Le celebrazioni natalizie del vescovo Carlo

lunedì 25 dicembre 2017

Nel giorno di Natale, 25 dicembre 2017, l’arcivescovo Carlo ha presieduto in cattedrale il solenne Pontificale. Pubblichiamo di seguito la sua omelia.

 «Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio».

Festeggiamo quest’oggi il Natale del 2017. Ricordando il fatto che siamo ancora negli anni dell’anniversario della prima guerra mondiale, ho provato a domandarmi come venne celebrato il Natale cento anni fa.

Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio

Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio

Venne fra i suoi,
e i suoi non lo hanno accolto.
A quanti però lo hanno accolto
ha dato potere di diventare figli di Dio.

Ho letto una testimonianza tratta dal diario di un cappellano dei soldati accampati nel Natale del 1917 sul Piave (il fronte si era spostato lì e non era più sul nostro Isonzo dopo la disastrosa ritirata di Caporetto). Così scriveva il sacerdote:

«25 dicembre 1917. Durante la notte inizia un fortissimo bombardamento dalla parte del Grappa: continua per tutta la giornata e raggiunge il massimo di intensità a tarda sera. Quale contrasto in questo giorno con le soavi voci degli angeli osannati a Gesù e cantanti pace agli uomini! I nostri perdono posizioni avanzate sul fronte di Asiago. Il Papa Benedetto XV ha tenuto ieri una allocuzione ai Cardinali, dalla quale traspare l’animo addolorato del Santo Padre nel constatare che la sua parola non fu ascoltata:”…non degnati di ascolto e non risparmiati di sospetto e di calunnia…”. Parole gravi contro chi non rispose alla sua Nota o la criticò. Il Papa prosegue con un caldo appello alla pace, cantata oggi dagli angeli a Betlemme, e invita il mondo a tornare a Dio» (il cappellano fa riferimento alla lettera inviata da papa Benedetto XV “Ai capi dei popoli belligeranti” il  1° agosto 1917 in cui dava indicazioni concrete per uscire dalla tremenda situazione di guerra in modo equo e rispettoso dei diritti di tutti i popoli).

Colpisce il riferimento al fortissimo bombardamento proprio il giorno di Natale. Quasi sicuramente era una scelta dei comandi per evitare quegli episodi di tregua, anzi di fraternità e accoglienza reciproca, successi nei diversi fronti, tra soldati che combattevano gli uni contro gli altri, in occasione del Natale del 1914 e in misura minore nel Natale degli altri anni di guerra. Risulta, infatti, che i capi degli eserciti erano molto preoccupati di quei fatti e vi reagivano con una triplice strategia: far circolare più spesso i reparti sulle varie zone del fronte per evitare che instaurassero rapporti di conoscenza e di fraternità con i contingenti schierati nella trincea nemica opposta; denigrare gli avversari presentandoli come sanguinari e brutali; intensificare le azioni di guerra proprio il giorno di Natale (così come era successo sul Piave nel 1917 stando al racconto del cappellano).

Sembrano cose successe 100 anni fa e che oggi non ci riguardano più dal momento che non siamo in guerra. Eppure, se ci pensate, la tecnica per impedire un’accoglienza dignitosa e fraterna verso chi viene da noi, spesso scappando da guerre (che purtroppo ci sono oggi in diverse parti del mondo) e persecuzioni, è esattamente la stessa. Si cerca anzitutto di non far conoscere le persone concrete, con le loro storie, i loro sentimenti, le loro attese, le loro capacità e … perché no, anche con i loro i limiti, suscitando paure ingiustificate, sospetti, preoccupazioni in modo che non ci siano contatti gli uni con gli altri. Non ci vuole molto impegno a non accogliere chi non si conosce, chi resta estraneo e quindi spontaneamente suscita un sentimento immediato di non simpatia. Diventa così facilitato anche il secondo passaggio: denigrare le persone, dare giudizi sommari su di loro, diffondere false notizie, enfatizzare episodi negativi di poco significato, considerarli tutti sotto un’unica etichetta e non come singole persone con un volto, una storia, un cuore. Infine il terzo passaggio: intensificare il bombardamento, in questo caso non con le granate o i colpi di artiglieria, ma con le parole, gli scritti, i post sui social, i giudizi sommari e cattivi. E il papa di oggi può invitare con forza a cambiare atteggiamento, ma resta spesso inascoltato come il papa di 100 anni fa.

Il Vangelo di oggi afferma a proposito del Verbo che si è fatto carne, quanto ho riletto all’inizio: «Venne fra i suoi, e i suoi non lo hanno accolto. A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio». È una affermazione che ci porta alla radice delle nostre non accoglienze reciproche: la non accoglienza del Signore. In questo caso il paradosso è che Gesù non viene accolto non dagli altri, dagli stranieri, dagli avversari, ma da “i suoi”.

Tutti i Vangeli ci attestano questa apparente stranezza: gli oppositori di Gesù non sono i nemici romani (anzi talvolta proprio i centurioni dell’esercito nemico sono quelli che manifestano più fede in Lui), ma le persone più religiose come i sommi sacerdoti e i farisei. Come mai? Sono persone che non si lasciano convertire, hanno i loro rigidi schemi, pensano di essere nel giusto se osservano la legge fin nelle minuzie, ma si scandalizzano di un Messia che viene da Nazaret, di un Salvatore che fa di mestiere il falegname, di un profeta che predica la misericordia di Dio. «I suoi non lo hanno accolto». E se non si accoglie Lui, come si fa a essere disposti ad accogliere gli affamati, gli assetati, gli stranieri, gli ignudi, gli ammalati, i carcerati in cui Lui si è identificato?

Come fare invece ad accoglierlo e a diventare davvero “suoi”? Il Vangelo ci offre una risposta: non per nostra capacità o nostro impegno, ma ricevendo “grazia su grazia”, credendo in Lui e sapendo di essere stati generati da Dio come suoi figli. Tutti. Natale 2017: almeno qui da noi, diversamente da 100 anni fa, un Natale non di guerra, ma di pace. Che divenga anche un Natale di accoglienza. Anzitutto verso Gesù, ascoltando la sua Parola, il suo Vangelo senza pregiudizi e lasciandoci convertire, illuminati dalla sua verità che è dono di vita. E poi verso gli altri, superando la non conoscenza, i pregiudizi, le parole negative. Allora sarà anche un Natale di gioia, quella vera che nasce dal sentirsi in Cristo tutti figli di Dio e fratelli tra noi.

+ vescovo Carlo

 

Successivamente l’arcivescovo è ritornato nella Casa circondariale di Gorizia (dove domenica 24 aveva celebrato la messa) per condividere il pranzo con gli ospiti della struttura

Domenica 31 monsignor Redaelli rappresenterà la Caritas italiana alla Marcia della Pace organizzata da Pax Christi a Sotto il Monte Giovanni XXIII (Bg).
Lunedì 1° gennaio presiederà alle 19 in cattedrale la santa Messa nella solennità di Maria Santissima, Madre di Dio mentre domenica 7 gennaio alle ore 16 nella chiesa dei Cappuccini parteciperà al tradizionale “Incontro davanti al presepe” promosso dall’Ordine Francescano secolare di Gorizia e Nova Gorizia.

La messa della Notte di Natale, l’arcivescovo l’aveva presieduta nella chiesa di S. Ignazio. Nel corso del rito aveva pronunciato la seguente omelia.

Ho diversi presepi in episcopio. Li osservavo oggi pomeriggio in preparazione al Natale. Guardandoli mi sono accorto di una mancanza. C’è Gesù Bambino – già collocato in anticipo – ci sono Maria e Giuseppe, il bue e l’asinello, i pastori e le pecore e un po’ distante si intravvedono già i magi in cammino con il loro corteo. Tutto a posto, eppure manca qualcuno. Forse non ci sta nel presepio perché non si può appoggiare come tutte le altre stautine sul piano verde di muschio o di cartone colorato. Lo avete intuito: nei miei presepi mancano gli angeli.

Eppure la loro presenza nel Natale e in ciò che lo prepara è determinante. Nel Vangelo che abbiamo appena letto viene detto che un angelo va dai pastori e dice loro: «Non temete, vi annuncio una grande gioia, che sarà di tutto il popolo: oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore. Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia».

Ma prima di questo angelo, nel Vangelo di Luca, c’è l’angelo Gabriele che appare a Zaccaria nel tempio per annunciargli la nascita insperata di un figlio che lui, anziano, e sua moglie, sterile, ormai non osavano più aspettare, un figlio che sarà Giovanni Battista. Lo stesso angelo entra poi nella casa di Maria, la “piena di grazia”, per annunciarle che diventerà la Madre del Figlio dell’Altissimo.

Anche nel Vangelo di Matteo c’è un angelo che appare ben tre volte in sogno a Giuseppe, prima per tranquillizzarlo circa la maternità di Maria, poi per informarlo delle malvage intenzioni di Erode e, infine, per avvisarlo che, passato il pericolo per la morte di Erode, può rientrare dall’Egitto in Israele. Ci sono quindi diversi angeli attorno ai fatti del Natale.

Può stupire, invece, che negli anni della vita pubblica di Gesù adulto non ci sia quasi più la presenza degli angeli. È vero, il Signore li cita spesso nelle sue parabole e, in genere, nei suoi discorsi, ma il loro intervento è poi segnalato solo al momento delle tentazioni nel deserto, dove gli evangelisti Marco e Matteo annotano che Gesù è servito dagli angeli, e poi nell’ora tragica dell’Orto degli ulivi, in cui Gesù, stando al Vangelo di Luca, è confortato da un angelo. Gli angeli invece ricompaiono alla fine del racconto evangelico, al mattino di Pasqua  presso il sepolcro di Gesù per annunciare un’altra grande e inaspettata gioia: la risurrezione del Crocifisso.

La gioia del Natale e la gioia della risurrezione, annunciate dagli angeli. Perché sono delle gioie per noi? Perché vengono incontro a un duplice desiderio, di cui spesso non abbiamo neppure consapevolezza, ma che è insito nel nostro cuore di uomini, in quanto risalente alle origini dell’umanità: il desiderio di ritrovare la nostra identità di esseri creati a immagine e somiglianza di Dio e il desiderio di essere vivi per sempre.

All’inizio di tutto, infatti – basta leggere le prime pagine della Bibbia – Dio ci ha creati per essere sua immagine e somiglianza e per condividere la sua vita immortale. Il peccato ha rovinato tutto e continua a rovinare tutto. Ma dentro il nostro cuore quell’anelito alla profonda verità del nostro essere rimane. Ed ecco che nel Natale ci viene detto che il figlio di Dio si fa figlio dell’uomo, affinché noi, figli degli uomini, possiamo diventare figli di Dio. E nella Pasqua ci viene annunciato che la morte è stata sconfitta per sempre.

Due annunci che danno gioia, una gioia profonda, autentica. Ma proviamo a domandarci: quando sperimentiamo già a livello umano le gioie più vere? In due circostanze: quando si avvera qualcosa che attendiamo e che per noi è importante e che magari sembra quasi impossibile sperare (un incontro, una guarigione,  una nascita, un amore, ecc.) o quando, improvvisa, arriva una sorpresa che però viene incontro a qualcosa di importante per noi. Per fare un semplice esempio, pensate a un parente o a un amico che con cui si riesce a stabilire finalmente un incontro dopo anni di lontananza o sempre a un parente o a un amico, che da tempo non vediamo, e che ci fa la sorpresa di venirci a trovare quando meno ce lo aspettiamo. La gioia è quindi legata a queste due circostanze: l’attesa o la sorpresa, ma ovviamente è anzitutto dovuta all’oggetto dell’attesa o della sorpresa che ci porta felicità.

Gesù che è nato a Natale è stato insieme qualcuno atteso da secoli – la lunga attesa del Messia – e anche una sorpresa: un Messia che è il Figlio di Dio che si fa uomo. Gesù risorto è stata invece una sorpresa assoluta: nessuno poteva osare di sperare che la morte potesse essere sconfitta. Il Natale che ci fa incontrare Gesù come figlio di Dio fatto uomo e la Pasqua che ci fa contemplare il Risorto, dovrebbero allora riempirci di gioia. È così per noi?

Forse no: perché il Natale e anche la Pasqua non sono per noi delle sorprese e neppure realtà che raggiungono la profondità delle attese del nostro cuore. Il nemico della gioia non è la tristezza, che comunque vorrebbe trasformarsi in gioia, ma l’indifferenza. Non aspettare più, essere refrattari a ogni sorpresa. Un Natale di routine, quindi il nostro, come tra qualche mese lo sarà anche la Pasqua? Non c’è un angelo per noi capace di far sussultare il nostro cuore di gioia, di riaccendere la speranza, di smuovere la nostra vita?

Penso di sì e non dobbiamo cercarlo in paradiso. Vorrei suggerirvi quasi un banale giochino: provate a mettere la lettera “v” davanti al termine “angelo”. Che cosa viene? La parola Vangelo. Non è però un giochino, perché le etimologie delle parole “angelo” e “vangelo” portano allo stesso verbo greco “anghello” che significa annunciare. L’angelo è colui che annuncia, il vangelo è il buon annuncio.

Dove trovare allora il messaggio che ci dà gioia? Nel Vangelo. E chi sono oggi gli angeli? Chi annuncia il Vangelo e lo testimonia con una vita piena d’amore. Ci sono oggi questi angeli capaci di portare gioia e di risvegliare gli aneliti più profondi del nostro cuore? Esistono e potremmo esserlo proprio noi, gli uni per gli altri e per chi incontreremo, se questa notte ci lasceremo inondare dalla gioia del Natale. Auguri.

+ vescovo Carlo

Tramite il settimanale diocesano Voce Isontina l’arcivescovo, nella settimana precedente il Natale, aveva rivolto il proprio augurio a tutta la comunità diocesana.

L’ANGELO ROBERTO E L’ASINELLO 17.12.2017