L’arcivescovo incontra il mondo del lavoro

martedì 20 marzo 2018

L’arcivescovo mons. Carlo Redaelli, a nome della Chiesa goriziana, la prossima settimana incontrerà il mondo del lavoro. Aziende e fabbriche vivranno insieme un momento di saluto e di incontro: al centro di tutto la dignità del lavoro che si trasformerà in testimonianza per quanti intraprendono e per quanti, attraverso il lavoro, realizzano la loro vita e sono aperti alla solidarietà ed al bene comune.
Una iniziativa tradizionale che in diocesi ha visto la presenza dell’arcivescovo in tempi lontani e che, con le nuove situazioni, si rinnova diventando appunto un appuntamento di solidarietà, di scambio di esperienze e di riconoscimento in tempi profondamente rinnovati. La visita dell’arcivescovo in occasione della Pasqua diventa un motivo in più per cogliere la stretta relazione tra chiesa e società, la centralità del lavoro come collaborazione al progetto di Dio e costruzione di comunità unite e solidali, come esperienza di vita di ogni persona.
In particolare, l’arcivescovo sarà lunedì 26 marzo alle officine SBE a Monfalcone celebrando la Messa, alla Blueline di Monfalcone e celebrerà la Messa anche alla Centrale A2A; nel pomeriggio visiterà a Cervignano la Friul Air, a Fiumicello l’Azienda Feresin, la Ideal e la azienda Petrini di Ronchi.
Invece nella giornata di martedì 27 celebrerà la Messa all’ex Ansaldo; visiterà la Fogal a Ronchi e incontrerà la comunità dell’Azienda del Porto a Monfalcone; nel pomeriggio a Gorizia visiterà la comunità del lavoro della Soteco e della Coveme a Gorizia.
Infine, nella giornata di mercoledì celebrerà la Messa nella Mensa della Fincantieri a Monfalcone; visiterà la Modi a Ronchi e successivamente la Cartiera del Timavo di Sistiana. Nel pomeriggio sarà a Gradisca nell’azienda Bortoluzzi, alle Latterie Montanari e all’azienda Cortem Elfit a Villesse.
Nel mese di aprile celebrerà la Pasqua alla Leonardo e alla MW di Ronchi.
Come occasione di riflessione ed approfondimento proponiamo i passi centrali dell’omelia che il vescovo Carlo ha tenuto lunedì 19 marzo, a Chiopris Viscone, nel corso dell’incontro avuto con gli artigiani.

 

Lunedì 19 marzo, l’arcivescovo ha presieduto a Chiopris Viscone la celebrazione in onore di San Giuseppe e partecipato all’incontro con gli artigiani. Riportiamo di seguito l’omelia pronunciata da mons. Redaelli.

San Giuseppe, che oggi celebriamo, è una figura molto importante per la fede cristiana, al di là del fatto delle poche notizie forniteci dai Vangeli e dell’assenza di sue parole (anche nel brano appena letto, del ritrovamento di Gesù nel tempio, colpisce che sia Maria a parlare a Gesù adolescente anche a nome di Giuseppe, manifestandogli tutta la loro preoccupazione di genitori per non averlo trovato nella carovana di ritorno da Gerusalemme).

San Giuseppe è importante per i diversi aspetti coinvolti nella sua esperienza umana e religiosa. Ne possiamo ricordare alcuni. Anzitutto Giuseppe, in quanto discendente della casa di Davide, assicura a Gesù il collegamento con la fede del popolo di Dio, che attendeva il compimento delle promesse di Dio circa il Messia, promesse espresse a Davide dal profeta, come abbiamo ascoltato nella prima lettura. Non bisogna poi dimenticare la stessa fede personale di Giuseppe e questo in un duplice senso. Risulta anzitutto evidente, dai pochi dati dei Vangeli, che Giuseppe, con Maria, Zaccaria, Elisabetta, Simeone, Anna e altri, facesse parte di quelle persone del popolo di Dio che, senza avere particolari ruoli, avevano mantenuto lungo i secoli una fede semplice e autentica nel Dio di Israele. C’è poi quel supplemento determinante di fede – se così possiamo esprimerci – che viene richiesto a Giuseppe quando gli viene domandato di essere padre legale di Gesù e di accogliere nella sua casa Maria e il Bambino che stava per nascere da lei per opera dello Spirito Santo.

Un altro aspetto rilevante nella figura di san Giuseppe è quello di essere accanto a Gesù in quella che possiamo definire la vita normale di Nazaret. Uno stargli vicino di cui i Vangeli accennano, come nella chiusa del brano di oggi, l’aspetto educativo («Scese dunque con loro e venne a Nàzaret e stava loro sottomesso»), ma sottolineano soprattutto l’elemento del lavoro. Gesù è infatti conosciuto come «il figlio di Giuseppe» (Lc 4,22; Gv 1,45; Gv 6,42), ma anche come «il figlio del falegname» (Mt 13,55) e lui stesso, Gesù, viene definito “il falegname” («Non è costui il falegname, il figlio di Maria, …?»: Mc 6,3).

Giuseppe, quindi, ha introdotto Gesù nel mondo del lavoro e Gesù stesso è stato per la maggior parte della sua vita un lavoratore, un artigiano. Non bisogna dimenticare che se la salvezza ci viene dalla Pasqua di Cristo, dalla sua morte e risurrezione che tra pochi giorni celebreremo, tutta la sua vita ha un valore di salvezza per noi, in particolare il suo essere Figlio di Dio che si è realmente incarnato nella nostra vita, ha vissuto le dinamiche tipiche di ogni essere umano compreso in modo rilevante l’aspetto del lavoro.

Come credenti e non solo come essere umani siamo quindi chiamati a trovare nella fede e nel riferimento all’esperienza umana di Gesù e di Giuseppe il senso del lavoro. Ovviamente non possiamo né dobbiamo pretendere di ottenere dalla fede, dalla Parola di Dio, dall’insegnamento della Chiesa le ricette pronte per affrontare un mondo così complesso come è oggi quello del lavoro, ma possiamo però individuare dei principi che diano luce e forza alle analisi e soprattutto alle scelte che, ciascuno per quanto gli compete, deve assumere con responsabilità.

Dicevo che il mondo del lavoro oggi è particolarmente complesso. Anche ai tempi di Gesù non era però una realtà semplice già a livello di significato. Per la cultura biblica, per esempio, che anche noi condividiamo, il lavoro era considerato un aspetto decisivo per la dignità dell’uomo e della donna. Il salmo 128 descrivendo l’uomo realizzato, dice: «Vivrai del lavoro delle tue mani, sarai felice e godrai d’ogni bene». E quando viene presentata una donna altrettanto riuscita, il libro dei Proverbi sottolinea proprio il suo lavoro e le sue capacità imprenditoriali, come anche la sua attenzione verso i poveri: «Si procura lana e lino e li lavora volentieri con le mani […] fa venire da lontano le provviste. Si alza quando è ancora notte, distribuisce il cibo alla sua famiglia e dà ordini alle sue domestiche. Pensa a un campo e lo acquista e con il frutto delle sue mani pianta una vigna […] È soddisfatta, perché i suoi affari vanno bene; neppure di notte si spegne la sua lampada. Apre le sue palme al misero, tende la mano al povero» (Pr 31,13-20). Per la cultura greca e romana, invece, il lavoro era qualcosa da riservare agli schiavi e non certo agli uomini e alle donne libere, che potevano quindi dedicarsi liberamente alla cultura, alla filosofia, all’arte, alla politica, all’amministrazione. Anche a livello concreto, all’epoca di Gesù il lavoro e l’economia avevano una loro complessità: non erano di pura sussistenza e limitati alla sfera locale, perché già allora esisteva una vera “globalizzazione” con scambi di merci tra nazioni e luoghi lontani, grazie a carovane terrestri e agli intensi trasporti navali (come ci ricorda, qui vicino a noi, il grande porto di Aquileia).

Questi accenni hanno solo lo scopo di invitarci a non rimpiangere un tempo più o meno lontano ritenuto erroneamente meno difficile e più sereno di quello attuale. Certo oggi le possibilità si sono moltiplicate e anche la complessità delle questioni è indubbiamente cresciuta. In particolare si sono accentuate le tensioni tra diverse esigenze che non è per nulla facile contemperare e la cui corretta impostazione spesso supera le possibilità non solo di un singolo operatore, ma anche di una nazione e persino di istanze sovranazionali.

Ne accenno alcune. Si può ricordare, per esempio, la tensione tra l’’esigenza di tutelare l’ambiente, sia nella sua salubrità, sia persino nel suo fatto estetico di paesaggio e contemporaneamente la necessità di garantire il lavoro, senza la pretesa che avvenga a impatto zero sulla realtà circostante o che non sia necessaria una saggia e concreta valutazione tra costi e benefici. O ancora, esiste da una parte l’urgenza di attenersi alle norme con precisione e scrupolo e anche di farle osservare con rigore e dall’altra l’impegno a evitare che adempimenti burocratici eccessivi o interventi formalmente corretti, ma sproporzionati, di chi deve controllare e reprimere illeciti, non blocchino attività lavorative sostanzialmente sane o con problemi facilmente risolvibili. Pensiamo poi alla necessità, come si usa dire, di “stare sul mercato globale” affrontando una sempre più combattiva concorrenza, ma questo non può comportare ritmi di lavoro insostenibili, salari non dignitosi, sfruttamento di lavoratori, scelte non corrette circa mezzi e risorse. Altra tensione può esserci tra la valorizzazione di chi ha capacità imprenditoriali, da retribuire giustamente, e la sua responsabilità verso l’impresa, che è composta non solo dall’imprenditore ma anche dai dipendenti, dai fornitori, dai clienti. Una responsabilità che è anche verso il contesto sociale in cui l’impresa è inserita, realtà da rispettare e arricchire (contesto che, a sua volta, deve vedere l’impresa non quasi come un fastidio, ma come una risorsa ultimamente a servizio del bene e della prosperità comune). Non va poi dimenticato il grave problema dei giovani e del loro difficile ingresso nel mondo del lavoro e la non facile composizione di questa esigenza con la tutela di chi è più anziano e non riesce ad andare in pensione. Concludo, infine, riferendomi alla complessa dialettica tra la tutela del prodotto locale (soprattutto se tipico) e la necessità di evitare misure protezionistiche di chiusura come pure la scelta di modelli di sviluppo e di commercio che penalizzino le economie più deboli (è facile, a proposito dei migranti, dire: “stiano a casa loro” o, più elegantemente, “aiutiamoli a casa loro”, ma se poi, per esempio, non si acquistano i loro prodotti non si favorisce certo uno sviluppo economico dei loro paesi).

Come potete osservare, anche solo i problemi che ho accennato, dimenticandone sicuramente altri, sono difficili e complessi e coinvolgono scenari che superano il nostro contesto regionale e persino l’economia della nostra nazione. Sono comunque una sfida da affrontare con coraggio perché a noi è chiesto di vivere oggi e di mettere in gioco oggi le nostre responsabilità.

L’augurio e l’auspicio è di trovare nella fede, nell’esempio e nell’intercessione di san Giuseppe, la forza per individuare le strade giuste nel rispetto della dignità di tutte le persone coinvolte, nella valorizzazione del lavoro, nella tutela di questo mondo che Dio ha affidato alle nostre mani. Così potremo contribuire almeno un poco a rendere il mondo migliore. Ed è ciò che alla fine conta.

† vescovo Carlo