L’arcidiocesi di Gorizia

venerdì 22 gennaio 2016

Spettò ad una combinazione di interessi del riformismo imperiale (rappresentato da Maria Teresa d’Austria) e di acute esigenze pastorali, sostenute dalla Santa Sede, far maturare in termini positivi la ormai secolare controversia fra l’impero e Venezia relativa alla sede aquileiese.
Il grave sacrificio della soppressione di una delle più antiche e gloriose diocesi della Chiesa cattolica, quella patriarcale di Aquileia – Bolla «Iniuncta nobis» del 6 luglio 1751, che esprime anche la volontà di erigere al suo posto due nuove diocesi, rispettivamente per il territorio politicamente veneto e per quello imperiale – va colto dentro l’urgente necessità di dare «provvidenza al governo di migliaia di anime, per fatalità dei tempi abbandonate»: nella lieta constatazione «di aver ritrovato un arcivescovo vero», come scriveva ai primo presule goriziano Benedetto XIV.
Con la Bolla «Sacrosanctae militantis Ecclesiae» del 18 aprile 1752, l’erezione della diocesi goriziana si concretava in tutte le sue adempienze, compresa la nomina ad arcivescovo di Carlo Michele dei conti d’Attems, già dal 17 giugno 1750 vicario apostolico del territorio della diocesi aquileiese «a parte Imperii», con sede a Gorizia.
La pieve dei Santi Ilario e Taziano fu elevata a metropolitana ed in essa fu accolta buona parte del tesoro della basilica d’Aquileia; il nucleo del nuovo capitolo fu costituito da alcuni canonici del capitolo aquileiese.

Con l’erezione dell’arcidiocesi si creò ex novo, in una zona importante e delicata della cristianità europea, un polo di organizzazione ecclesiastica ma soprattutto di irradiazione pastorale.
Pur nei limiti di mia diocesi ancora troppo estesa (quasi un milione di abitanti, in un territorio che andava dalle porte di Lienz a quelle di Zagabria, dalla Drava all’Adriatico), le popolazioni slovene, italiane (friulane) e tedesche vissute da secoli in condizioni religiosamente drammatiche, ebbero un felice punto di riferimento nella presenza zelante dell’Attems.
Le sue direttive, e strutture di servizio educativo, culturale ed assistenziale (fra cui il Seminario nei 1757) da lui promosse, le attente visite pastorali, ed in particolare la sua autorevole ed illuminata personalità religiosa ne fanno uno dei presuli di primo piano nel quadro della Chiesa austriaca del suo secolo.

L’arcidiocesi goriziana, che comprendeva anche Aquileia, presiedeva anche ad una provincia ecclesiastica che comprendeva come suffraganee le diocesi di Como, Trento, Trieste e Pedena. Al suo centro, la piccola città di Gorizia: la cui fisionomia trasse da tali eventi una sostanziale valorizzazione, sia per il prestigio della sede (nel 1766 l’arcivescovo ebbe il diritto di fregiarsi del titolo di principe del Sacro Romani Impero), sia come centro di istituzioni religiose e civili, con i dinamismi socio-culturali così indotti.

La presenza pastorale, avviata esemplarmente dal primo arcivescovo, trovò prosecuzione nel successore Rodolfo dei conti d’Edling (coadiutore dal 1771) che testimoniò un coraggio «apostolico- romano» alle prese con lo spirito e le riforme del giurisdizionalismo giuseppinista, le cui misure, spesso intenzionalmente buone, si rivelarono religiosamente sterili ed ecclesiasticamente disastrose per la realtà locale.
L’arcivescovo d’Edling fu tra quei «pochi vescovi che si salvarono dalle usurpazioni dello stato poliziesco nella sfera ecclesiastica» (J. Lortz); costretto dall’imperatore Giuseppe II alla rinuncia (morirà esiliato a Lodi nel 1804), anche per tale sua resistenza, la sede goriziana venne soppressa nel 1787 nel corso del riordinamento giuseppinistico delle diocesi austriache, che vide nel 1788 l’erezione della diocesi di Gradisca, di cui venne nominato vescovo Francesco Filippo dei conti d’Inzaghi, già nella sede di Trieste.

La precarietà di tale sistemazione ecclesiastica, segnata anche dal fatto che il d’Inzaghi continuò a risiedere a Trieste, trovò parziale soluzione con il ripristino della diocesi di Gorizia, ma con un territorio molto ridotto, nel 1791 (alla cui denominazione venne aggiunto il termine «seu Gradiscana»), affidata al medesimo vescovo.
Agli scossoni di tali vicende interne, seguirono i rivolgimenti dell’epoca napoleonica che per la chiesa goriziana significarono non solo il disagio degli influssi culturalmente e socialmente rivoluzionari, ma soprattutto la mancanza di una stabilità nella direzione pastorale e di un’adeguata organicità della sua vita interna (la diocesi rimase senza un proprio seminario dal 1783 al 1818).

Esito dei mutamenti istituzionali succedutisi in regione è anche l’inserimento nella diocesi goriziana del Territorio monfalconese, già veneto e quindi soggetto ad Udine, e di Grado nel 1818, dando alla diocesi stessa quella fisionomia territoriale che manterrà fino al 1947.

Luigi Tavano