellarsi all’impegno dei laici. Invece occorre un impegno di tutti, affinché a partire dal Battesimo cresca una reale responsabilità di ogni fedele dentro e fuori la comunità cristiana e si possano delineare dei concreti ministeri a servizio del Vangelo.

Infine, l’ultimo obiettivo dell’unità pastorale – richiamato nella lettera pastorale di quest’anno – dovrebbe essere quello di una più significativa incidenza nell’ambito sociale. Un’incidenza non fatta di pretese o basata su velleitari desideri di ripristinare un qualcosa di simile al regime della societas christiana, quanto piuttosto un mettersi a servizio, anche con la necessaria profezia, della società in un atteggiamento di rispetto, di dialogo e, dove possibile, di cordiale collaborazione con altri e con le istituzioni.

Sempre nella lettera pastorale ricordo uno strumento che, mi auguro, potrà essere di aiuto per voi e per le comunità di cui diventate responsabili: la visita pastorale. Essa, se vedrà la presenza capillare del vescovo in ogni comunità solo a partire dal prossimo anno pastorale 2019-2020, comincerà già nel prossimo mese con il mio incontro con i consigli pastorali di ogni unità pastorale o parrocchia al fine di aiutare l’avvio delle unità pastorali e una maggiore attenzione alla Parola di Dio con il rafforzamento e la nascita dei Gruppi della Parola.

Come vedete il lavoro per tutti non manca: ma che cosa c’è di più entusiasmante di lavorare nella vigna del Signore? Anche con il caldo, la fatica, il sudore,… certo, ma con la gioia del Vangelo e l’attesa della piena venuta del Regno di cui la Chiesa è solo il segno e l’inizio.

Mentre vi ringrazio per la grande generosità con cui ciascuno di voi si è reso disponibile ad affrontare una ulteriore tappa del proprio itinerario sacerdotale in una nuova stagione impegnativa, ma sono certo anche feconda, del cammino della nostra Chiesa, vorrei augurarvi in conclusione di essere santi sapendo che il caso serio della vostra vita non può essere che la croce di Cristo, il suo amore da accogliere, annunciare e testimoniare nella gioia.

Vi assicuro il mio ricordo quotidiano nella preghiera e – copiando da papa Francesco – anch’io chiedo di pregare per me.

+ vescovo Carlo

 © Fotografia di Pierluigi Bumbaca e U.C.S. Arcidiocesi di Gorizia – Riproduzione vietata