Le guerre mondiali e i nuovi confini

giovedì 4 febbraio 2016

La Prima guerra mondiale, oltre a costituire una gravissima prova per le popolazioni e per il clero (costretti in buona parte alla profuganza) e per le relative strutture di vita sociale, gravemente danneggiate da oltre due anni di accaniti combattimenti dalle Alpi al mare, segnò una profonda cesura nei confronti della tradizione ecclesiastica locale; l’inserimento della diocesi (aumentata dei decanati di Idria, Vipacco e Postumia, già appartenenti alla diocesi di Lubiana) nel nuovo contesto istituzionale italiano, assunse spesso il carattere di un difficile impatto fra due realtà culturalmente e strutturalmente differenziate (ed anche divergenti).

Il clima nazionalistico, sfociato nell’autoritarismo fascista, gravò pesantemente sulla vita della diocesi: non solo nella lunga lotta contro lo stimato arcivescovo Francesco Borgia Sedej (1906-1931), accusato come «austriacante» e «slavo», ma anche nella pressione contro la tradizione ecclesiastica locale con le sue consolidate caratteristiche storiche, sia in campo sloveno che in quello italiano.

Pur dentro tali angustie, gli anni fra le due guerre appaiono caratterizzati da una sorprendente ripresa ecclesiastica, sia nel graduale ripristino dell’assetto tradizionale nella vita religiosa delle popolazioni, sia nella vitalità delle vocazioni ecclesiastiche e religiose, nell’animazione missionaria, nello sviluppo del laicato cattolico.

Dopo la difficile parentesi dell’amministrazione apostolica di mons. Giuseppe Sirotti (1931-1934), l’episcopato di Carlo Margotti (1934-1951) assunse una situazione ecclesiastica caratterizzata da termini soggetti a passioni e reazioni ancora in atto. Le sue premure pastorali e le sue qualità sacerdotali di intelligenza e magnanimità non bastarono ad un adeguato affronto di complesse esigenze che si erano acuite nel clima suddetto. La situazione ecclesiastica oscillò fra la resistenza di buona parte del clero ad una linea giustificata come «romanità » (termine complesso per la varietà delle sue componenti ecclesiastiche, culturali e politiche) ed un solido impegno a proseguire nel cammino pastorale, reso più difficile anche dagli sviluppi socio-economici in atto.

Dopo le tragiche vicende inerenti alla Seconda guerra mondiale ed in particolare alle aspirazioni e lotte nazionali (con le relative divisioni nello stesso ambito ecclesiale), il Trattato di pace di Parigi (1947) segnò una profonda modificazione territoriale dell’ambito diocesano con il passaggio – di fatto – di quasi tutta la parte abitata da popolazioni slovene (oltre metà della popolazione complessiva) alla Jugoslavia. Passaggio che sarà ratificato definitivamente con la Bolla «Prioribus saeculi» del 17 ottobre 1977, con l’erezione della diocesi di Capodistria-Koper.

Anche il secondo dopoguerra appare contrassegnato in diocesi da un solido impegno per la rivitalizzazione della fede, con gli arcivescovi Margotti, prima, e Giacinto Ambrosi (1951-1962), poi; ne furono strumenti le visite pastorali, il congresso eucaristico diocesano, il rilancio del Seminario, le missioni mariane, lo sviluppo delle associazioni cattoliche, la riorganizzazione dell’insegnamento religioso; mentre la presenza dei cattolici nella complessa realtà sociale si svolse positivamente secondo le prospettive aperte dallo Stato democratico e dagli sviluppi socio-economici.

Nell’episcopato di Andrea Pangrazio (1962-1 967) emergono elementi di ulteriore sviluppo ed anche di crisi, propri del clima culturale vigente, a cui, anche grazie all’azione promozionale del presule, si cerca di rispondere con linee programmatiche ed esperienze ecclesiali, che si inseriscono nell’orizzonte del concilio Vaticano II.

La vita diocesana di quest’ultimo periodo, con i suoi complessi problemi ed i suoi tentativi di affronto, appare ancora di non facile lettura, pur illuminata dalla figura accogliente dell’arcivescovo Pietro Cocolin, sacerdote diocesano (1967-1982).

Permane in tutti la coscienza della continuità di una vocazione storica, che ha sempre contrassegnato la realtà complessa e stimolante di Aquileia, come quella di Gorizia, sua eredità diretta.

«Al di là delle divisioni politiche e amministrative rimane quel insegnamento e quel monito, rimane quella linfa che rinsangua e sostanzia ogni espressione autenticamente cristiana. Aquileia appare così come un modello quasi mitico, duraturo nel tempo e superiore a ogni divisione nazionale o ideologica, a vantaggio delle genti che grazie ad essa sono divenute civili e rimangono cristiane» (S. Tavano).

Luigi Tavano