Guardando a noi è come se Dio guardasse in uno specchio

lunedì 16 maggio 2016

Si è svolta venerdì 13 maggio 2016 nella Basilica di Aquileia la Veglia di Pentecoste. Erano presenti circa 300 giovani e adulti. La serata di invocazione dello Spirito Santo è stata piuttosto dinamica tra ricordo del battesimo nel battistero, ingresso in basilica attraverso la Porta della Misericordia, letture della Parola di Dio, parola del vescovo, preghiera di intercessione, testimonianze… Sono state soprattutto le testimonianze i momenti forti di questo incontro: racconti semplici e di persone vicine, ma che hanno aiutato a comprendere come la vita nello Spirito si collochi nel quotidiano.

Anche il coinvolgimento dei giovani che parteciperanno alla Giornata Mondiale della Gioventù di Cracovia è stato significativo. Alla GMG dalla nostra diocesi ci saranno circa 120 giovani che andranno con l’organizzazione del Servizio diocesano di Pastorale Giovanile e circa 50 giovani che faranno un itinerario specifico insieme al Cammino Neocatecumenale. A tutti loro sono stati affidati dei coetanei per cui pregare ed è stata consegnata la conchiglia per ricordarsi lo spirito del pellegrinaggio.

Questo il testo dell’intervento del vescovo Carlo.

“Ho visto che tra i giovani è presente anche qualche signora… Sicuramente ha una borsetta con dentro uno specchio: posso averlo?” “Grazie. Persino uno specchio con una luce incorporata, una meraviglia della tecnica…”.

Perché mi serve uno specchio? Perché vorrei soffermarmi con voi su una frase che mi ha colpito nella seconda lettura e su cui di solito non si riflette molto quando si legge l’inno alla carità contenuto nella prima lettera ai Corinti: «Ora vediamo come in uno specchio, in maniera confusa; ma allora vedremo faccia a faccia. Ora conosco in modo imperfetto, allora conoscerò perfettamente, come anch’io sono conosciuto» (1Cor 13,12).

Per comprendere quello che intende dire san Paolo occorre tenere presente che gli specchi di allora non erano così tecnologici come questo che ho in mano, ma erano alquanto rudimentali, spesso di metallo lucidato e magari non ben levigato: di chi si specchiava, davano spesso un’immagine sfuocata.

Dal contesto si capisce che Paolo sta parlando della nostra conoscenza di Dio, che qui sulla terra è confusa e imperfetta e che solo alla fine sarà invece completa, «faccia a faccia». Non si capisce bene allora come mai utilizzi l’esempio dello specchio, uno strumento che uno adopera per vedere se stesso e non un’altra persona. Sarebbe stato più chiaro se avesse impiegato l’esempio di una lente sporca o non precisa per dire che su questa terra noi conosciamo Dio come se lo vedessimo attraverso una lente sfuocata. Ma a suo tempo – aggiunge l’apostolo – i nostri occhi lo vedranno bene.

Invece san Paolo parla dello specchio: perché? Un indizio per trovare una risposta possiamo rintracciarlo nella seconda parte della frase, quando per dire che conosceremo Dio perfettamente, l’apostolo dice che ciascuno di noi lo conoscerà così bene come anche Dio conosce ciascuno di noi. La conoscenza di Dio e la conoscenza di noi sono quindi collegate: guardare in uno specchio, cioè guardare a noi stessi per vedere Lui non è una cosa sbagliata. Ma anche il contrario è corretto: guardare a Lui per vedere chi siamo.

A noi interessa anzitutto conoscerci, sapere chi siamo, più che conoscere Dio e sapere chi è Lui. Ci teniamo alla nostra immagine, a come apparire all’esterno, ma ci teniamo ancora più a quello che siamo per davvero. O forse no, anche per noi è importante non quello che siamo realmente, ma l’immagine che ci siamo fatta di noi e che gli altri hanno di noi.

Siamo in un mondo in cui conta molto l’immagine. In realtà è sempre contata anche quando non c’era photoshop per qualche ritocco o instagram per scambiarsi le foto. Ma oggi, rispetto al passato, ci sono tantissimi modi per apparire diversi e migliori da quello che siamo sia agli occhi degli altri sia ai nostri. C’è chi ci aiuta in questo, di solito in maniera interessata. Pensate a tutto il mondo della moda, che vive tutto sull’immagine che cerca di venderci, facendoci acquistare anche solo una maglietta o un paio di scarpe… Forse avete sentito di quella ragazza che ha girato molti negozi di abbigliamento e si è accorta facendosi i selfie nei camerini che questi con giochi di specchi, di luci e di musica tentano di far passare un’immagine piacevole di te che ti stai provando un paio di jeans o una maglietta, spingendoti a comprare qualcosa che poi quando la indossi a casa magari è di una taglia sbagliata e comunque non ti dà l’effetto promesso. Entrando in uno di quei camerini mi vedrei snello (non taglia 56, ma 52) e slanciato (più dei miei 1 metro e 75) …, ma poi non ci starei dentro nella giacca acquistata.

Perché tramite i vestiti, gli anelli, i tatuaggi, il modo di atteggiarsi, il nostro linguaggio, le nostre amicizie cerchiamo un’immagine migliore o comunque diversa di quello che siamo? Perché cerchiamo questa immagine e non vogliamo neppure sapere bene chi siamo? La risposta è facile: perché abbiamo paura, se siamo quello che siamo per davvero, di non venire amati e di non amarci neppure noi stessi. Vogliamo apparire più belli, più alti, più interessanti, più decisi, più furbi, più atletici, ecc. per un solo motivo: per essere amati e anche per amarci.

C’è però Qualcuno che non ha bisogno della nostra immagine bella per volerci bene, ma ci vuole bene così come siamo. Perché ci conosce più di quanto noi ci conosciamo. Del resto ci ha creati Lui. Ed è Dio. Non solo ci ha fatti Lui, ma ci ha creati a sua immagine e somiglianza. Guardando a noi e come se guardasse in uno specchio. Sì, forse un po’ deformato, ma che rimanda a Lui la sua immagine che siamo ciascuno di noi. Conoscere Dio è quindi conoscere noi stessi e gli altri: perché tutti siamo sua immagine. Lo siamo non in modo seriale, perché ciascuno di noi è unico, è speciale per Dio. E Dio ha un modo particolare per conoscerci ed è l’amore. Del resto anche tra le persone si può dire che conosce veramente solo chi ama.

Si capisce allora che il grande comandamento dell’amore è in realtà un modo di conoscere: amare Dio è conoscerlo, amare il prossimo è conoscerlo, amare il prossimo come noi stessi significa che anche noi ci amiamo e ci conosciamo per davvero. L’amore di Dio è lo Spirito Santo. Riceverlo come dono è ricevere la possibilità di amare e di conoscere, di amare conoscendo e di conoscere amando. Tutto questo nella verità, senza trucchi o imbrogli, così come siamo.

Chiediamo pertanto questa sera il dono dello Spirito Santo per sentirci amati, per amare a nostra volta e così conoscere Dio, conoscere gli altri e conoscere noi stessi. Conoscerci come immagini di Dio, conoscerci come suoi figli amati. E questo ci riempirà di gioia e di fiducia.

† Vescovo Carlo

 

Nel corso della serata sono state proposte ai partecipanti anche alcune significative testimonianze.

1.Testimonianza – Andrea e Teresa: perché battezzare nostra figlia?     

Siamo Teresa e Andrea, siamo stati invitati a testimoniare il perché abbiamo scelto di battezzare nostra figlia Caterina.

Io ho 28 anni, e sono insegnante di scuola elementare; Andrea ne ha 29, ed è perito agrario. Ci siamo sposati a ottobre 2013; ci eravamo conosciuti nel 2010: io avevo 22 anni, Andrea 23; due importanti esperienze per la nostra storia sono state la GMG di Madrid nel 2011 e il pellegrinaggio per giovani in Terra Santa nel 2012. La partecipazione al corso per fidanzati ad Assisi ha contribuito a maturare la scelta di sposarci e quindi a renderci disponibili ad accogliere la vita.

L’8 settembre 2014 è nata Caterina. L‘8 dicembre ha ricevuto il Battesimo, nella chiesa della nostra parrocchia. Abbiamo scelto di battezzarla durante la messa a cui di solito partecipiamo e animiamo. Oltre ai genitori, al padrino e alla madrina, infatti, c’era la comunità, che si è impegnata ad accogliere e a prendersi cura della sua crescita nella fede. Abbiamo scelto l’8 dicembre, giorno dell’Immacolata, per affidare Caterina in modo particolare a Maria, madre con la “M” maiuscola.

Perché abbiamo voluto battezzarla? Il dono del battesimo che abbiamo ricevuto per volontà dei nostri genitori è stato fondamentale e prezioso nel corso della nostra vita e ciò non ci ha fatto dubitare dell’offrirlo anche a nostra figlia. Attraverso questo sacramento l’abbiamo messa sulla Strada della fede, l’abbiamo resa figlia di Dio e crediamo che ciò la renda aperta alle grazie dello Spirito Santo, che la guiderà nel corso della vita.

Chiedendo il battesimo e offrendo questo dono, ci rendiamo conto della responsabilità che abbiamo come genitori di educarla alla fede; abbiamo il compito di introdurla alla preghiera fin da piccola, ancor prima di frequentare il catechismo; abbiamo il compito di farle scoprire la “chiesa domestica”.

2.Testimonianza – Christian: l’esperienza dello Spirito nella Confermazione    

Ciao a tutti. Mi chiamo Christian. Sono siciliano, ho 41 anni, sposato e sono titolare di un’impresa di costruzioni. Sono arrivato in Friuli 10 anni fa per seguire un cantiere presso lo stabilimento di Fincantieri e poi sono rimasto e… devo dire che mi trovo proprio bene qui!

Un anno fa, mentre stavamo ristrutturando un edificio di fronte la chiesa di Staranzano, ho avuto la fortuna di conoscere Don Francesco. Di getto ho chiesto al padre cosa potevo/dovevo fare per poter ricevere il Sacramento della cresima. Dopo un po’ Don Francesco mi chiamò invitandomi ad un percorso di fede “Spicca il Volo”.

Per me i primi incontri erano un dovere; ma non mi rendevo conto che il Signore stava iniziando ad operare in me tramite lo Spirito Santo, infatti vedevo e sentivo che i miei ordinamenti spirituali si diversificavano sempre più e più saldamente.

Ho avuto la fortuna d’incontrare un gruppo di credenti nel Signore, ed ognuno con la sua bellezza hanno contribuito a tratteggiare a colori il volto di Cristo dentro di me; lasciandovi un’impronta comunque profonda per la mia vita…

Con questo percorso ho scoperto lati di me che nemmeno conoscevo. Ho capito cosa significa “VIVERE UNA VITA NELLA PIENEZZA SECONDO LA VOLONTÀ DI NOSTRO SIGNORE”.

Tutto il percorso di fede è stato costruttivo ed incentrato sulla necessità di riconquistare la voglia di un impegno spirituale e a fare la Sua volontà.

Grazie a quegli spunti e a quegli insegnamenti che il Don, incontro dopo incontro, spiegava e dispensava, suscitavano in me varie domande su cosa rappresentava Lui nella mia vita. Iniziai a vedere la mia condotta da cristiano e mi accorsi che ero un credente di nome ma non di fatto. Continuavano questi incontri e ripetutamente continuavo a ricevere messaggi d’amore: Egli mi amava, Egli era morto anche per me, Egli donava salvezza a tutti coloro che andavano a Lui con cuore sincero e pentito; non potevo essere indifferente davanti a questo sublime gesto d’amore!

Il giorno che ho ricevuto il Sacramento della cresima ero emozionato ma nonostante ciò ho vissuto con pienezza quei momenti: ero lì bisognoso a chiedere perdono a Lui; ma la cosa bella era che sentivo di non dover dare in cambio qualcosa, se non semplicemente il mio cuore al Signore.

Uscii fuori dalla chiesa pieno di gioia, ero più leggero, come se qualcosa mi fosse stato ulteriormente tolto di dosso, avevo sperimentato in pienezza il Suo grande amore verso di me.

Ricevere questo sacramento in età adulta ti permette di viverlo con una consapevolezza e maturità che da adolescente non puoi avere. Quindi a gran voce posso dire di aver trovato un amico fedele, di aver trovato un sicuro e stabile punto di riferimento. Certamente continuo e continuerò a sbagliare, sono un peccatore, non c’è nessuno perfetto, nessuno è giusto dinnanzi a Lui; ma il mio desiderio è: giorno per giorno osservare i Suoi comandamenti, fare la Sua Volontà e stare in comunione con Lui.

Vorrei concludere ringraziando, inoltre, il Signore di aver messo lungo il mio cammino una buona guida spirituale; quindi direi che… “QUANDO IL CASO TI SCONVOLGE LA VITA, NON È UN CASO”! Grazie!

3.Testimonianza – Marco e Giulia: l’inno alla carità   

Siamo Marco e Giulia. Ci siamo conosciuti ad un ritiro di spiritualità per giovani 5 anni fa e dopo 4 anni da fidanzati abbiamo deciso di sposarci.

Nei primi momenti insieme abbiamo visto e apprezzato l’essere dell’altro, abbiamo visto come poteva completarci. Ci siamo confrontati sui nostri progetti di vita, sulle scelte che avevamo e che avremmo fatto, e molti di questi elementi convergevano. Anche i nostri percorsi di fede erano comuni e scegliere di sposarci ha voluto dire consacrare il nostro stare insieme davanti a Dio.

Per il matrimonio abbiamo scelto come lettura l’inno alla carità perché ci ricordasse come dev’essere l’amore tra noi nella vita di ogni giorno.

Qualche giorno fa lo abbiamo riletto assieme al commento del Papa e abbiamo fatto il punto su quali sono le cose essenziali per vivere una vita di famiglia e di sposi.

Vogliamo esprimere il nostro pensiero con la stessa semplicità che usa Papa Francesco.

L’amore è paziente: nessuno è perfetto e abbiamo dei limiti: l’amore non è fermarsi a guardare e giudicare quelli dell’altro, ma avere pazienza, accettare le idee, i suoi modi di essere e di fare anche se diversi dai propri.

L’amore è carità: per noi significa essere felici di donarsi all’altro senza misura, senza pretendere nulla in cambio, non attribuire a se stessi la priorità assoluta o vantarsi delle cose fatte, ma con umiltà capire che tutto fa parte del bene che desidero per dell’altro.

L’amore non è geloso: tra di noi non ci può essere invidia, per qualcosa che l’altro fa meglio di me o per un suo successo, bisogna invece festeggiare insieme ogni piccolo traguardo ed essere felici perchè l’altro è felice.

L’amore è perdono: pensiamo che il centro di tutto stia qui. Siamo per natura persone che sbagliano, ma se lo sappiamo è più facile perdonare. E bisogna farlo con l’atteggiamento positivo di disponibilità alla comprensione, alla tolleranza e alla riconciliazione. È importante capire ed anche accettare i momenti di debolezza della coppia, limitare i giudizi e mai finire la giornata senza fare pace.

Nel nostro primo anno di matrimonio, queste semplici regole ci permettono di superare le sfide di ogni giorno, scegliendo sempre il bene reciproco.

Questo sentimento d’amore vogliamo trasmetterlo all’esterno della nostra famiglia, condividendo la nostra gioia nelle vite degli altri.

 

(foto di Veronica Rodeghiero)