“Il Regno appartiene ai bambini”

lunedì 25 giugno 2018

Sabato 23 giugno si è tenuta una Santa Messa di saluto, presso la chiesa di Sant’Ignazio, per ringraziare le suore dell’Istituto “Nostra Signora” di Gorizia, ma anche tutte le insegnanti e gli
alunni che hanno fatto parte di questo microcosmo che per molti anni ha fornito un progetto educativo di altro livello alla città. Pubblichiamo di seguito l’omelia dell’arcivescovo Carlo.

La pagina di Vangelo che abbiamo ora ascoltato sembra essere una di quelle più serene e simpatiche e così è stata spesso rappresentata: Gesù circondato dai bambini, che li guarda con benevolenza e li accarezza alla presenza delle mamme tutte contente, che scrutano con un occhi di rivincita i discepoli di Gesù, un po’ in disparte e vergognosi per essere stati smentiti dal Maestro nel loro tentativo, in buona fede, di proteggerlo per così dire dall’essere importunato dall’esuberanza dei bambini…

In realtà si tratta di una pagina molto inquietante, soprattutto se letta oggi. I termini usati dall’evangelista per descrivere la scena sono molto pesanti. Anzitutto quel «li rimproveravano» – azione di cui non si capisce il destinatario, se i bambini o chi li presenta a Gesù – è lo stesso verbo usato per rimproverare il demonio nelle azioni di esorcismo (i bambini quindi respinti come spiriti immondi…) ed è pure quello che indica il rimbrotto di Pietro nei confronti di Gesù, quando il Maestro annuncia la sua passione e il discepolo non è d’accordo e lo prende in disparte per rimproverarlo. Ancora più pesante il termine che esprime la reazione di Gesù: «si indignò». Si tratta di un verbo che indica un moto impulsivo di indignazione, di irritazione e di indisposizione. Per usare un’immagine: è la stessa reazione istintiva e arrabbiata di quando ti pestano un piede.

Gesù non si indigna a caso o per niente, Lui che si definisce «mite e umile di cuore» (Mt 11,29). Qui però si arrabbia, si indigna. Perché? Certo perché ci sono di mezzo i bambini che nella società di allora non contavano niente e che i suoi discepoli consideravano solo un fastidio. Ma ancora di più perché c’è di mezzo il Regno, il Regno di Dio. Il Regno di Dio, lo sappiamo, è l’oggetto dell’annuncio di Gesù. Fin dall’inizio della sua missione, Gesù non fa che annunciare il Regno. Tutta la sua predicazione non è che annuncio del Regno, basti pensare alle parabole. Ma anche tutta la sua azione è finalizzata a questo: i suoi miracoli sono il segno che il Regno è presente.

Ora Gesù, nella circostanza presentata dal Vangelo odierno, fa due affermazioni circa il Regno. La prima: il Regno appartiene ai bambini. La seconda: se uno non accoglie il regno di Dio come un bambino, non vi entra. Notate: la prima affermazione può anche non toccarci troppo – il Regno appartiene ai bambini e la cosa può farci piacere -, ma la seconda riguarda noi, perché entrare o non entrare nel Regno equivale a salvarci o non salvarci.

Il Regno appartiene ai bambini: come mai? perché sono bravi, sono perfetti, sono santi? No, anche Gesù, in un’altra pagina del Vangelo, parla dei capricci dei bambini (per altro per dire che gli adulti sono altrettanto capricciosi…). Il Regno appartiene ai bambini non perché sono bravi – nonostante quello che possiamo pensare noi…-, ma perché Dio privilegia e ama i piccoli, i poveri, i disprezzati, i rifiutati, gli ultimi.

Per entrare nel regno, poi, Gesù dice che occorre accoglierlo come un bambino. Di solito questa frase viene interpretata come l’indicazione che si deve accogliere il Regno di Dio con la semplicità di un bambino. Ma la formulazione letterale e il contesto in cui inserita – vale a dire l’atteggiamento di Gesù – dice qualcosa di diverso, cioè: si deve accogliere il Regno di Dio come si deve accogliere un bambino. E in effetti Gesù, il nostro Maestro, dà l’esempio: accoglie i bambini con due gesti molto significativi. Anzitutto «prendendoli tra le braccia», quindi con un’accoglienza totale, sincera, affettiva, rassicurante. L’abbraccio indica infatti un’accoglienza della totalità della persona. E poi «li benediceva imponendo le mani su di loro». La benedizione manifesta il rapporto di Dio verso la persona, un Dio che “dice bene”, che ama. L’imposizione delle mani esprime invece un gesto di guarigione – così spesso nel Vangelo – ma anche il conferimento di un incarico, il dare fiducia a una persona, e per questo è un gesto usato anche oggi dalla Chiesa, per esempio nel sacramento dell’ordine. Un’accoglienza molto forte quella che Gesù riserva ai bambini: li accetta come sono, li mette in rapporto con l’amore di Dio, manifesta in loro una fiducia.

Ora se applichiamo tutto questo a noi, viene spontaneo essere preoccupati e tristi. Stiamo oggi celebrando certo un ringraziamento al Signore per tutta l’attività educativa svolta in tantissimi anni con grande dedizione dalle Suore di Nostra Signora a favore dei bambini e ragazzi nella nostra città, in conformità al carisma della loro Fondatrice Maria Teresa di Gesù Gerhardinger. E il ringraziamento va ovviamente anche a loro e a tutti coloro che hanno collaborato alla loro azione pedagogica.

Ma siamo qui non per un anniversario, bensì per una chiusura. Una chiusura che ci deve far riflettere e preoccupare. Siamo parte di una società italiana e occidentale che non è più capace di dare spazio ai bambini, non li mette al  mondo, , li sopprime spesso prima della nascita, non favorisce le giovani coppie, non sostiene la maternità… insomma non sa accogliere i bambini. Una società che anche in generale si chiude all’accoglienza di chi è povero e bisognoso, che sia presente nelle nostre città e nei nostri paesi o anche venga lasciato in mezzo al mare. Anche come Chiesa – e non intendo solo chi nella Chiesa ha responsabilità, ma tutti coloro che, almeno a parole, si professano cristiani – abbiamo come è noto le nostre colpe verso i bambini e anche verso i poveri. E probabilmente ci siamo troppo abituati al fatto che altri dovevano mettere persone e risorse a servizio dell’educazione e dell’accoglienza.

Non vorrei indulgere la pessimismo, che non è un atteggiamento cristiano, e come credenti non dobbiamo mai lasciarci rubare la speranza. Ci sono ancora nella nostra società occidentale, in Italia, qui da noi, dentro e fuori della comunità cristiana, tantissime persone che si impegnano per la vita, per i bambini, per le famiglie, per i malati, per i poveri, per gli stranieri. E di questo dobbiamo essere molto riconoscenti al Signore e alle persone che ci offrono testimonianze che spesso non sappiamo vedere e valorizzare a sufficienza.

Però – permettete che ve lo dica – il Vangelo di oggi non mi lascia per niente tranquillo. Ma il destino del Vangelo è questo: ci consola, ci riempie di gioia, ma anche ci inquieta. Che l’inquietudine del Vangelo ci porti a conversione, così come è stato per la Beata Maria Teresa di Gesù e per tanti uomini e donne che hanno allargato le braccia come Gesù per accogliere e benedire bambini e poveri.

 

+ vescovo Carlo