La parabola dei talenti

mercoledì 15 novembre 2017

Mt 25, 14-30

Avverrà infatti come a un uomo che, partendo per un viaggio, chiamò i suoi servi e consegnò loro i suoi beni. A uno diede cinque talenti, a un altro due, a un altro uno, secondo le capacità di ciascuno; poi partì. Subito colui che aveva ricevuto cinque talenti andò a impiegarli, e ne guadagnò altri cinque. Così anche quello che ne aveva ricevuti due, ne guadagnò altri due. Colui invece che aveva ricevuto un solo talento, andò a fare una buca nel terreno e vi nascose il denaro del suo padrone.
Dopo molto tempo il padrone di quei servi tornò e volle regolare i conti con loro. Si presentò colui che aveva ricevuto cinque talenti e ne portò altri cinque, dicendo: “Signore, mi hai consegnato cinque talenti; ecco, ne ho guadagnati altri cinque”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò poi colui che aveva ricevuto due talenti e disse: “Signore, mi hai consegnato due talenti; ecco, ne ho guadagnati altri due”. “Bene, servo buono e fedele – gli disse il suo padrone -, sei stato fedele nel poco, ti darò potere su molto; prendi parte alla gioia del tuo padrone”. Si presentò infine anche colui che aveva ricevuto un solo talento e disse: “Signore, so che sei un uomo duro, che mieti dove non hai seminato e raccogli dove non hai sparso. Ho avuto paura e sono andato a nascondere il tuo talento sotto terra: ecco ciò che è tuo”. Il padrone gli rispose: “Servo malvagio e pigro, tu sapevi che mieto dove non ho seminato e raccolgo dove non ho sparso; avresti dovuto affidare il mio denaro ai banchieri e così, ritornando, avrei ritirato il mio con l’interesse. Toglietegli dunque il talento, e datelo a chi ha i dieci talenti. Perché a chiunque ha, verrà dato e sarà nell’abbondanza; ma a chi non ha, verrà tolto anche quello che ha. E il servo inutile gettatelo fuori nelle tenebre; là sarà pianto e stridore di denti”.

I primi due servi della parabola dei talenti hanno saputo mettere a frutto il dono d’amore ricevuto da Dio, moltiplicando nella loro vita le potenzialità di bene.
Il padrone non dà a tutti gli stessi talenti, ma conosce i suoi servi e affida loro risorse diverse che implicano il compito di farle fruttificare. Il racconto vuol farci capire che Dio è generoso con tutti e non ci chiede nulla oltre le nostre capacità, ma desidera che sfruttiamo quelle che abbiamo in dote mettendole al servizio dei fratelli, avendo fiducia in Lui senza chiuderci in noi stessi per paura e mancanza di generosità. Il discepolo ha il compito e il dovere di collaborare al progetto di Dio e realizzare
un mondo più giusto e migliore. Solo se non si ha paura di spendere le proprie risorse si vive in modo pieno e felice, chi dona amore trova amore.
La ricompensa è la stessa per i due servi che hanno saputo impiegare i loro talenti, anche se diversi, perché entrambi li hanno investiti al meglio e raddoppiati, creando un nuovo rapporto di fiducia e di comunione con il loro signore.
Il cristiano, preso dagli affanni della vita, corre il rischio non solo di nascondere i talenti ricevuti e quindi di non moltiplicarli, ma anche di dimenticarli. Al servo che l’ha nascosto viene tolto il talento perché è lui stesso che, comportandosi così, ha rifiutato il dono e la punizione è l’allontanamento dalla presenza del padrone, perché ha dimostrato di non aver fiducia ma paura di lui.
La vera gioia è la comunione piena con Dio e il prossimo, l’angoscia e l’attaccamento alle proprie false sicurezze portano invece al raffreddamento dei rapporti, alla solitudine, alla disperazione e al fallimento.

(da “Una comunità in ascolto di Matteo” – a cura degli insegnanti di religione cattolica della diocesi)