La nascita: vita, novità, gioia

lunedì 10 settembre 2018

Sabato 8 settembre 2018 il vescovo Carlo ha guidato l’annuale pellegrinaggio diocesano al Santuario sull’isola di Barbana. Pubblichiamo l’omelia pronunciata nell’occasione dall’arcivescovo.

Il Vangelo che abbiamo appena ascoltato può apparire quasi un noioso elenco telefonico o anagrafico con la puntuale presentazione di tutte le generazioni. Cambia del tutto se invece di leggere: «Abramo generò Isacco, Isacco generò Giacobbe, Giacobbe generò Giuda e i suoi fratelli…» ecc., lo intendessimo così: “da Abramo e sua moglie è nato un bel bambino che si chiamava Isacco; da Isacco, diventato grande, e da sua moglie, è nato un altro simpatico bimbo che si chiamava Giacobbe; Giacobbe addirittura è stato il papà di 12 bambini”… Si tratta quindi di un elenco di nascite, del ripetersi di quell’evento bello e gioioso come è ogni nascita.

Non si parla della nascita di Maria, anche se con lei si interrompe la catena di generazioni: non si dice, infatti, che “Giuseppe generò Gesù”, ma che Giuseppe è solo lo sposo di Maria, “dalla quale è nato Gesù, chiamato Cristo”. Ma la nascita di Gesù se interrompe il succedersi di generazioni è comunque un fatto, che si iscrive nelle nascite che caratterizzano la vicenda umana: anche Lui è nato, perché Lui è davvero uomo.

La nascita. Una realtà che da sempre è caratterizzata – in quanto umana (e quindi anche per Gesù e per Maria) – da tre elementi fondamentali, su cui vorrei invitarvi a riflettere, perché per estensione possono essere applicati a ogni nascita, a ogni origine, a ogni inizio.

Il primo elemento è la vita. Finché ci sono nascite, c’è la vita. Se non ci sono più nascite, la vita viene meno, si estingue. È solo questione di tempo. Perché i “viventi” sono anche i “morenti” e se nessuno nasce più, alla fine resta solo un cimitero, una desolante distesa di tombe. Siamo in una società dove il numero delle nascite sta drammaticamente scendendo anno dopo anno. Molte sono le cause e non è qui il luogo per esplicitarle. Resta il fatto che la nostra è una società che forse non sta ancora morendo, ma che certamente sta perdendo la vita. Una vita che viene meno perché si sta smarrendo la capacità di generare figli (non purtroppo la possibilità di rifiutarli prima che nascano…), non si è aperti a una speranza, ci si rinchiude su se stessi, non si riesce a vivere legami d’affetto veri e duraturi, non si è capaci di accogliere gli altri (stranieri compresi), si fa fatica a scoprire ideali per cui valga la pena vivere. Una visione pessimistica, questa, o realistica? In ogni caso preoccupante.

Un secondo elemento tipico della nascita è la novità: chi nasce è una persona nuova, diversa da ogni altro, non è un clone, una fotocopia di un altro uomo o un’altra donna (o non dovrebbe essere perché si sta avendo la possibilità anche di fare questo). L’altro, l’altra che nasce non sei tu, mamma o papà, ma è lui, è lei. Una novità nell’umanità, un individuo speciale e irrepetibile. Quanti drammi ci sono anche nella nostra società quando non si riconoscono i figli e, per estensione, le persone di cui abbiamo responsabilità, come diversi da noi: non li si lascia andare, non si permette loro di crescere, di essere altro da noi. Una società che tende a omologare tutto e tutti, non rispettando la diversità di ciascuno – una diversità chiamata a mettersi a servizio della costruzione di una realtà bella e multiforme – è una società non veramente umana.

Una terza caratteristica della nascita è la gioia. Può sembrarci qualcosa di meno ovvio, ma la nascita, in quanto vita, in quanto novità porta gioia. Lo afferma Gesù stesso quando, nei discorsi dell’ultima cena, paragona la tristezza e la sofferenza dei discepoli per la sua prossima morte, che però diventerà poi gioia con la risurrezione, al parto: «La donna, quando partorisce, è nel dolore, perché è venuta la sua ora; ma, quando ha dato alla luce il bambino, non si ricorda più della sofferenza, per la gioia che è venuto al mondo un uomo» (Gv 16,21). Le mamme qui presenti, immagino, possono confermare questa gioia.

Gioia che è molto sottolineata anche a proposito della nascita di Gesù. L’angelo a Betlemme dice ai pastori: «Non temete: ecco, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore» (Lc 2,10-11). Interessante, non dice: “vi annuncio una nascita”, ma “vi annuncio una grande gioia”.

Vita, novità, gioia. Sono le caratteristiche di ogni nascita. Non solo delle nostre nascite, ma anche di quella di Gesù. Lui che è il Signore della vita, la novità inattesa donata dall’amore del padre, Colui che dà la gioia vera. E anche della nascita di Maria: Lei è la nuova Eva, la madre della vita; Lei è “la donna nuova” – come si esprime una bellissima Messa contenuta nel Messale a Lei dedicato –; Lei porta la gioia, come attesta Elisabetta: «Benedetta tu fra le donne e benedetto il frutto del tuo grembo! A che cosa devo che la madre del mio Signore venga da me? Ecco, appena il tuo saluto è giunto ai miei orecchi, il bambino ha sussultato di gioia nel mio grembo» (Lc 1,42-44).

Celebriamo la nascita di Maria all’inizio di un nuovo anno pastorale. Possiamo applicare anche a questa nostra situazione le tre caratteristiche della nascita? Penso di sì.

Incominciamo un anno che è segno di vita per la nostra Diocesi. Anche i cambiamenti che stanno avvenendo dovrebbero esprimere la vitalità della nostra Chiesa. Non mi riferisco solo ai trasferimenti di alcuni sacerdoti o all’avvio delle unità pastorali, ma soprattutto al tentativo di caratterizzare la vita e la pastorale delle nostre parrocchie in senso più dinamico e missionario, accogliendo l’invito che, fin dall’inizio del suo pontificato, papa Francesco ci ha fatto chiamandoci a testimoniare la gioia del Vangelo con l’esortazione apostolica “Evangelii gaudium”.

Un anno pastorale poi che esprime una novità. Non si tratta di cercare per forza qualcosa di nuovo o di buttar via quanto ci è stato consegnato dalle generazioni precedenti, in particolare dalla loro fede e dal loro amore al Signore, ma di vivere oggi la testimonianza del Vangelo. Oggi e non ieri, un oggi aperto al domani, perché è oggi che il Signore ci chiede di vivere il Vangelo, trovando anche forme nuove. Non è mai facile aprirsi al nuovo. Anche Gesù in un passo del Vangelo di Luca, dopo aver detto che occorrono otri nuovi per il vino nuovo del Vangelo, altrimenti si rompono e si perdono vino e otri, aggiunge una costatazione amara ma realistica: «Nessuno poi che beve il vino vecchio desidera il nuovo, perché dice: “Il vecchio è gradevole!”» (Lc 5,39).

Infine, un anno pastorale che, senza nascondere le difficoltà e le fatiche – anche quelle legate al cambio di sacerdoti e al cammino verso l’unità di molte parrocchie –, deve essere vissuto nella gioia. La gioia non banale o superficiale, ma la gioia del Vangelo. Così infatti comincia l’esortazione di papa Francesco che prima ho ricordato: «La gioia del Vangelo riempie il cuore e la vita intera di coloro che si incontrano con Gesù. Coloro che si lasciano salvare da Lui sono liberati dal peccato, dalla tristezza, dal vuoto interiore, dall’isolamento. Con Gesù Cristo sempre nasce e rinasce la gioia. In questa Esortazione desidero indirizzarmi ai fedeli cristiani, per invitarli a una nuova tappa evangelizzatrice marcata da questa gioia e indicare vie per il cammino della Chiesa nei prossimi anni».

Maria nascente ci conceda che l’anno pastorale che inizia sia davvero per la nostra Chiesa una nuova tappa evangelizzatrice, piena di vita, di novità, di gioia.

+ Vescovo Carlo