Lo stemma episcopale di mons. De Antoni

venerdì 10 giugno 2016

Lo stemma episcopale di mons. Dino De Antoni

Lo stemma episcopale di mons. Dino De Antoni

Blasonatura

“d’azzurro al cesto contenente sei pani, il tutto d’oro, accompagnato nella punta da un delfino d’argento, posto in fascia e nel capo da tre stelle di 8 punte d’oro, ordinate in fascia.

Lo scudo risulta accollato ad una croce astile patriarcale d’oro e timbrato da un cappello di verde, con cordoni e fiocchi dello stesso, in numero di venti, disposti dieci per parte, in quattro ordini di 1, 2, 3, 4.

Sotto lo scudo, nella lista bifida e svolazzante d’azzurro, il motto in lettere maiuscole di nero: DOMINO SERVIENTES”.

Esegesi

“Nella vita umana segni e simboli occupano un posto importante. In quanto essere corporale e spirituale insieme, l’uomo esprime e percepisce le realtà spirituali attraverso segni e simboli materiali. In quanto essere sociale, l’uomo ha bisogno di segni e simboli per comunicare con gli altri per mezzo del linguaggio, di gesti, di azioni. La stessa cosa avviene nella sua relazione con Dio”. 1)

l’araldica è un linguaggio complesso e particolare costituito da una miriade di figure e lo stemma è un contrassegno che deve esaltare una particolare impresa, un fatto importante, un’azione da perpetuare.

Questa scienza documentaria della storia dapprima era riservata ai cavalieri ed ai partecipanti ai fatti d’armi, sia guerreschi che sportivi, che si rendevano riconoscibili grazie allo stemma, posto sullo scudo, sull’elmo, sulla bandiera e anche sulla gualdrappa, rappresentante l’unico modo per distinguersi gli uni dagli altri.

L’araldica dei cavalieri venne quasi subito imitata dalla Chiesa, anche se gli enti ecclesiastici in periodo ‘pre-araldico’ avevano già propri segni distintivi, tanto che al sorgere dell’araldica, nel secolo XII, tali figure assunsero i colori e l’aspetto propri di quella simbologia.

L’araldica ecclesiastica al nostro tempo è viva, attuale e largamente utilizzata. Per un prelato, tuttavia, l’uso di uno stemma deve oggi essere definito quale simbolo, figura allegorica, espressione grafica, sintesi e messaggio del suo ministero.

Occorre ricordare che agli ecclesiastici fu sempre vietato l’esercizio della milizia e il porto delle armi e per tale motivo non si sarebbe dovuto adottare il termine ‘scudo’ o ‘arme’ propri dell’araldica; tuttavia va detto che sino a tempi recenti gli ecclesiastici usavano il loro stemma di famiglia, molto spesso privo di qualunque simbologia religiosa.

La stessa simbologia della Chiesa Romana è attinta dal Vangelo ed è rappresentata dalle chiavi consegnate da Cristo all’apostolo Pietro”. 2)

Nel primo periodo gli stemmi ecclesiastici risultavano con lo scudo timbrato dalla mitria con le infule svolazzanti; con il passare del tempo si consoliderà invece alla sommità dello scudo il cappello prelatizio con i cordoni ed i vari ordini di nappe o fiocchi, di diverso numero secondo la dignità, il tutto di verde se vescovi, arcivescovi e patriarchi, il tutto di rosso se cardinali di Santa Romana Chiesa.

Nel 1969 con la Istruzione sugli abiti, i titoli e gli stemmi dei Cardinali, dei Vescovi e dei Prelati, datata dalla Città del Vaticano il 31 marzo e firmata dall’em.mo signor cardinale segretario di Stato Cicognani, all’art. 28 così si prescrive: “E’ consentito l’uso dello stemma da parte dei Cardinali e dei Vescovi. Lo scudo dello stemma dovrà tener conto delle regole dell’araldica, ed essere semplice e leggibile. Si sopprime nello stemma la riproduzione del pastorale e della mitra”. 3)

Gli eccellentissimi e reverendissimi vescovi timbrano infatti lo scudo con il cappello, cordoni e nappe di verde. I fiocchi in numero di dodici sono disposti sei per parte, in tre ordini di 1, 2, 3.

Gli eccellentissimi e reverendissimi arcivescovi timbrano lo scudo con il cappello, cordoni e nappe di verde. I fiocchi in numero di venti sono disposti dieci per parte, in quattro ordini di 1, 2, 3, 4.

Gli eccellentissimi e reverendissimi patriarchi timbrano lo scudo con il cappello, cordoni e nappe di verde con fili d’oro. I fiocchi in numero di trenta sono disposti quindici per parte, in cinque ordini di 1, 2, 3, 4, 5.

Gli eminentissimi e reverendissimi signori cardinali di Santa Romana Chiesa timbrano lo scudo con il cappello, cordoni e nappe di rosso. I fiocchi in numero di trenta sono disposti quindici per parte, in cinque ordini di 1, 2, 3, 4, 5.

Infine, l’eminentissimo e reverendissimo signor cardinale camerlengo di Santa Romana Chiesa porta lo scudo con lo stesso cappello degli altri cardinali, ma timbrato dal gonfalone papale, durante munere, ossia durante la sede vacante apostolica. Il gonfalone papale o stendardo papale, chiamato anche basilica, è a forma di ombrellone a gheroni rossi e gialli con i pendenti tagliati a vajo e di colori contrastati, sostenuto da un asta a forma di lancia coll’arresto ed è attraversata dalle chiavi pontificie una d’oro e l’altra d’argento, decussate, addossate, con gli ingegni rivolti verso l’alto, legate da nastro di rosso.

Gli stessi colori di verde o di rosso vanno usati altresì nell’inchiostro dei sigilli e negli stemmi riportati negli atti, quest’ultimi con i previsti segni convenzionali indicanti gli smalti.

L’Antico ed il Nuovo Testamento, la Patristica, i legendaria dei Santi, la Liturgia hanno offerto, nei secoli, alla Chiesa i temi più svariati per i suoi simboli, destinati a divenire figure araldiche.

Quasi sempre tali simboli alludono a compiti pastorali o di apostolato degli istituti ecclesiastici, sia secolari che regolari, oppure tendono ad indicare la missione del clero, richiamano antiche tradizioni di culto, memorie di santi patroni, pie devozioni locali.

Gli smalti

l’azzurro, che rappresenta l’immortalità dell’anima e l’amore filiale a Maria, fra le virtù cardinali simboleggia la giustizia, fra i pianeti giove, nello zodiaco il toro e la bilancia, fra i mesi aprile e settembre, fra i giorni il martedì, fra le pietre lo zaffiro, fra gli elementi l’aria, fra le stagioni l’estate, fra le età la fanciullezza sino ai sette anni, fra i temperamenti il collerico, fra i fiori la rosa, fra i numeri il 6 e fra i metalli lo stagno. 4)

“Ne’ tornei s’introdusse l’azzurro a rappresentare il firmamento e l’oceano, ossia l’aria e l’acqua, come il verde fu simbolo della terra, l’oro del sole, l’argento della luna, il rosso del fuoco, il nero della notte. Il Ménéstrier ed altri fanno derivare questo smalto nei tornei dall’antica fazione del Circo detta veneta (dal lat. Venetus, verdemare, celeste), cioè vestita d’azzurro; e infatti se si considera la relazione che passa fra le antiche squadriglie dei giuochi romani e i colori araldici usati nei tornei, tale credenza sembrerà giustissima. I giostratori che ostentavano turchina divisa volevano esprimere animo a grandi e sublimi cose parato, amore squisito e gelosia: accoppiato coll’argento significava vittoria. Nello svolgersi e perfezionarsi del linguaggio dei colori l’azzurro prese molte altre significazioni, e il P. Anselmo gli dà gli attributi di lealtà, fedeltà e buona reputazione. I guerrieri vollero con esso esprimere la vigilanza, la fortezza, la costanza, l’amor di patria, la vittoria e la fama; i sacerdoti l’amor celeste, la devozione e la santità; i trovadori la poesia; i principi la nobiltà, la ricchezza e pensieri alti e sublimi; i magistrati la giustizia e la fedeltà; le donne la castità e la verecondia. Aggiungasi il buon augurio, la fede, la magnanimità, la bellezza e la calma dell’animo anch’essi rappresentati dallo stesso colore, e si vedrà quanto nobile ed importante sia l’azzurro considerato nell’enigmatica arte araldica dalla positiva scienza del blasone (…). In Italia l’azzurro fu piuttosto distintivo di parte guelfa benché lo si trovi spesso anche sugli scudi de Ghibellini”. 5)

l’oro, che è il più nobile dei due metalli blasonici, fra le virtù teologali rappresenta la fede, fra i pianeti il sole, nello zodiaco il leone, fra i mesi luglio, fra i giorni la domenica, fra le pietre il topazio, fra le età l’adolescenza sino ai venti anni, fra i fiori il girasole, fra i numeri il 7 e fra i metalli se stesso.

“E’ simbolo del sole, onde dagli Inglesi Sole venne detto l’oro posto nelle arme dei sovrani, e Topazio se figurante in quelle dei gentiluomini. Alcuni antichi araldisti contrassegnarono appunto questo smalto col segno zodiacale del sole. Il Ménéstrier vuole che sia venuto all’araldica dalla fazione Aurea del Circo, il che è poco probabile. Fu contrassegno dei Ghibellini e livrea dei duchi di Lorena. Nei tornei significava ricchezza, amore, onore e nelle bandiere, desiderio di vittoria. Quanto al suo simbolismo nell’araldica, è uno dei più estesi: la fede, la giustizia, la carità, l’umiltà, la temperanza, la clemenza, la nobiltà, lo splendore, la gloria, la felicità, l’amore, la prosperità, la purezza, la gioia, la ricchezza, la generosità, la temperanza, la sapienza, la costanza, il potere, la cavalleria, la gentilezza, la forza, la magnanimità, la longevità e l’eternità sono rappresentate dall’oro. Tante idee annesse ad un solo colore diminuiscono, bisogna convenire, la fede che si dovrebbe prestare a questa simbolica: ma per gli antichi araldi e cavalieri che sapeano comporre sì giudiziosamente i varii colori, e indagarne con tanto acume il mistero, è certo che l’oro dovea rappresentare tutte queste diverse virtù, a seconda del come e con cui era disposto”. 6)

l’argento “è dopo l’oro la tinta più pregiata nel blasone, perché rappresenta (…) La luna fra gli astri, la perla fra le gemme, ed è simbolo della concordia, della purità, della clemenza, della gentilezza e della tranquillità d’animo (…) Sino dai tempi dei Romani l’argento figurava come colore di divisa, e tutti conoscono la squadriglia Alba del Circo, squadriglia che come le altre si convertì poscia in fazione. Nei tornei succeduti al circo le sciarpe e le divise d’argento erano portate da quei cavalieri che dimostrar voleano la gelosia, la tema, la passione amorosa”. 7)

l’argento inoltre rappresenta nello zodiaco il cancro, fra i mesi giugno, fra i giorni il lunedì, fra gli elementi l’acqua, fra le età l’infanzia sino ai 7 anni, fra i temperamenti il flemmatico, fra i fiori il giglio, fra i numeri il 2 e fra i metalli se stesso.

Le figure

La stella. “Nelle armi si vede un gran numero di stelle che possono essere a cinque, sei, otto, fino a sedici raggi. Ordinariamente le stelle a cinque raggi sono più comuni in Francia, in Spagna, in Inghilterra, nel Belgio e in Polonia; quelle a sei in Germania ed in Olanda. In Italia si trovano spesso di tutte e due le sorta. Quelle di sette o più raggi sono meno usate. (…) Le stelle sono fra le figure più diffuse dell’araldica; ed è naturale che una figura sì bella e da tutti conosciuta sia stata adottata da tante famiglie. In Lombardia e Toscana erano un tempo contrassegno dei Guelfi; mentre in Romagna tre stelle in capo dimostravano che il possessore dell’arma era Ghibellino”. 8)

“Le armi portano con frequenza questo corpo celeste. Una stella fu guida sicura al nato Redentore, un’altra è sicura indicazione della strada a chi conduce la nave nella notte, due fatti che dovevano imporsi alla fantasia degli uomini quando vollero rappresentare la guida sicura verso il sicuro arrivo al porto spirituale od a quello materiale. Le stelle che splendono nel cielo della notte sono milioni di soli, altro simbolo di chi aspira a cose superiori, ad azioni sublimi. Avanti che sorga il sole, annunciatrice di questo e della luce, del giorno, della sua operosità, è la stella chiamata dagli antichi Lucifero, altra figurazione indicativa del luminoso avvenire auspicato alla propria discendenza”. 9)

Stella famosa è la stella a sei punte, meglio conosciuta come stella di David, formata da due triangoli equilateri che hanno lo stesso centro e che risultano piazzati in opposte direzioni.
Si tramanda fosse la figura che adornava lo scudo del re David. Una diversa interpretazione le attribuisce, invece, un significato cabalistico. 10)

Nell’araldica ecclesiastica la stella maggiormente usata è quella ad otto punte che, secondo alcuni studiosi, simboleggia il Salvatore, pur riscontrandosi anche scudi prelatizi con stelle a sei punte.

Ricordiamo infine che la stella ad otto punte o ottagona rappresenta le otto beatitudini evangeliche.

Tre stelle caricate in uno scudo ecclesiastico nelle varie positure di in fascia, in banda, in sbarra, bene ordinate, male ordinate, simboleggiano la Fede, la Speranza e la Carità, le tre virtù teologali.

Il pane, simbolo primario dell’eucarestia nell’araldica ecclesiastica, rappresenta l’abbondanza e la frugalità.

“Nell’Antica Alleanza il pane e il vino sono offerti in sacrificio tra le primizie della terra, in segno di riconoscenza al creatore. Ma ricevono anche un nuovo significato nel contesto dell’esodo: i pani azzimi, che Israele mangia ogni anno a Pasqua, commemorano la fretta della partenza liberatrice dall’egitto; il ricordo della manna del deserto richiamerà sempre a Israele che egli vive del pane della Parola di Dio. Il pane quotidiano, infine, è il frutto della Terra promessa, pegno della fedeltà di Dio alle sue promesse (…). Gesù ha istituito la sua Eucaristia conferendo un significato nuovo e definitivo alla benedizione del pane e del calice. I miracoli della moltiplicazione dei pani, allorché il Signore pronunciò la benedizione, spezzò i pani e li distribuì per mezzo dei suoi discepoli per sfamare la folla, prefigurano la sovrabbondanza di questo unico pane che è la sua Eucaristia”. 11)

Invece, la spiga di grano “entrò nelle armi quale augurio ai propri discendenti di eterna abbondanza, di sicura ricompensa al lavoro come essa premia annualmente le fatiche del contadino. E’ pure vaticinio di pace, poiché non si poteva coltivare la terra in tempo di guerra, e le spighe del grano adornano le figure allegoriche della Pace”. 12)

Il delfino, “il più nobile dei pesci usati nelle arme, rappresenta il coraggio e la lealtà. E’ inoltre simbolo di vittoria navale, di principe vigilante e clemente, di guerriero sollecito, di protezione sincera, di fedeltà e d’animo piacevole. Secondo il Litta il delfino sarebbe un ricordo delle Crociate. Sagacia, pietà e sensibilità hanno altresì per emblema questa figura”. 13)

“Nell’antichità pagana, il Delfino era tenuto come l’amico dell’uomo; e si affermava che molti in procinto di annegare erano stati salvi mercé sua. Sotto le spoglie di questo animale gli artisti raffiguravano le anime in viaggio verso gli Elisi. Queste idee di salvezza attribuite al Delfino, l’affetto che si credeva portasse ai mortali, spiegano come i primitivi cristiani facessero simbolo ed immagine di Cristo Salvatore, e considerato com’era il Delfino quale pesce, i Cristiani de’ primi tempi, vedevano nella parola IXTUS, pesce, l’anagramma della frase greca: Jesous Christos Uios Soter il che è dire: Gesù Cristo figlio di Dio Salvatore.

Del segno del pesce si valevano i perseguitati neofiti per riconoscersi tra correligionari. Dall’epoca delle catacombe sino ai nostri giorni, il Delfino ha servito spessissimo alla decorazione dei monumenti cristiani”. 14)

Si ricorda infine che il cesto contenente sei pani e il delfino, caricati nello scudo arcivescovile, sono tratti dai mosaici presenti nella Patriarcale Basilica di Aquileia.

 

Note

1) Catechismo della Chiesa Cattolica, Città del Vaticano 1999, p.335.
2) P. F. degli UBERTI, Gli Stemmi Araldici dei Papi degli Anni Santi, Ed. Piemme, s. d.
3) da L’Osservatore Romano, 31 marzo 1969.
4) G. ALDRIGHETTI – M. DE BIASI, Il Gonfalone di San Marco, Venezia 1998, pp. 64-65.
5) G. CROLLALANZA (di), Enciclopedia araldico-cavalleresca, Pisa 1886, p. 81, voce Azzurro.
6) Ibidem, p. 451, voce Oro.
7) Ibidem, pp. 57-58, voce Argento.
8) Ibidem, p. 561, voce Stella.
9) P. GUELFI CAMAJANI, Dizionario Araldico, Milano 1940, pp. 521-522, voce Stella.
10) “The use of the hexagram as an alchemical symbol denoting the harmony between the antagonistic elements of water and fire became current in the later 17th century, but this had no influence in Jewish circles. Many alchemists, too, began calling in the shield of David (traceable since 1724). But another symbolism sprang up in Kabbalistic circles, where the ‘shield of David’ became the ‘shield of the son of David’, the Messiah”. (Encyclopaedia Judaica, Gerusalemme 1971, vol. 11, p. 696, voce Magen David).
11) Catechismo della Chiesa Cattolica, cit., pp. 381-382.
12) P. GUELFI CAMAJANI, Dizionario Araldico, cit., p. 518, voce Spiga.
13) G. CROLLALANZA (di), Enciclopedia araldico-cavalleresca, cit., p. 252, voce Delfino.
14) P. GUELFI CAMAJANI, Dizionario Araldico, cit., pp. 224-225, voce Delfino.