Non diventare una comunità “dismessa”

venerdì 30 novembre 2018

Domani e dopo domani presso l’Università Gregoriana di Roma si terrà un convegno intitolato: Dio non abita più qui? Dismissione di luoghi di culto e gestione integrata dei beni culturali ecclesiastici. La questione affrontata è molto semplice: nel mondo e, ormai anche in Italia, sono molte le chiese dismesse, spesso anche vendute, utilizzate per i più svariati usi. Alcuni sono “dignitosi” e rispettosi della struttura di chiesa, come musei, sale per mostre, saloni per incontri, biblioteche, ecc. Altri sono molto più discutibili: ex chiese utilizzate come bar, ristoranti, discoteche, officine, lavanderie, ecc. Il convegno – ho dato un’occhiata al programma – vuole far prendere coscienza del fenomeno e discutere delle ”Linee guida per la dismissione e il riuso degli edifici di culto”.

Dai titoli dei diversi interventi non sembra essere esplicitamente affrontato il problema fondamentale delle chiese dismesse, o meglio la causa della loro dismissione. Al 99% dei casi è una sola e molto chiara: il venir meno della comunità cristiana che in quella chiesa si riuniva e celebrava. Se manca la comunità, l’edificio di culto non ha più alcun senso. Si può tentare di mantenerlo, ma, appunto come dice il titolo del convegno, non più come un chiesa, ma come un bene culturale, una traccia, un residuo di qualcosa che merita di essere conservato per il valore storico, ma non certo per un significato attuale. Archeologia religiosa, quindi, come oggi si parla, per le fabbriche dismesse di un certo pregio, di archeologia industriale.

Succederà così anche qui da noi? Può darsi, non si può escludere. Però la domanda da farsi non è se in futuro ci sarà ancora questo Duomo o altre chiese di Gorizia aperte al culto, ma se ci sarà o no una comunità cristiana qui da noi. Non ho la risposta, ma in fondo la risposta non serve. Serve piuttosto prendere coscienza che comunque oggi noi ci siamo e che il Signore affida alla nostra generazione l’impegno di mantenere viva la fiamma della fede qui a Gorizia per poterla consegnare alle prossime generazioni.

Una generazione, la nostra che potrebbe avere motivi di tristezza: i Gesuiti se ne sono andati da anni, Stella matutina è stata venduta, le Orsoline si sono trasferite e hanno venduto tutto, le Suore di Nostra Signora hanno chiuso la scuola, l’oratorio San Luigi non c’è più, i Fatebenefratelli non hanno più una comunità, ecc.

Chiudersi nella tristezza, però, non è proprio dei cristiani. I cristiani sono chiamati a vivere la gioia del Vangelo, a testimoniarlo con umiltà, a esprimersi come comunità. Anche noi oggi. Possiamo farlo raccogliendo le indicazioni che la Parola di Dio stasera si offre proprio riflettendo sulla casa di Dio, su questa chiesa di cui ricordiamo la dedicazione.

Partirei dal Vangelo, dove ci viene detto con chiarezza che la casa di Gesù non è il tempio, ma la casa di un peccatore, di Zaccheo: «Zaccheo, scendi subito, perché oggi devo fermarmi a casa tua». La gente si scandalizza: «È entrato in casa di un peccatore!». Ma Gesù non si blocca per questa critica: a Lui interessa portare la salvezza in quella casa, a Lui interessa «salvare ciò che era perduto».

Che cosa significa questo per noi? Semplicemente che la comunità cristiana è tempio di Dio – lo afferma l’inizio della seconda lettura – non perché è santa, ma perché fatta da peccatori che accolgono la salvezza. Anche se l’Eucaristia comincia sempre con l’atto penitenziale, anche se prima della Comunione ripetiamo: “Signore non sono degno…”, non so quanto ci crediamo di essere peccatori e di essere dei salvati solo per grazia.Ma è solo questo il perché del celebrare l’Eucaristia, che è appunto rendere grazie: solo perché siamo peccatori salvati. Non siamo meglio degli altri, soltanto abbiamo ricevuto una grazia. Questo sì.

La seconda lettura ci fa riflettere su di noi in quanto tempio di Dio. Ci ricorda anzitutto che il fondamento è solo Gesù. Certo ci possono essere molti motivi che ci tengono insieme, ma – se giusti come possono essere l’amicizia, la conoscenza, la comune sensibilità, il desiderio di fare insieme del bene, …– sono solo complementari. Il fondamento dello stare insieme è Gesù. Un fondamento più forte anche degli ostacoli, delle incomprensioni, dei diversi modi di vedere e di sentire, delle tensioni, ecc. Si è parte della comunità cristiana e si viene in chiesa alla fine solo per Gesù. Una comunità cristiana si costruisce solo su di Lui e non su altri motivi, di carattere sociale, culturale, storico, ricreativo, identitario, umanitario, ecc.

Sempre san Paolo ci ricorda che anima del tempio di Dio, che è la comunità cristiana, è lo Spirito Santo. Occorre essere aperti alla sua azione, anche se magari, a volte, scombina le nostre certezze, le nostre idee, i nostri piani, le nostre abitudini. Ma senza lo Spirito la comunità è priva di vita, diventa – permettete che lo dica – una comunità dismessa, come una chiesa sconsacrata.

L’apostolo ci mette poi in guardia dall’opera di distruzione della comunità. Ci sono atteggiamenti distruttivi in buona fede, almeno in parte inconsapevoli: per esempio, quando si confonde l’attaccamento alla propria realtà con la chiusura escludente; quando si serve con generosità la comunità, ma si resta attaccati al proprio ruolo a tutti i costi; quando non ci si adatta a camminare insieme sul ritmo degli altri, presumendo di avere sempre e comunque ragione. La buona fede non rende però questi atteggiamenti meno pericolosi per la comunità… Altri modi di agire sono purtroppo in cattiva fede, a cominciare dal banale – ma distruttivo – pettegolezzo diffuso, dalla critica per partito preso, dall’essere pronti a gioire appena uno o una sbaglia, dal riferire tutto a se stessi…

Infine la prima lettura. Mi sembra chiarissimo quanto dice ed estremamente attuale: per Dio non ci sono stranieri, tutti siamo chiamati a essere suoi figli e sue figlie a prescindere dalla nazionalità, dalla lingua, dalla cultura, dal colore della pelle, dai soldi, dal potere, dal ruolo sociale, ecc. Tutti siamo chiamati a salvezza e abbiamo la stessa dignità. Questo deve valere in modo assoluto per la comunità cristiana. E dovrebbe valere anche per una società civile, che non voglia perdere il senso dell’umanità. E se è sacrilegio profanare una chiesa, lo è ancora di più non rispettare la dignità delle persone, non riconoscere in loro, qualsiasi sia la loro situazione, la presenza di Dio.

Indicazioni preziose per noi, quelle che ci vengono stasera dalla Parola di Dio. Indicazioni che ci possono aiutare a non diventare una comunità dismessa, ma a trovare nella Parola e nell’Eucaristia la forza per andare avanti con coraggio, speranza e gioia.        

+ vescovo Carlo