“Credo nella Risurrezione di questa carne”

sabato 31 marzo 2018

La mattina del giorno di Pasqua, dopo avere assistito alla celebrazione del Resurrexit, dei fedeli di lingua slovena in cattedrale, il vescovo Carlo ha presieduto la messa in S. Ignazio. Pubblichiamo di seguito la sua omelia 

«Non avevano ancora compreso la Scrittura, che cioè egli doveva risorgere dai morti». Questa frase conclude il brano di Vangelo che è stato ora proclamato. Si tratta di un’osservazione sorprendente che però ritorna spesso, con parole simili, nei racconti evangelici che riguardano la risurrezione. Più volte vengono infatti evidenziati alcuni atteggiamenti di fronte alla risurrezione che non sono di gioia e di fede ma di sconcerto, paura, timore, incredulità, fatica a convincersi della realtà, … Persino – e anche questo può meravigliare – difficoltà a riconoscere Gesù risorto quando appare ai discepoli o alle donne.
Anche in questo caso ci rendiamo conto che i Vangeli non sono narrazioni a carattere edificante o ideologico, non sono scritti per far fare bella figura agli apostoli e ai discepoli, non presentano delle verità calate dall’alto e a prescindere dall’atteggiamento dei destinatari. No, i Vangeli sono lo specchio fedele di ciò che è stato vissuto, in questo caso di quanto successo e percepito il giorno di Pasqua e nel tempo seguente. Alla fede nella risurrezione gli apostoli, le donne e i discepoli sono arrivati con una certa difficoltà, perché è realmente qualcosa che è al di fuori del nostro comune sentire. Dobbiamo quindi prendere sul serio i Vangeli e non banalizzare la nostra fede nella risurrezione.

Appunto, la nostra fede. Ma noi crediamo realmente nella risurrezione di Cristo e quindi nella nostra? O non facciamo fatica a credervi perché la consideriamo un’affermazione tra le tante cui non diamo particolare attenzione? Eppure – lo ricordano spesso gli scritti del Nuovo Testamento, in particolare le lettere di Paolo – si tratta del dato decisivo per la nostra fede. Se Gesù non fosse risorto, infatti, Lui sarebbe uno dei tanti grandi uomini che hanno offerto all’umanità degli insegnamenti interessanti e molto validi sotto il profilo morale e spirituale, ma senza aver sconfitto ciò che, per così, dire azzera ogni realtà umana, cioè la morte. A che cosa mi serve vivere bene, secondo certi principi di grande valore, se poi comunque finisco al cimitero? E se persino l’inviato di Dio, Colui che si presentava come Figlio di Dio, alla fine è stato chiuso in un sepolcro?

A queste riflessioni si potrebbe obiettare, che, sì, si finisce in una tomba, ma l’anima (compresa quella dell’uomo Gesù) o comunque l’aspetto spirituale della persona umana è destinato a sopravvivere, a una vita nell’aldilà. La convinzione dell’immortalità dell’anima, per altro, non è un dato nuovo portato dal cristianesimo, ma già la filosofia greca lo riteneva vero, come pure lo professano altre religioni diverse da quella cristiana. Non ci servirebbe allora la risurrezione, ci basta l’immortalità dell’anima…

Ma Dio vuole salvarci tutti interi, non scarta niente di noi, non ci vuole presso di sé come degli spiriti indefiniti, ma come uomini e donne con un’umanità integrale, con un volto, un cuore, delle mani, … insomma con tutta la nostra realtà. Forse conoscete il credo di Aquileia, un’antica formula di professione di fede un po’ diversa dal credo che recitiamo ogni domenica dopo l’omelia, una proclamazione di fede tipica dei nostri padri. Ebbene in quel testo c’è un’affermazione splendida a proposito della risurrezione: “credo la risurrezione di questa carne”. Cioè non una risurrezione generica di un corpo qualsiasi, ma di questa mia carne, di quello che sono nella totalità del mio essere. Carne significa infatti non solo il corpo, ma tutta la mia realtà: i miei sentimenti, le mie emozioni, le mie relazioni, i miei ideali, le mie esperienze, … tutto. Niente viene scartato.
Se questo è vero, dobbiamo allora comprendere bene l’esortazione di san Paolo nella seconda lettura: «se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra». Potrebbe sembrare un invito contraddittorio rispetto alla fede nella risurrezione: guardare al cielo, all’aldilà e di conseguenza rifiutare le cose della terra, compreso il nostro corpo. Non è così per il semplice fatto che tutto noi stessi siamo di lassù, siamo cioè destinati a entrare nel regno di Dio. Come pure tutta la realtà, che – e lo afferma in altri passi la Scrittura – verrà ricapitolata in Cristo e ci saranno una terra e cieli nuovi. L’appello di Paolo, invece, è quello di vivere già oggi sapendo qual è il nostro destino. Anzi l’apostolo dice di più, ricordando che in forza del battesimo è già cominciata la nostra risurrezione, la salvezza di tutto noi stessi. L’invito, pertanto, non è a fuggire la realtà di questo mondo o a disprezzarla, ma a viverla dandole un grande valore, il valore della risurrezione.

Un valore di vita e di definitività da riconoscere a tutto quello che facciamo non solo alla preghiera o a qualche gesto di bontà, ma ai nostri rapporti, agli affetti familiari, alle amicizie, al nostro lavoro, alla cultura, all’arte, allo sport, … a tutto ciò che è parte della nostra vita, compresi anche i momenti difficili dei problemi, della malattia, dei lutti. Proprio convinto di questo – se posso fare un riferimento personale -, nei giorni scorsi ho visitato l’ospedale e diverse fabbriche, aziende agricole e uffici: non era solo per portare un augurio, dire una preghiera e dare una benedizione, ma per indicare concretamente che appunto anche la realtà della malattia e del lavoro hanno un significato, hanno un grande valore.
Vivere da persone che hanno come orizzonte la risurrezione e la salvezza di tutto: questo – se ci pensate – cambia tutto nella vita. Offre una prospettiva incredibile, dona una sapore di eternità a ogni momento. Perché noi siamo fatti per l’eternità. La morte sarà solo un passaggio, doloroso e faticoso, ma solo un passaggio verso quella pienezza di vita che già ora sperimentiamo. Vivere da risorti è quindi dire con convinzione non a parole, ma con la vita, insieme ai nostri padri: “Credo nella risurrezione di questa carne”.

+ vescovo Carlo

La sera di sabato 31 marzo, l’arcivescovo Carlo ha presieduto la Veglia Pasquale in cattedrale. Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata da mons. Redaelli. 

Nell’udienza generale di mercoledì scorso, papa Francesco ha ricordato un’usanza tipicamente pasquale presente nella sua patria e in altri paesi: «c’è l’abitudine – sono le sue parole – che quando il giorno di Pasqua si sentono, si ascoltano le campane, le mamme, le nonne, portano i bambini a lavarsi gli occhi con l’acqua, con l’acqua della vita, come segno per poter vedere le cose di Gesù, le cose nuove». E ha aggiunto: «In questa Pasqua lasciamoci lavare l’anima, lavare gli occhi dell’anima, per vedere le cose belle, e fare delle cose belle. E questo è meraviglioso! Questa è proprio la Risurrezione di Gesù dopo la sua morte, che è stato il prezzo per salvare tutti noi».
Lavarci gli occhi per vedere le cose nuove della Pasqua di Cristo. Lavarci con l’acqua del nostro Battesimo, perché tutto è cominciato lì. Lì siamo rinati, ci siamo immersi nella morte di Cristo, scesi nella tomba con Lui, per risorgere con Lui a una vita nuova. In passato si sottolineava del Battesimo soprattutto l’effetto della cancellazione del peccato originale e meno quello della nuova vita in Cristo, ma è questo ciò che conta, come anche la ricca Parola di Dio di questa notte ha più volte sottolineato.

Così il racconto della creazione è stato proclamato per dirci che con la partecipazione battesimale alla Pasqua di Cristo siamo come ricreati. La promessa ad Abramo di essere padre di una moltitudine di popoli si realizza con il dono della figliolanza divina sempre per mezzo del Battesimo. L’esperienza salvifica dell’esodo, con il passaggio prodigioso del mare, si compie ora nelle acque del Battesimo. La nuova alleanza è quella che si è compiuta nella Pasqua di Cristo che ci dona realmente un cuore nuovo. E l’apostolo Paolo nel brano della lettera ai Romani ha affermato con chiarezza che con il Battesimo siamo stati immersi nella morte di Cristo per renderci viventi in Lui. Rileggo le sue parole: «non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova. Se infatti siamo stati intimamente uniti a lui a somiglianza della sua morte, lo saremo anche a somiglianza della sua risurrezione».

Siamo allora chiamati a prendere consapevolezza della novità pasquale che il Battesimo ha portato nella nostra vita. Una novità che dobbiamo avere la capacità di vedere. Mi confidava recentemente un uomo diventato un anno e mezzo fa papà di due gemelli il fascino di vedere come per questi bambini tutto è una scoperta e una meraviglia gioiosa, come spesso restano incantati con i loro occhioni spalancati alla scoperta del mondo che c’è attorno a loro. E concludeva con un tono che denotava una nostalgia per un’età dorata che non c’è più: “noi adulti non sappiamo più meravigliarci di niente”.
Anche noi cristiani adulti, aggiungo io. La Pasqua, la veglia in questa notte santa ha lo scopo di risvegliare in noi questa meraviglia. Il Signore è morto e risorto: alleluia. Ci ha redento, ci ha fatti rinascere: alleluia. Che faccia riaprire i nostri occhi per vedere la sua azione in mezzo a noi. Il suo amore, la sua tenerezza, la sua misericordia. Il suo accompagnarci nei momenti gioiosi, il suo chinarsi su di noi nei momenti difficili. Il suo incoraggiamento quando camminiamo sulla via giusta, il suo paterno rimprovero quando ci stiamo smarrendo.

Che il Signore ci aiuti poi ad accorgerci dei fratelli e delle sorelle che ci ha donato. Se il Battesimo ci rende figli, non ci fa di certo figli unici, ma ci inserisce nella famiglia di Dio. Occorre allora vedere con occhi nuovi pieni di riconoscenza l’immagine di Dio riflessa sul volto di ogni uomo e di ogni donna, in particolare di ogni credente che ci è fratello e sorella dentro la Chiesa e di ogni povero.
Questa Chiesa spesso, e non sempre a torto, criticata, contestata, fonte di delusione… eppure sposa amata da Cristo e per questo continuamente redenta e purificata. Una comunità ecclesiale, che con i suoi limiti, è capace ancora oggi di annunciare il Vangelo, di testimoniarlo anche con il sangue dei martiri, di farsi vicina ai poveri e agli abbandonati. E non è questo qualcosa di nuovo e di sempre sorprendente?
Nel libro del profeta Isaia c’è un dialogo tra Dio e il suo popolo in cui il Signore a un certo punto, quasi restando stupito e un po’ amareggiato dell’incapacità degli uomini di vedere la sua azione, dice: «Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Isaia 43,19). Si tratta di una domanda che il Signore rivolge anche a noi stanotte. Mi auguro che non succeda anche nei nostri riguardi che si meravigli troppo della nostra poca… meraviglia, della nostra incapacità di accorgerci della novità della sua risurrezione e del nostro Battesimo. E che ci doni occhi nuovi capaci finalmente di vedere.

+  vescovo Carlo

 

Nella mattinata del Giovedì Santo – 29 marzo 2018 – l’arcivescovo Carlo aveva presieduto in cattedrale la Messa del Crisma. Il rito è stato concelebrato dall’arcivescovo emerito, mons. De Antoni, unitamente ai presbiteri che prestano il servizio pastorale in diocesi. Al termine sono stati festeggiati i sacerdoti che quest’anno ricordano particolari anniversari di ordinazione e benedetti gli olii dei Sacramenti. Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata dal vescovo Carlo. 

Io, noi, voi, essi… Non è un invito a ripassare la grammatica e, in particolare, i pronomi personali, ma a prestare attenzione, riflettendo sulla Parola di Dio di questa Eucaristia, ai soggetti implicati e alle loro relazioni.
Nella prima lettura emerge l’io del profeta, che appunto afferma in prima persona: «Lo spirito del Signore Dio è su di me, perché il Signore mi ha consacrato con l’unzione; mi ha mandato a portare il lieto annuncio ai miseri…» e così via. Ma poi si rivolge al “voi” del popolo di Dio dicendo: «Voi sarete chiamati sacerdoti del Signore, ministri del nostro Dio sarete detti». Per concludere con la terza persona plurale, sempre però parlando del popolo di Dio: «Sarà famosa tra le genti la loro stirpe, la loro discendenza in mezzo ai popoli. Coloro che li vedranno riconosceranno che essi sono la stirpe benedetta dal Signore».

La lettura dal libro dell’Apocalisse parla in terza persona di «Gesù Cristo, il testimone fedele, il primogenito dei morti e il sovrano dei re della terra», ma poi si apre al “noi” ricordando che Lui «ci ama e ci ha liberati dai nostri peccati con il suo sangue, ha fatto di noi un regno, sacerdoti per il suo Dio e Padre» per concludere con l’”io” del Signore Dio che si autoproclama: «io sono l’Alfa e l’Omèga, Colui che è, che era e che viene, l’Onnipotente!». Infine il Vangelo, dove Gesù, riprendendo la profezia di Isaia, descrive la sua missione in prima persona, ma per terminare rivolgendosi al “voi” degli ascoltatori: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato».

Questo passaggio dall’”io” del Signore al “voi” o al “noi” non è casuale: c’è infatti uno stretto collegamento tra l’azione di salvezza di Cristo e il noi dei salvati da Lui. Non può esistere il noi della Chiesa senza l’io del Signore. Anzi, come in altri passi della Scrittura ci viene rivelato, in particolare da san Paolo, l’io di Cristo e il noi della Chiesa tendono a sovrapporsi: la Chiesa è infatti il Corpo di Cristo e Cristo ne è il Capo. Anche a proposito specificamente della missione, esiste questa forte compenetrazione tra l’io di Gesù e il noi di chi è chiamato a vivere in modo più specifico la sua stessa azione evangelizzatrice, la sua cura pastorale, il suo servizio, come avviene in modo ovviamente diverso per i presbiteri e i diaconi. Se è vero che il rapporto di fede di ciascuno con il Signore è personale, se è altrettanto vero che la chiamata tocca il cuore di ognuno e chiede un’adesione altrettanto individuale, non è meno vero che il rapporto di fede inserisce nella Chiesa, che si declina nelle concrete comunità. Ciò vale per ogni cristiano con la sua propria vocazione. E il presbitero e il diacono sono anzitutto credenti, che in forza del battesimo condividono con ogni fedele la fondamentale dimensione ecclesiale.
La loro particolare vocazione di servizio a Cristo e alla Chiesa li colloca però in una specifica realtà comunitaria, quale rispettivamente il “presbiterio” e la “comunità diaconale”. L’essere inserito nel presbiterio o nella comunità diaconale non è qualcosa che si aggiunge alla chiamata personale a essere pastore o servo a nome di Cristo e neppure all’ordinazione sacramentale, che rende vera quella chiamata, ma è intimamente connesso con la chiamata e l’ordinazione. Occorre poi ricordare un altro elemento fondamentale che delinea la figura del presbitero come inserito in un presbiterio e quella del diacono come parte di una comunità diaconale ed è la dedizione a una concreta Chiesa particolare di cui è pastore, a nome di Cristo e con il mandato della Chiesa, il vescovo.

Esiste nella Chiesa, a livello universale, l’ordine presbiterale e quello diaconale, ma non esiste un presbiterio o una comunità diaconale se non in quanto riferiti a una Chiesa particolare.
Sto dicendo cose ovvie, ma che è sempre opportuno ricordare, perché sono le radici della fraternità presbiterale e diaconale. Una fraternità che non nasce da buona volontà o da buoni sentimenti, ma dallo stesso sacramento e dalla dedizione alla stessa Chiesa. Già altre volte ho ricordato, per altro riprendendo l’insegnamento conciliare, che ogni presbitero e ogni diacono dovrebbe sentirsi prima che parroco o cappellano di una certa parrocchia, direttore di un ufficio di curia o incaricato di un ministero piuttosto che di un altro, responsabile con il vescovo, il presbiterio e la comunità diaconale, di tutta la Chiesa particolare, nel nostro caso della Chiesa di Gorizia. Considerarsi così, avere sempre presente il prius della diocesi rispetto alle singole realtà che la compongono, sentirsi realmente responsabili dell’insieme ecclesiale renderebbe, tra l’altro, più facile il passaggio da un incarico all’altro e aiuterebbe lo stesso popolo di Dio della diocesi a pensarsi in modo più unitario e, senza perdere nulla del radicamento locale, meno “campanilista”.

La fraternità presbiterale (e lo stesso vale per la fraternità tra i diaconi e tra presbiteri e diaconi) nasce quindi dalla duplice radice sacramentale e missionaria di dedizione alla stessa Chiesa. Radici che la devono nutrire, ma che a loro volta devono esprimersi in una realtà che fiorisce e fruttifica. La fraternità non può restare solo un dato teologico affermato, ma deve essere concretamente vissuta. Vorrei quindi offrire alcuni suggerimenti, alcuni semplici orientamenti che possono favorire la fraternità presbiterale, anche riprendendo quanto emerso nel recente consiglio presbiterale.

Un primo spunto più che un suggerimento pratico consiste nell’invito a prendere coscienza dell’opportunità offerta dalla dimensione “a misura umana” della nostra diocesi. Essa può davvero favorire una reale conoscenza reciproca e una spontanea familiarità. Tutti ci conosciamo – non siamo molti…–, tutti in qualche modo abbiamo avuto la possibilità di rapporti tra di noi, vuoi perché più o meno della stessa età, vuoi perché si è stati educatori, parroci o cappellani dei più giovani, vuoi infine perché si è avuto modo di collaborare nel ministero. Anche i fedeli più vicini alla vita della nostra Chiesa, ci conoscono, almeno di nome, più o meno tutti.

Mi permetto poi di invitare a potenziare, con libertà, generosità e fantasia, le occasioni, che già ci sono o possono essere ulteriormente promosse, di fraternità spontanea: amicizie sacerdotali e diaconali da coltivare, occasioni per momenti di preghiera e di distensione tra gruppi di amici o di vicini, pranzi in comune, collaborazioni reciproche. Queste relazioni di spontaneità, quando non solo esclusive o escludenti, sono molte preziose sia per avviare nuove forme di collaborazioni pastorali, sia in particolare nei momenti di difficoltà, di fatica, di malattia che possono affliggere qualche prete o diacono. Più volte mi è capitato di chiedere al vicario generale o a qualche sacerdote: ma quel prete (o quel diacono) non ha qualche confratello amico che gli può stare vicino? che gli può suggerire per esempio di curare di più la salute? che gli può far presente con tatto e delicatezza qualche situazione problematica? Non per scaricare su altri la responsabilità che spetta al vescovo, ma devo dire che mi sono sentito molto meno preoccupato quando mi è stato risposto che, sì, c’è l’uno o l’altro che è amico e che può farsi carico di una più forte e autentica vicinanza.

A livello più generale mi limito a proporre due iniziative.

La prima è quella di pregare quotidianamente gli uni per gli altri. Ho fatto preparare a questo scopo un’immaginetta che riproduce la parte centrale della tela dell’abside di questa cattedrale, riporta l’elenco di tutti i presbiteri e diaconi incardinati o con un incarico in diocesi e una bella orazione tratta dalla liturgia. E’ possibile ogni giorno scorrere l’elenco dei confratelli e pregare gli uni per gli altri oltre che per le vocazioni presbiterali e diaconali?

La seconda: considerata la felice riuscita dei tre giorni di ritiro a Vittorio Veneto proprio dal punto di vista della fraternità – iniziativa che verrà riproposta a settembre con un forte invito a intervenire per chi non ha potuto parteciparvi all’inizio della Quaresima – e tenuta presente anche la consolidata esperienza di molte diocesi sorelle, penso sia utile ipotizzare ogni anno una “tre giorni residenziale” per il clero, privilegiando un anno l’aspetto spirituale e l’altro l’aspetto formativo che divenga un confronto tra di noi schietto e approfondito su qualche tema e abbia anche riflessi sulle scelte pastorali comuni. L’idea sarebbe di proporre comunque due date, con l’impegno ad aiutarsi a vicenda a coprire l’assenza del confratello per celebrazioni o adempimenti urgenti, nella consapevolezza che le comunità parrocchiali non avranno alcuna difficoltà a sapere che il loro sacerdote o diacono è assente per vivere un forte momento di fraternità a livello spirituale o formativo.

Sembrano pochi e semplici suggerimenti, ma sono convinto che con la grazia di Dio possono aiutarci a crescere in fraternità, conoscenza e stima reciproca e a vivere con serenità e, perché no?, con gioia la sfida dell’annuncio e della testimonianza del Vangelo nella Chiesa che il Signore ha affidato alla nostra comune responsabilità.

+ vescovo Carlo

La sera del Giovedì Santo, l’arcivescovo aveva presieduto in cattedrale la messa “In coena domini” mentre nel giorno del  Venerdì Santo aveva guidato la Via Crucis nella Casa circondariale di Gorizia e l’Azione liturgica dell’Adorazione della croce in cattedrale. La sera mons. Redaelli aveva quindi guidato la Via Crucis del decanato di Gorizia svoltasi, causa il maltempo, all’interno della chiesa di S. Ignazio.

(Foto Sergio Marini)