La preghiera di suffragio per il sen. Romoli

sabato 14 aprile 2018

Sabato 16 giugno, l’Arcivescovo monsignor Carlo Roberto Maria Redaelli ha presieduto in S. Ignazio la liturgia esequiale in occasione dei funerali del sen. Ettore Romoli, presidente del Consiglio regionale del Friuli Venezia Giulia e già parlamentare e sindaco di Gorizia. Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata nell’occasione da mons. Redaelli.

La morte di una persona è un momento assolutamente decisivo per chi lo vive, ma anche per tutti coloro che per motivi familiari, di amicizia, di relazioni o anche solo di conoscenza, sono legati a chi conclude il pellegrinaggio terreno. E’ un momento importante anche – o direi soprattutto… – per il Signore. Siamo qui in chiesa proprio per questo.

La nostra morte conta per il Signore, perché noi contiamo per Lui, siamo suoi figli. Dio non se ne sta lassù in un cielo lontano a guardare come spettatore il trascorrere delle nostre vite, il nostro nascere, crescere, vivere e morire. Lui è Padre: ci ha voluti, ci ha creati, ci ha amati e ha dato suo Figlio per noi. Non stiamo celebrando una generica preghiera, ma propriamente l’Eucaristia che ci mette in comunione con la croce di Cristo, con la sua morte per noi e con la sua risurrezione. Perché Dio ci ha voluto così bene da entrare dentro la nostra morte, da viverla con tutto il suo dramma, le sue fatiche e le sua angosce. A questo proposito c’è un passo in un libro del Nuovo Testamento che è sconvolgente. Nella lettera agli Ebrei si dice di Gesù: «Nei giorni della sua vita terrena egli offrì preghiere e suppliche, con forti grida e lacrime, a Dio che poteva salvarlo da morte» (Ebrei 5,7). Forti grida e lacrime: il Figlio di Dio ci è stato proprio vicino, dentro la nostra morte.

Siamo pertanto qui in Chiesa perché sappiamo e vogliamo testimoniarlo con la nostra fede, che Dio ha a cuore il nostro fratello Ettore per cui oggi preghiamo. Dio gli è stato e gli è Padre, un Padre che ama. E questo basta a confortarci e a confortare in particolare tutti coloro che hanno con lui un vincolo familiare, come i figli e i nipoti, o comunque sono stati legati a lui, come tutti i cittadini di questa bella Città, amata e servita dal sindaco Romoli.

Siamo qui anche per cercare nella Parola di Dio le parole giuste per interpretare quello che stiamo vivendo. I brani che abbiamo ascoltato possono però lasciarci perplessi. Abbiamo appena detto che Dio ci è Padre, ci ama, è interessato a noi, ma i passi della Scrittura più che di misericordia, sembrano parlare di giudizio: «Tutti ci presenteremo al tribunale di Dio». E, ancora: «ciascuno di noi renderà conto di se stesso a Dio». Ma il giudizio, intendo quello di Dio e non il nostro (anzi Paolo ci mette in guardia dall’ergersi noi come giudici degli altri: «Ma tu, perché giudichi il tuo fratello?»), non è contro la sua misericordia e non vuole condannarci, perché Dio vuole salvarci, è un Padre che non vuole perdere nessuno dei suoi figli. No, il giudizio dice semplicemente che Dio prende sul serio la nostra vita, la nostra libertà.

La libertà: una realtà a cui tutti tengono, ma che spesso oggi viene interpretata come fare quello che ci piace o ci riesce, senza pagare il conto di alcuna responsabilità. La libertà, invece, è il tremendo e insieme affascinante dono che ci è stato dato di decidere di noi stessi, di scegliere dove e come impiegare la nostra vita, i talenti ricevuti, le possibilità che ci vengono offerte. E questo nelle decisioni fondamentali, ma anche nelle scelte quotidiane che comunque esprimono chi siamo e chi vogliamo essere. Questa libertà può essere condizionata, anche banalmente dalle circostanze della vita (a cominciare dall’essere nati in un luogo piuttosto che in una altro, di avere avuto una formazione piuttosto che un’altra, dallo star bene o dall’avere problemi di salute,…). Può essere anche pesantemente limitata da costrizioni esterne, ma non ci può essere tolta. Perché alla fine ci resta almeno una possibilità decisiva: quella di scegliere se, nonostante tutto, amare o se, al contrario, decidere di non amare e quindi di chiuderci in noi stessi o persino di odiare.

La libertà si decide sull’amore. Ci è stata data per quello. Perché senza libertà non si può amare: un amore costretto è impossibile. E siccome Dio ci ha creati a sua immagine, di Lui che è amore, ha necessariamente dovuto darci la libertà. Correndo un bel rischio: perché la libertà ci permette di amare, ma anche di odiare. Ma senza la libertà non saremo veramente uomini, non saremmo persone.

Il Vangelo di oggi, con la parabola del giudizio finale (perché è una parabola e non un’anticipazione di un futuro avvenimento, una parabola che ci interroga), dice che l’amore non è una realtà astratta, ma concreta ed è riferita ai bisogni degli altri. Sono descritte le cosiddette opere di misericordia corporale, ma saggiamente la Chiesa vi ha aggiunto le opere di misericordia spirituali, perché la fame e la sete più vere, prima ancora che di pane e di acqua, sono quelle di amore, di accoglienza, di relazione.

Come ha messo in gioco la sua libertà il nostro fratello Ettore? Quanto e come ha usato i suoi molti talenti? Come ha amato? Non spetta a noi giudicare – per fortuna –, spetta al Signore e il suo giudizio è sempre di misericordia. A noi tocca ringraziare per quanto il Signore ci ha dato anche attraverso l’impegno umano, professionale e sociale di questa persona e pregare con fede per lui. Ben sapendo – come afferma un passo del Vangelo – che «a chiunque fu dato molto, molto sarà chiesto; a chi fu affidato molto, sarà richiesto molto di più» (Lc 12,48).

Chi ha ricevuto molto, chi è stato in grado di assumere impegni importanti per gli altri e per il bene comune, certamente ha più responsabilità, ha più occasioni di non gestire correttamente il proprio incarico, di lasciarsi travolgere da giochi di potere e di interessi. Ma ha anche più occasioni per amare, in maniera forse meno diretta e visibile del dare una mano al bisognoso, ma non meno vera.

Occorre guardare con stima chi non ha paura di entrare nelle responsabilità sociali, amministrative, politiche, se lo fa, senza ingenuità e secondi fini, ma assumendo la complessità del compito e le sue finalità di servizio agli altri. E se alla fine, al di là di tutto, lo fa mettendo in gioco la propria libertà per amare.

+ Vescovo Carlo