La festa del Signore

martedì 26 marzo 2019

Gs 5,9a.10-12; 2Cor 5,17-21; Lc 15,1-3.11-32

Questa volta ad avvicinarsi a Gesù per ascoltarlo, sono i pubblicani e i peccatori. “Tutti”, sottolinea il Vangelo. E il Signore li accoglie, ci parla, ci mangia insieme, li invita al banchetto. Fa di più, cambia il loro nome: da “questo peccatore” a “tuo fratello”, da “tuo servo” a “mio figlio”.
L’effetto di questi incontri è la gioia di Dio – perché ritrova ciò che ha perso – e l’invito a prenderne parte. La conversione, prima che opera nostra, è iniziativa – grazia – di Dio che viene a cercarci fino al buco dove ci siamo perduti. Prima e dopo questa pagina di Vangelo si contano cinque parabole (il banchetto di nozze, la pecora e la moneta perdute, i due figli e l’amministratore disonesto) ma unico è il messaggio: l’incontro con la gioia della misericordia di Dio in Gesù Cristo.
Carestia e fame sono le molle che smuovono il figlio allontanatosi; torna a casa perché lì c’è il pane. A spingere il padre, invece, sono le sue “viscere di misericordia”. Così il cardinale Ravasi: “La parola biblica primaria che nella Bibbia definisce l’atteggiamento misericordioso è desunta dalla matrice stessa della famiglia, cioè la generazione. In ebraico si tratta di una radice verbale, rhm, che dà origine al vocabolo rehem/rahamîm, cioè le viscere, il grembo materno, ma anche l’istinto paterno per il figlio”.
“Mangiamo e facciamo festa”. È il plurale dell’amore che spartisce, moltiplica la gioia; l’opposto delle parole del ricco accentratore: “Poi dirò a me stesso: Anima mia, hai a disposizione molti beni, per molti anni; riposati, mangia, bevi e divertiti!”. “Radice del peccato è la cattiva opinione sul Padre, comune sia al maggiore che al minore. L’uno, per liberarsene, instaura la strategia del piacere. L’altro, per imbonirselo, instaura la strategia del dovere. Ateismo e religione, nihilismo e vittimismo scaturiscono da un’unica fonte: la non conoscenza di Dio”. Ognuno di noi è il minore; ognuno è il maggiore. Conta il Padre, il solo capace di ritrovarci come figli. Questo è il miracolo che esige la festa.
Nell’ordine della salvezza e del rapporto con Dio “tutto è grazia”. Lo dice bene Søren Kierkegaard: Il contrario del peccato non è la virtù. Ma la fede. Una fede che fa aprire gli occhi sul tuo nulla e sul tutto di Dio, sulla tua miseria e sulla sua misericordia. Penso alle coppie in crisi, dove ciascuno ritiene di trovarsi dalla parte della ragione. Se non si demolisce questa presunzione, non ci sarà dialogo e soprattutto non potrà emergere un sano rispetto della diversità altrui. Amarsi da “peccatori” consapevoli è forse il modo autentico di esprimere l’amore.

Angelo Sceppacerca