Le omelie del tempo di Natale

giovedì 2 gennaio 2020

Nel primo giorno dell’Anno civile (1 gennaio 2020), giorno in cui la Chiesa celebra Maria Madre di Dio e vive la Giornata mondiale per la pace, l’arcivescovo Carlo ha presieduto la messa in cattedrale pronunciando la seguente omelia.

Siamo all’inizio dell’anno, un giorno che liturgicamente è dedicato a celebrare Maria come Madre di Dio, ma che da molti anni si caratterizza per essere la giornata mondiale della pace. Oggi si tratta della 53° giornata della pace e anche per oggi il papa ha preparato un messaggio.

Quando è stato pubblicato qualche giorno fa ho pensato: ma non si stancherà il papa di parlare di pace e di non essere ascoltato? In effetti, bastano alcuni dati che prendo dal rapporto SIPRI 2019, l’Istituto internazionale di ricerca sulla pace di Stoccolma, per vedere come le guerre e la produzione e il commercio delle armi non si fermano, ma crescono di anno in anno. Nel 2018 la spesa militare mondiale ha raggiunto i 1.822 miliardi di dollari, pari al 2,1% del PIL globale o a 239 dollari pro capite, con un aumento del 2,6% rispetto al 2017 e del 5,4% rispetto al 2009. Il volume del commercio delle armi è aumentato del 7,8% tra i quinquenni 2009–13 e 2014–18, raggiungendo il livello più alto dalla fine della Guerra fredda. All’inizio del 2019, nove stati disponevano di circa 13.865 armi nucleari, di cui 3.750 dispiegate e operative. Di queste, quasi 2.000 sono tenute in stato di elevata prontezza. A 100 km da qui, nella base di Aviano, ce ne sono circa una trentina, ma pare che siano in arrivo altre.

Come potete constatare sono cifre che scoraggiano ogni prospettiva di pace globale e duratura. Eppure i papi, da ultimo papa Francesco, insistono nel dare continuamente, e non solo all’inizio dell’anno, messaggi di pace, a presentare richiami molto concreti agli stati e ai popoli e anche a indicare strade per azioni concrete.

Il messaggio di quest’anno si intitola: La pace come cammino di speranza: dialogo, riconciliazione e conversione ecologica. Vi invito a leggerlo per intero e mi limito a riprendere solo alcuni passaggi. Citavo prima le bombe atomiche conservate così vicino a noi e nel suo testo papa Francesco fa riferimento a quanto detto nel suo recente viaggio in Giappone, dove è stato proprio a Nagasaki e a Hiroshima e dove ha incontrato gli Hibakusha, i sopravvissuti ai bombardamenti atomici: «La pace e la stabilità internazionale sono incompatibili con qualsiasi tentativo di costruire sulla paura della reciproca distruzione o su una minaccia di annientamento totale; sono possibili solo a partire da un’etica globale di solidarietà e cooperazione al servizio di un futuro modellato dall’interdipendenza e dalla corresponsabilità nell’intera famiglia umana di oggi e di domani». Non è quindi l’aumento delle armi, la potenza degli eserciti, la paura della distruzione reciproca ciò che può servire a garantire la pace, ma lo sforzo continuo di – anche queste sono parole di papa Francesco – «perseguire una reale fratellanza, basata sulla comune origine da Dio ed esercitata nel dialogo e nella fiducia reciproca. Il desiderio di pace è profondamente inscritto nel cuore dell’uomo e non dobbiamo rassegnarci a nulla che sia meno di questo».

Quanto scritto dal papa ci porta a riprendere le affermazioni di Paolo nella seconda lettura di oggi. L’apostolo ci ricorda che siamo figli di Dio e che in noi c’è lo Spirito di Gesù che chiama Dio “abbà, padre”. La fraternità tra gli uomini non è un’aggiunta volontaristica o buonistica rispetto alla loro condizione, ma è la realtà della loro natura. Tutti siamo stati creati da Dio, tutti siamo chiamati a essere figli di Dio e fratelli tra di noi. Il Bambino di Betlemme, che i pastori hanno contemplato, è il Salvatore di tutti e non solo di qualcuno. Lui è il re della pace. Chi crede in Lui deve perciò impegnarsi a realizzare la pace, sapendo che la pace è anzitutto dono di Dio che ci viene dato con la sua benedizione, secondo le splendide parole della prima lettura: «Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace».

La pace è dono, ma insieme impegno. E’ un cammino – ricorda papa Francesco – basato sulla memoria, sulla solidarietà e sulla fraternità. E’ un cammino anche di riconciliazione nella comunione fraterna. E’ un cammino infine di conversione ecologica, perché l’abuso della natura, lo sfruttamento indiscriminato e ingiusto delle risorse naturali, possono aumentare le ingiustizie e creare tensioni e guerre.

C’è un punto del messaggio di papa Francesco molto significativo, quello che richiama alla speranza. Afferma il papa: «Non si ottiene la pace se non la si spera». E aggiunge: «Si tratta prima di tutto di credere nella possibilità della pace, di credere che l’altro ha il nostro stesso bisogno di pace. In questo, ci può ispirare l’amore di Dio per ciascuno di noi, amore liberante, illimitato, gratuito, instancabile». La speranza è ciò che impedisce lo scoraggiamento di fronte a ciò che ogni giorno ci presentano i mezzi di comunicazione sociale circa guerre, distruzioni, terrorismo e anche di fronte agli impressionanti dati sulle armi che ho ricordato all’inizio. Sì, vale la pena sperare e che questa speranza ci porti ad agire per la pace nel nostro piccolo, con le nostre limitate possibilità.

Sempre papa Francesco afferma: «la speranza è la virtù che ci mette in cammino, ci dà le ali per andare avanti, perfino quando gli ostacoli sembrano insormontabili». Che il nuovo anno cominci allora sotto la benedizione di Dio e nel segno di una speranza fattiva, concreta. Non scoraggiamoci nel lavorare per la pace, dove e come ci viene chiesto. Sentendoci sostenuti dalla grazia di Dio, dall’impegno di tanti, credenti e non, che comunque condividono la nostra stessa speranza e lavorano per la pace e la giustizia.

Sostenuti anche dall’intercessione di Maria, che oggi veneriamo come Madre di Dio, ma anche madre nostra. Lei – così la definisce papa Francesco a chiusura del suo messaggio – è la «Madre del Principe della pace e Madre di tutti i popoli della terra», per questo chiediamo che «ci accompagni e ci sostenga nel cammino di riconciliazione, passo dopo passo». Ce lo auguriamo a vicenda all’inizio del nuovo anno.

+ vescovo Carlo

 

La sera del 31 dicembre 2019 il vescovo ha presieduto la concelebrazione eucaristica nella chiesa di S. Ignazio a Gorizia.

Come è andato il 2019 che stasera si chiude? E’ stato un anno facile o difficile? Sono state più le luci o le ombre? Abbiamo vissuto momenti di felicità o almeno di soddisfazione? La nascita di un figlio o di un nipote, le nozze di una figlia, la guarigione da una grave malattia, un passaggio a un lavoro più interessante e meglio remunerato… Oppure sono stati prevalenti i momenti bui: una malattia non risolta, un lutto, la perdita del lavoro, una separazione dolorosa, gravi problemi di incomprensione, … O forse ha prevalso il grigio della monotonia di giorni troppo uguali tra di loro e spesso pieni di solitudine? Ognuno di noi può rispondere stasera a queste domande, ripassando mentalmente i 365 giorni di quest’anno e cercando di ricordare non solo gioie e dolori, successi e delusioni, ma anche i volti delle persone con cui si è vissuto e di quelle che abbiamo incrociato nella nostra vita. Anche di quelli che ci hanno lasciato.

Ma la Parola di Dio, la Parola di verità che anche stasera vuole dare senso e sapore alla nostra vita, che cosa dice dell’anno trascorso? La prima lettura parla della benedizione di Dio. Leggendola ho pensato: ma questo brano va bene domani e non stasera. E’ infatti di buon augurio incominciare il nuovo anno con una benedizione così solenne e così intensa: «Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace». Bellissima, ma va appunto bene solo a capodanno quando si spera o ci si illude di voltare pagina e che inizi davvero qualcosa di nuovo e di meglio dell’anno precedente. Ma parlare della benedizione di Dio a fine anno può sembrare di cattivo gusto. A qualcuno – forse anche dei presenti – verrebbe da dire: “visto quello che mi è capitato, avrei fatto volentieri a meno delle benedizioni di Dio…”. Un’affermazione blasfema o una constatazione amara e molto concreta? Eppure, anche se non ce ne siamo accorti o se la cosa può apparirci irrealistica, ogni momento di quest’anno che finisce è stato sotto la benedizione di Dio.

Il come è potuto avvenire ci viene spiegato dalla seconda lettura. Paolo ci ricorda che siamo figli di Dio. Lo siamo sempre nella buona e nella cattiva sorte, per usare una formula matrimoniale (ma Dio è anche nostro sposo…). E se siamo figli sempre significa che non siamo mai usciti dall’orizzonte della benedizione di Dio, dal contesto della sua volontà, che è sempre e comunque una volontà di grazia e di salvezza. Qualche volta la distanza di tempo ci permette di vedere che quella benedizione, quella volontà d’amore era all’opera anche quando non ce ne accorgevamo o ci sembrava avvenisse il contrario. Stasera siamo troppo vicini ai giorni del 2019 che stanno per chiudersi per avere gli occhi adatti a vedere il filo rosso dell’amore di Dio che ha comunque legato tra loro gli avvenimenti della nostra vita quest’anno. Possiamo solo intuirlo e credervi per fede. E ringraziare.

Sì, il Te Deum di stasera è anche un atto di fede, è anche un dire grazie per ciò che non abbiamo capito e tuttora non comprendiamo. Ma ci fidiamo: siamo figli, questo lo sappiamo. Quante volte, infatti, nel corso dell’anno abbiamo detto “Padre nostro”? Quante volte abbiamo detto “venga il tuo regno” e “sia fatta la tua volontà” e “dacci oggi il pane quotidiano” ecc. Sono state parole vuote o davvero è avvenuto quanto abbiamo chiesto anche se non sempre lo abbiamo visto?

Ho detto che è la fede ciò che ci permette di dire che la benedizione di Dio Padre è stata su di noi nel corso del 2019, però più correttamente dovremmo affermare con san Paolo che è lo Spirito di Gesù, lo Spirito del Figlio che è ci è stato donato e che è nei nostri cuori, Colui che ci fa dire «abbà, papà» a Dio e che ci rassicura sulla sua volontà d’amore. Sarà allora lo Spirito a cantare con noi il Te Deum.

Ci sarà però anche un’altra persona a lodare Dio con noi, una persona che in questo anno ci è stata accanto come madre: Maria. Già stasera la celebriamo con l’antico titolo di Madre di Dio, un titolo che non ha voluto anzitutto glorificare Lei, quanto piuttosto dire la verità di quel Bambino nato a Betlemme, realmente suo figlio e insieme realmente Dio e uomo. In questo senso Lei non è la madre solo di un aspetto di Gesù, quello umano, perché Gesù è una sola persona, vero Dio e vero uomo. Madre di Dio: un titolo, dicono i teologi nel loro linguaggio, “cristologico” prima che “mariano”. Un titolo che il santo papa Paolo VI, verso la fine del Concilio Vaticano II in un suo discorso del 21 novembre 1964, ha voluto reinterpretare ecclesiologicamente – sempre per usare la terminologia teologica – nella convinzione che Maria, Madre di Dio, è anche madre di tutti noi, è anche Madre della Chiesa. Per questo, ne siamo certi, il suo sguardo di mamma non ci ha mai abbandonato nel corso di quest’anno 2019 e ci è stata accanto sorridendo con noi o asciugando le nostre lacrime, come una mamma fa con ogni bambino.

Nel novembre di 55 anni fa, Paolo VI non si limitò a chiamare Maria Madre della Chiesa, ma la definì anche nostra sorella: «Pur essendo stata arricchita da Dio di doni generosissimi e meravigliosi perché fosse Madre degna del Verbo Incarnato, nondimeno Maria ci è vicina. Come noi, anche lei è figlia di Adamo, e perciò nostra sorella», sono le parole del papa. Maria nostra sorella nel cammino della fede. Una lettura attenta del Vangelo ci aiuta a intuire l’itinerario di fede di Maria. Anche il brano di stasera non ci dice che aveva creduto tutto e capito tutto, ma ce la presenta intenta a custodire ciò che vedeva e ascoltava e a meditare tutto questo nel suo cuore: «Maria, da parte sua, custodiva tutte queste cose, meditandole nel suo cuore». Rileggendo i primi due capitoli del Vangelo di Luca, che ci narrano della nascita e dell’infanzia di Gesù, ci rendiamo conto del fatto che Maria soprattutto ascolta e per così dire impara dagli altri a comprendere il mistero del suo figlio e di ciò che è avvenuto in Lei. Dagli altri: dall’angelo, da Elisabetta, dai pastori, da Simeone ed Anna, da Gesù stesso dodicenne. E Maria ascolta, vede, domanda, custodisce nel cuore e medita e intanto la sua conoscenza del mistero cresce e con essa cresce la sua fede.

Anche la nostra conoscenza di Gesù è, o dovrebbe, essere cresciuta nel corso di quest’anno e anche la nostra fede. E Maria come madre e più ancora come sorella ci è stata accanto in questo nostro cammino. Per questo ringraziamo anche lei stasera, insieme agli angeli e ai santi di Dio, che quest’anno ci hanno protetto e hanno pregato per noi. Un Te Deum, quello di stasera, che quindi non canteremo da soli.

+ vescovo Carlo

 

Il giorno di Natale, il vescovo Carlo ha celebrato la messa in S.Ignazio pronunciando la seguente omelia. 

Vorrei incominciare questa mia riflessione facendovi una domanda: cambierebbe qualcosa se invece di parlarvi da qui incaricassi questi bravi ministranti di distribuirvi un foglio con scritta in modo chiaro la mia predica e vi lasciassi 10 minuti di silenzio per leggerla? Oppure – altra ipotesi – se invece di tenervi l’omelia, si sentisse una voce registrata diffusa dagli altoparlanti della chiesa? O se – terza possibilità – al posto dell’omelia venisse proiettato un video? Cambierebbe qualcosa o sarebbe uguale?

Non so che cosa ne pensate, però sono sicuro che siete in grado di capire il Natale solo se mi rispondete: sì, cambierebbe, sarebbe diverso. E’ vero: anche un testo scritto, una voce registrata, un video proiettato ci comunicano qualcosa, ma la persona è più di uno scritto, di una voce, di un video. La persona è un volto, un cuore, un pensiero, un ideale, una relazione, unamore.

La seconda lettura ci ha detto che Dio, «molte volte e in diversi modi nei tempi antichi aveva parlato ai padri per mezzo dei profeti, ultimamente, in questi giorni, ha parlato a noi per mezzo del Figlio». Dio da sempre ha parlato e lo ha fatto appunto in molti modi, attraverso i profeti in particolare, e la sua Parola è diventata la Sacra Scrittura, la Bibbia. Ma quando ha voluto darci la Parola definitiva ci ha dato suo Figlio, il Verbo fatto carne, di cui ci parla oggi il Vangelo di Giovanni. Non ci ha mandato un libro e neppure un angelo con il megafono, ma il Figlio.

La questione è che se andiamo a Betlemme a incontrare il Figlio di Dio, che è la Parola di Dio, non troviamo un uomo capace di intrattenere e di affascinare con la sua parola le folle, ma un neonato che, come tutti i neonati di questo mondo, fa solo qualche verso incomprensibile con la sua boccuccia e, al più, accenna un sorriso. E se tornate tra qualche mese, troverete un bimbo di poche settimane che balbetta papà e mamma. E se tra qualche anno, un ragazzino che deve imparare a leggere e a scrivere, anche i libri della Bibbia. E se tra più anni vi capitasse di passare da Nazaret trovereste un giovane uomo che vi parla di assi, di travi, di chiodi, … insomma del suo mestiere di falegname. Eppure è la Parola definitiva di Dio.

Certo, mi direte, ma poi nella vita pubblica Gesù ha parlato e le sue parole hanno riempito i Vangeli. E’ vero, vi do ragione: ma i Vangeli contengono solo le sue parole o soprattutto la sua vita? Perché è Gesù, il Figlio di Dio fatto uomo che oggi contempliamo neonato, la Parola definitiva di Dio. Lui è la Parola di Dio, nella verità della sua umanità, da ascoltare, da accogliere, da seguire. A volte si dice che la religione cristiana, insieme a quella ebraica e a quella islamica, è una religione del libro. E’ vero solo in parte: al centro della nostra fede c’è Gesù e non un libro, neppure il Vangelo o la Bibbia. A Betlemme non c’è un libro o una conferenza, ma un bambino nato in mezzo a noi.

Il cristianesimo non è una teologia o una filosofia, non una morale o una liturgia, ma è l’incontro con Gesù, con la sua umanità così simile alla nostra. Per questo continuo a insistere nel dire che quando si legge il Vangelo la domanda giusta non è che idea posso ricavarne o che cosa mi suggerisce di fare, ma chi è Gesù, chi è quel Gesù di cui ascolto o leggo le parole e le azioni?

Certo il Vangelo è importante e vorrei invitarvi in questi giorni, in cui magari c’è qualche momento in più di respiro rispetto allo scorrere turbinoso della vita, a leggere i primi due capitoli del Vangelo di Luca e di quello di Matteo che ci parlano della nascita di Gesù, di ciò che è avvenuto attorno a essa, e dell’infanzia del Signore. Sono quelle pagine che ci parlano di Gesù e ce lo fanno incontrare. Tutto il resto – compreso il presepe, l’albero, le celebrazioni, le feste, i canti, ecc. è contorno e interpretazione nostra: può aiutarci a incontrare Gesù, ma può anche darci una visione non vera o anche solo parziale di Lui.

Occorre quindi riferirci al Vangelo, ma per incontrare Gesù, per imparare a conoscerlo e a riconoscerlo. Perché Gesù, oltre che nelle Scritture, è presente nei sacramenti, nella comunità cristiana, nel prossimo e soprattutto nei poveri e bisognosi. Da quando la Parola di Dio si è fatta carne, nulla di umano è estraneo a Lui.Quando leggiamo e meditiamo il Vangelo, dobbiamo quindi farci anche una seconda domanda: non solo chi è Gesù, ma chi sono io, chi sono gli altri. Per scoprire che la risposta ci riporta sempre a Gesù. Perché in Lui siamo stati creati, di Lui siamo immagine e somiglianza, Lui è la nostra meta.

L’augurio in questo Natale diventa ancora una volta quello di incontrare Gesù e di imparare a riconoscerlo in noi e negli altri. Un incontro non di un momento, non di un’emozione, non di un festa, ma di una vita. Solo così potremo trovare in Lui  – lo dico utilizzando le parole di Giovanni – la luce, la vita, la pienezza, la grazia. E potremo testimoniare tutto ciò agli altri. Perché la Parola di Dio passa anzitutto attraverso di noi, attraverso il rapporto tra le persone.

All’inizio vi ho chiesto se cambiava qualcosa se al mio posto ci fosse stato uno scritto, una voce, un video. Ora concludo chiedendovi se al posto di voi, delle vostre relazioni, del vostro incontrare le persone ci fosse uno scritto, una voce, un video: cambierebbe qualcosa? Sì, cambierebbe. Anche gli scritti, le voci, le immagini e pure tutte le varie forme espressive dei social possono parlare di Gesù, ma ciò che alla fine conta è il rapporto e la testimonianza personale.

Comprendiamo allora quello strano elogio che il profeta fa nella prima lettura: «Come sono belli sui monti i piedi del messaggero che annuncia la pace, del messaggero di buone notizie che annuncia la salvezza, che dice a Sion: “Regna il tuo Dio”». Non sono tanto belli i piedi, ma le persone che avendo incontrato Gesù, Lui la Parola definitiva di Dio, ne diventano annunciatori. Vi auguro di essere queste persone, di esserlo con convinzione e con gioia, e non solo a Natale. Auguri.

+ vescovo Carlo

Successivamente mons. Redaelli ha pranzato con gli ospiti della Casa circondariale di Gorizia.


La notte di Natale (25 dicembre 2019) il vescovo Carlo aveva presieduto la solenne Liturgia 
eucaristica in cattedrale. Pubblichiamo di seguito la sua omelia. 

Nonostante la comodità delle mail, degli sms, di WhatsApp, ecc. ci sono ancora degli auguri di Natale che arrivano per posta. Almeno così capita a me. Praticamente tutti gli auguri di questo tipo sono stampati o scritti su biglietti molto belli, che riprendono diversi temi del Natale: la natività, il presepio, gli angeli, l’albero, la stella, ecc.

Tra i tanti che mi sono arrivati nei giorni scorsi uno mi ha colpito in modo particolare, quello inviatomi da Luca e dalla sua famiglia. Luca faceva parte del gruppo giovani che seguivo tanti anni fa a Milano. Era ed è un tipo brillante – mi faceva sempre domande intelligenti e curiose… – e i suoi biglietti, che arrivano puntualmente ogni anno, non sono mai scontati. Aprendo quello di quest’anno ho letto con meraviglia: “Un augurio di buon Natale da tutti noi da un’altra prospettiva”. A quel punto incuriosito ho richiuso il biglietto, che avevo aperto senza ben guardare che cosa c’era stampato davanti, e mi sono fermato a guardare l’immagine riprodotta. Effettivamente presentava proprio un’altra prospettiva perché riproduceval’asino e il bue, Maria e Giuseppe e la mangiatoia del Bambino ma da dietro, come se un pittore o un fotografo si fosse messo al fondo della grotta e avesse dipinto o fotografato la scena di schiena. Geniale, no?

Ho pensato di cogliere il suggerimento di Luca e di proporvi questa notte non di guardare il presepe, Maria, Giuseppe, Gesù bambino, l’asino e il bue, ma di sentirsi guardati da loro.

Chi hanno visto allora, duemila anni fa? Ce lo dice il Vangelo: dei pastori, meravigliati e stupiti, arrivati fin lì su invito dell’angelo. Pastori probabilmente con in mano delle fiaccole che illuminavano la notte, ma anche con dei doni: del latte, del formaggio, un agnellino. Tra di loro sicuramente degli uomini robusti, col viso bruciato dal sole, abituati a passare lunghe notti a custodia del gregge, sotto le stelle d’estate o riscaldandosi al fuoco in inverno. Forse con loro anche qualche ragazzo, poco più che bambino – allora si cominciava presto a lavorare , incuriosito nel guardare quel neonato così simili al fratellino di pochi mesi lasciato a casa con la mamma. Ma sicuramente ci saranno state anche delle donne, quelle che avevano visto arrivare a Betlemme Maria incinta, Lei che non aveva trovato niente di meglio di una stalla per partorire e di una mangiatoia come culla per il Bambino, e si erano prestate per aiutarla ad avvolgere in fasce il neonato.

Questa era la gente che Maria, Giuseppe, il Bambino e l’asino e il bue vedevano venire lì alla grotta. E stanotte, chi stanno vedendo? Noi, noi che siamo qui in chiesa in questa notte santa. Chi siamo noi? Forse se lo stanno chiedendo anche loro da dentro il presepio.

Non siamo i pastori, né le donne di Betlemme. Siamo uomini e donne di oggi, di Gorizia o forse anche dei dintorni, o venuti da fuori per incontrare parenti e amici. Abbiamo diverse professioni o impegni: operai, impiegati, insegnanti, infermieri, medici, agricoltori, militari, studenti, professionisti, ecc. Viviamo in una famiglia o siamo coinvolti, a volte con qualche fatica, in diversi legami e relazioni affettive. C’è chi è in salute e chi sta lottando con malattie, in qualche caso anche gravi. Qualcuno è giovane, molti di noi sono di mezza età o anziani.C’è chi sta attraversando un momento sereno e chi è fortemente preoccupato.

Che cosa ci ha portato qui stanotte? Non certo degli angeli e neppure il solo suono delle campane. Forse la nostalgia? Il bisogno di tornare a un’infanzia felice? La necessità di trovare una luce, un segno di bontà, una speranza? Magari una forte convinzione di fede o forse solo un tenue legame con l’esperienza religiosa di un tempo, quando si era bambini e ragazzi, che ti porta a entrare in una chiesa una volta l’anno almeno la notte di Natale? O forse anche il debito che senti di avere verso i genitori o i nonni ormai defunti, che ti avevano insegnato a dire una preghierina davanti al presepio e a mandare un bacetto a Gesù bambino? Che cosa ci ha condotto qui stanotte? Vorrei che la domanda diventasse personale: che cosa mi ha condotto qui stanotte?E che ciascuno rispondesse con sincerità nel proprio cuore.

In ogni caso il Bambino ci accoglie e ci sorride. Lui comunque ci ama, non è rimasto al di sopra dei cieli a guardarci, ma è venuto – Lui il Figlio di Dio – in mezzo a noi. Uno di noi: con il nostro corpo, il nostro viso, il nostro cuore, i nostri sogni, le nostre speranze, le nostre paure. Uno di noi cui stanotte possiamo con verità, senza ipocrisie e senza maschere, manifestarci per quello che siamo. Lui comunque ci accoglie e ci ama. Lui comunque è quella luce che risplende in mezzo alle tenebre di cui ci parla stanotte il profeta. Lui comunque è quella speranza di cui parla l’apostolo, manifestazione della gloria di Dio. Abbiamo tutti bisogno di luce, di speranza, di amore. In fondo, pure provenendo da cammini personali diversi, siamo tutti venuti qui per questo.

E penso che Maria, la madre, ci dica la stessa cosa che ha detto ai pastori e alle donne. Il Vangelo non ce lo racconta, ma ritengo di non essere lontano dal vero immaginando che abbia sorriso a tutti e abbia detto semplicemente:“grazie, grazie di essere venuto, di essere venuta”. Lo dice anche a noi, a ciascuno di noi.

Come, anche a me che vengo in chiesa solo a Natale? Anche a me che sono un peccatore? Anche a me che so di sbagliare? Anche a me che sono tutt’altro che contento di me stesso? Sì, certo anche a te. Grazie di essere venuto, grazie di essere venuta a contemplare questo Bambino.Un grazie che ci sembra eccessivo: in fondo è poca cosa l’essere qui stanotte, molto meno impegnativo degli auguri e dei regali natalizi che in questo giorno ci scmbieremo. Ma per il Signore non lo è. Lui sa che se siamo qui è perché abbiamo intuito qualcosa di fondamentale: che c’è un Dio con noi che non ci abbandona. Alla fine è ciò che conta e riempie una vita di speranza, nonostante tutto. Per questo il Bambino ci sorride stasera, per questo Maria ci dice grazie a nome del Figlio, per questo Giuseppe ci osserva compiaciuto.

E l’asino e il bue? Certo ci sono anche loro nel presepe, contenti di essere la povera corte di quel re Bambino. Forse intuiscono che quel Bambino, per mezzo del quale tutto è stato fatto, è il Salvatore non solo del genere umano, ma di tutto il creato. Per questo anche loro ci sorridono. 

​ + vescovo Carlo