Il Purgatorio: un abbraccio che purifica

sabato 2 novembre 2019

La sera di sabato 2 novembre, alle ore 18, mons. Redaelli ha presieduto in cattedrale la concelebrazione eucaristica in suffragio dei fedeli defunti.

Oggi la Chiesa ricorda i fedeli defunti e prega per loro. Questa preghiera viene definita preghiera di suffragio e si riferisce all’idea che le persone passate all’altra vita, anzitutto i nostri cari, abbiano bisogno della nostra preghiera per raggiungere la gioia del paradiso. E’ quindi sottesa anche la convinzione che non siano santi. Non si fanno preghiere di suffragio per i santi, ma caso mai si chiede la loro intercessione. Per i defunti, invece, ci viene chiesto di pregare.

Tutto ciò si ricollega alla dottrina sul purgatorio. Circa questa realtà l’insegnamento della Chiesa è sempre stato molto sobrio. Il Catechismo della Chiesa Cattolica dice semplicemente così: «Coloro che muoiono nella grazia e nell’amicizia di Dio, ma sono imperfettamente purificati, sebbene siano certi della loro salvezza eterna, vengono però sottoposti, dopo la loro morte, ad una purificazione, al fine di ottenere la santità necessaria per entrare nella gioia del cielo» (n. 1030). E a proposito dei suffragi sempre il Catechismo afferma: «Fin dai primi tempi, la Chiesa ha onorato la memoria dei defunti e ha offerto per loro suffragi, in particolare il sacrificio eucaristico, affinché, purificati, possano giungere alla visione beatifica di Dio. La Chiesa raccomanda anche le elemosine, le indulgenze e le opere di penitenza a favore dei defunti» (n. 1032).

​​A fronte di questa sobrietà ed essenzialità dell’insegnamento della Chiesa, occorre riconoscere che in relazione al purgatorio si è spesso esercitata la fantasia che si espressa anche attraverso raffigurazioni non sempre corrette e sulle quali anche il magistero è intervenuto per evitare malintesi. Così, ad esempio, si è immaginato il purgatorio come una specie di inferno, un po’ meno pesante e comunque temporaneo, dove le cosiddette anime purganti sono tormentate dal fuoco. Ma il Catechismo precisa: «La Chiesa chiama purgatorio questa purificazione finale degli eletti, che è tutt’altra cosa dal castigo dei dannati» (n. 1031). Altre volte si è pensato al purgatorio come a un luogo e soprattutto come a un tempo dove le anime devono scontare una penitenza, tempo che può essere abbreviato se qualcuno per così dire ottiene uno sconto di pena per loro attraverso Messe fatte celebrare, preghiere e sacrifici quasi pagando al loro posto una specie di ammenda. Ma che idea di Dio è sottesa a questa visione? Un Dio Padre che ci ama, che ha misericordia per noi, che è contento se stiamo con lui o un Dio giudice inflessibile, che custodisce le anime prigioniere in un luogo simile a un carcere e vuole essere pagato a suon di preghiere per liberarle?

Anche considerare il purgatorio come una specie di sessione di esami di riparazione o come un’opportunità per fare corsi di recupero non funziona. Non sembra rispettosa della verità e dell’unicità della nostra vita in cui si gioca definitivamente la nostra libertà. Non possiamo fare come certi ragazzi che non si impegnano troppo durante l’anno scolastico, perché tanto c’è comunque la possibilità di un recupero a fine estate… No: la vita, questa vita è una cosa seria e unica.

Che cosa allora dire del purgatorio e della nostra preghiera per i defunti? Rispettando ovviamente il dato dottrinale e la sua corretta essenzialità, penso che qualche spunto di riflessione possa esserci offerto dalla Parola di Dio di oggi.

Anzitutto la prima lettura che parla di una prova, di una nostra purificazione come dell’oro nel crogiuolo. Tutti abbiamo bisogno di purificazione non perché ci viene imposta, ma perché la sentiamo come necessità. Io in paradiso vorrei essere finalmente purificato e liberato dai miei difetti, dalle mie mancanze, da tutto ciò che mi pesa. E vorrei anche ritrovare lì i miei cari migliori di come erano qui: belli e splendenti, senza i limiti che anch’io ho riconosciuto (e anche sopportato…) in loro. Insomma, se ben ci pensiamo, che ci sia il purgatorio, un qualcosa che ci purifichi nel momento della morte prima di farci entrare nella comunione definitiva di Dio, è una nostra profonda esigenza.

Dobbiamo poi considerare il Vangelo, quello delle beatitudini. Di solito lo leggiamo dal nostro punto di vista evidenziando quello che dobbiamo o dovremmo essere noi: poveri, miti, affamati di giustizia, puri, operatori di pace, ecc. Invece è interessante leggere le beatitudini dal punto di vista di Dio e del suo agire verso di noi: Lui ci dona il Regno, Lui ci consola, Lui ci regala la terra, Lui ci sazia di giustizia, Lui ci offre misericordia, Lui si mostra a noi, Lui ci chiama suoi figli, Lui ci assicura una ricompensa. Fa tutto questo solo per i bravi, per i perfetti, per i santi o per tutti i suoi figli?

Sulla stessa linea si colloca la seconda lettura affermando che Dio abiterà con gli uomini e che «asciugherà ogni lacrima dai loro occhi e non vi sarà più la morte né lutto né lamento né affanno». Un Dio che consola, che asciuga le lacrime, che fa sparire lutto, lamento e affanno. E se il purgatorio fosse questo abbraccio consolante del Padre, fosse questo gesto di tenerezza con cui Dio asciuga le lacrime e toglie in noi ogni negatività?

Contro questa visione l’obiezione è facile: dove sarebbe allora la purificazione per tutte le nostre mancanze? Dio farebbe finta di niente circa la nostra vita, i nostri sbagli, le nostre cattiverie? Ci assicurerebbe a tutti, come chiedevano gli studenti ai tempi del ’68, il 6 politico: tutti promossi in paradiso a prescindere? E dove sarebbe la sua giustizia, ma anche la nostra responsabilità, la nostra libertà e la serietà della nostra vita? Domande vere e del tutto corrette. Ma l’amore e la misericordia non sono alternative alla giustizia e alla necessità della purificazione. Vorrei spiegarmi con un esempio.

Mi auguro che tutti i presenti siano sempre stati corretti nei confronti degli altri e fedeli verso gli amici, il coniuge, i figli, i genitori, i colleghi, … Però purtroppo capita a volte di tradire gravemente qualcuno a cui si vuole o si dovrebbe voler bene. E forse è successo a qualcuno di noi. Avviene, però, per fortuna – anzi, direi per grazia – che la persona offesa, tradita, trattata male ci offra talvolta il suo perdono. Spero sia un’esperienza che qualcuno abbia fatto. Nel momento in cui ricevi il perdono, in quell’abbraccio tu provi due sentimenti. Anzitutto una grande gioia, un grande senso di liberazione, un grande sollievo, un sentimento molto forte di riconoscenza. Ma poi anche una grande sofferenza, perché proprio ricevendo il perdono capisci quanto quella persona ti ha voluto e ti vuole bene, e ti rendi conto di come non hai compresoquell’amore, di come stupidamente lo hai trascurato, lo hai tradito. E ci soffri. Una sofferenza che è purificazione, che purifica il tuo fragile voler bene, che ti fa crescere nell’amore.

E se il purgatorio fosse proprio questo? L’abbraccio con il quale il Padre al momento della morte ci accoglie nel suo amore nonostante i nostri peccati e i nostri tradimenti, un abbraccio che riempie di gioia, ma che ci dona anche una sofferenza purificatrice, una sofferenza d’amore che finalmente ci farà capire quanto, senza che ne fossimo consapevoli fino in fondo,siamo stati amati e quanto avremmo potuto amare?

Resta un’ultima domanda circa il purgatorio: e le nostre preghiere, le nostre opere a suffragio dei defunti che cosa sono, a che cosa servono? E se le vedessimo come segni di amore che – per così dire – amplificano l’abbraccio del Padre nella comunione d’amore dell’intera Chiesa? Anche il nostro povero amore per i nostri cari, dentro l’amore infinito di Dio acquista infatti un senso e diventa un partecipare già ora all’abbraccio del Padre, in attesa di viverlo in pienezza quando anche noi arriveremo da Lui. Allora, ne sono certo, anche i nostri cari defunti ci abbracceranno e aiuteranno a loro volta il Padre ad asciugare le nostre lacrime, a sostenere il nostro cammino di purificazione, a introdurci nella gioia. Quella gioia che non finirà mai e che oggi speriamo e attendiamo con grande fiducia.  

+ vescovo Carlo

 

Venerdì 1° novembre 2019, mons. Redaelli ha celebrato la liturgia eucaristica nella chiesa di Sant’Ignazio nella solennità di tutti i Santi, pronunciando la seguente omelia.

Oggi è la festa di tutti i santi, ma ho deciso di parlarvi di san Francesco. Mi direte: ma san Francesco lo abbiamo festeggiato il 4 di ottobre e per di più è un santo conosciutissimo, di cui tutti parlano – persino i politici che spesso vanno ad Assisi – mentre oggi bisognerebbe riferirsi alle sante e dei santi sconosciuti, quelli che papa Francesco chiama i santi della porta accanto. Insomma almeno un giorno all’anno bisognerebbe ricordarsi delle sante e dei santi che non sono sugli altari, di cui non esistono statue e dipinti, ma che sono sicuramente in paradiso. Una questione di giustizia, non vi pare: fare un po’ di festa anche a loro…

Eppure, ho deciso di parlarvi comunque di san Francesco. Perché? Perché riflettendo sulla festa di oggi, in particolare su quella «moltitudine immensa, che nessuno poteva contare, di ogni nazione, tribù, popolo e lingua» di cui parla la prima lettura, mi sono chiesto: ci sarà qualche santo o qualche santa che è andato in paradiso per l’ecologia, per il rispetto della natura, per la custodia del creato? A scanso di equivoci, non sto proponendo di allinearci alla moda del presente, visto che tutti parlano – e un po’ meno praticano – di ambiente, di creato, di sostenibilità, ecc. E non sto dicendo che, mentre una volta si andava in paradiso andando a Messa alla domenica, comportandosi bene, facendo sacrifici, pregando, ecc. oggi si andrebbe in paradiso se si fa la raccolta differenziata o se si mangia biologico… Ovviamente no.

Però, se si vede da un punto di vista cristiano il tema del creato, la necessità di custodire questo dono del Signore, l’importanza che tutti possano accedere alle ricchezze della natura anche i poveri e le generazioni future… Insomma, se si prende sul serio quanto ci ha detto papa Francesco nella sua enciclica Laudato si’ e in tanti altri interventi suoi e di altri (da ultimo il sinodo sull’Amazzonia), allora la questione del creato è una questione di fede e anche di santità. E siccome papa Francesco propone proprio nella sua enciclica san Francesco come esempio in questo e non cita praticamente altri santi, ecco che inevitabilmente dobbiamo parlare del santo di Assisi.

Anche in questo caso, per evitare ogni equivoco, sottolineo che san Francesco non è il santo un po’ poeta, un po’ naif, che andava in giro per i campi e i boschi cantando le lodi del creato e basta. No, san Francesco è santo anzitutto perché ha vissuto esattamente le beatitudini che abbiamo ascoltato proposte da Gesù nel Vangelo. «Beati i poveri»: e chi è stato più povero di Francesco, vestito solo di una tunica rattoppata? «Beato chi piange»: e chi più di Francesco ha pianto anche di gioia nella sua vita? «Beati i miti»: e chi più di Francesco è stato mite con tutti persino con il lupo di Gubbio? «Beati gli operatori di pace»: e chi più di Francesco lo è stato, lui che durante una crociata è andato disarmato dal sultano per parlargli di Gesù? E potremmo continuare con tutte le beatitudini.

Ma oggi vorrei sottolineare il rapporto del santo di Assisi con la creazione, con le creature. I suoi biografi raccontano moltissimi e simpaticissimi episodi della sua vita che riguardano questo rapporto. Anzitutto il suo atteggiamento verso gli animali, ma – ed è la cosa ancora più sorprendente – quello degli animali verso di lui. Ve ne racconto due molto curiosi citando le fonti francescane.

Anzitutto la storia del fagiano che gli era stato regalato a Siena. Così raccontano: «Egli lo ricevette con gratitudine, non per il desiderio di mangiarlo, ma secondo l’abitudine per la quale si rallegrava di tali cose per amore del Creatore, disse al fagiano: “Sia lodato il nostro Creatore, fratello fagiano!”. E ai frati: “Proviamo ora se frate fagiano voglia stare con noi, oppure andarsene ai luoghi abituali e a lui più confacenti”. Allora un frate per ordine del Santo portando l’uccello, lo pose lontano in un vigneto. Esso subito, con volo rapido, ritornò alla cella del Padre, che ordinò ancora di portarlo più lontano. L’uccello con estrema velocità tornò alla porta della cella e, come facendo violenza, entrò di sotto le tonache dei frati che erano all’ingresso. Allora il Santo ordinò di nutrirlo con cura, accarezzandolo e parlandogli dolcemente. Un medico, assai devoto al Santo di Dio, vista la cosa, chiese l’uccello ai frati, non per mangiarlo, ma per allevarlo in ossequio al Santo. Lo portò con sé a casa, ma il fagiano, quasi offeso per essere stato allontanato dal Santo, finché rimase lontano dalla sua presenza non volle mangiare nulla. Stupefatto il medico, riportò con premura il fagiano al Santo, e narrò dettagliatamente tutto ciò che era accaduto. Il fagiano, posto in terra, appena scorse il Padre suo, lasciò ogni tristezza, e cominciò lietamente a mangiare» (FF 756).

E poi l’episodio delle rondini: «S’avvicinò una volta ad un paese di nome Alviano, per predicarvi. Radunato il popolo e chiesto il silenzio, quasi non poteva essere udito per il garrire delle molte rondini che nidificavano in quel luogo. Mentre tutti lo ascoltavano, si rivolse ad esse dicendo: “Sorelle mie rondini, ormai è ora che parli anch’io, giacché voi fino ad ora avete detto abbastanza! Ascoltate la parola di Dio standovene zitte, finché il discorso del Signore sarà terminato”. E quelle, come fossero dotate di ragione, subito tacquero, né si mossero dal loro luogo, finché tutta la predica fu finita. Tutti coloro che assistettero, pieni di stupore, dettero gloria a Dio» (FF 426).

Ma san Francesco aveva un amore e un rispetto particolare anche per le creature inanimate: parlava con il fuoco e non voleva spegnerlo, con l’acqua che non voleva sprecare, stava attento a calpestare le pietre, amava i fiori, ecc. E tutte queste realtà in qualche modo lo rispettavano. Un suo biografo scrive: «Non deve stupire che il fuoco e le altre creature talvolta lo onorassero. Come abbiamo visto noi, vissuti con lui, Francesco aveva un grande affettuoso amore e rispetto per esse, e gli procuravano tanta gioia. Dimostrava a tutte le creature così spontanea pietà e comprensione che quando taluno le trattava senza riguardi, egli ne soffriva. Parlava con esse con così grande letizia, intima ed esteriore come ad esseri dotati di sentimento, intelligenza e parola verso Dio, che molto spesso, in quei momenti, egli era rapito nella contemplazione di Dio» (FF 1621 [1598]).

Ci si potrebbe dilungare per molto tempo nel raccontare il rapporto di san Francesco con il creato, ma ciò che è importante sottolineare è il segreto di tutto questo: perché Francesco aveva una relazione così particolare con la natura, con il creato? La risposta è semplice: perché aveva un rapporto di fede e di amore con il Creatore. Francesco vedeva in tutte le cose, anzitutto negli uomini e nelle donne, ma anche negli animali, nei fiori e nelle piante e in tutte le creature, il segno della presenza e dell’amore di Dio: ecco il vero segreto, il vero motivo del suo amore e del suo rispetto verso la natura e anche il fatto che questo amore lo portava a lodare Dio, come ci testimonia il suo famosissimo cantico delle creature.

Il rispetto dell’ambiente è allora una questione di fede. E’ riconoscere Dio come creatore e amante di tutto e di tutti. E se è vero che, come dice la seconda lettura, «noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato», è anche vero che ci è stato detto che nel Regno di Dio non saremo come puri spiriti vaganti tra le nuvole, ma ci saranno cieli e terra nuovi dove tutto troverà in Cristo il suo senso e la sua armonia. Allora vivere oggi nella fede in Dio Creatore, riconoscere e rispettare tutto come suo dono, lodarlo per ogni cosa, vivere in armonia e nell’amore anzitutto con le persone, ma anche con tutte le creature, è una strada verso la santità che tutti possiamo percorrere.

San Francesco, ma anche tutte le sante e i santi che prima di noi hanno vissuto in questo mondo riconoscendolo come opera dell’amore di Dio, ci aiutino con la loro intercessione.

+ vescovo Carlo