Parola, parole e bene comune

sabato 21 dicembre 2019

La sera di giovedì 19 dicembre 2019, l’arcivescovo Carlo ha incontrato in sala “Pietro Cocolin” a Gorizia i politici, gli amministratori ed i responsabili della cosa pubblica. 

 

Ho avuto la fortuna, nel percorso di formazione seminaristica, di avere come docente di sacra Scrittura l’attuale Cardinale Gianfranco Ravasi, uno studioso che ci ha affascinato aprendoci al mondo della Bibbia e ai suoi innumerevoli collegamenti con la letteratura, la filosofia, l’arte e ogni aspetto della realtà umana. Una sua frase che mi è rimasta in mente, solo in apparenza banale, ma da lui ripetuta più volte è: “Ragazzi, nella Bibbia c’è tutto”. Intendeva dire che nella Bibbia, che per il credente è Parola di Dio, c’è davvero il tutto dell’esperienza umana: vita e morte, amore e odio, banalità ed eccezionalità, vigliaccheria ed entusiasmo, cattiveria e bontà, umiltà e superbia, povertà e ricchezza, delusione e speranza, … insomma tutto.

Ma sicuramente quello che c’è anzitutto nella Bibbia sono le parole. Difficile calcolarle, perché il loro numero dipende ovviamente dalle diverse versioni, ma pare che siano circa 780.000. Tante e, ovviamente, si ripetono più volte. Del resto, stando ai linguisti, se le parole di base in una lingua sono all’incirca 6.500, le parole che mediamente usiamo sono circa 47.000. Il mio ormai datato vocabolario Zingarelli (ed. 2003), che non sostituisco più vista la comodità di internet, ha 134.000 voci, con 370.000 significati… Non ci pensiamo, ma siamo davvero immersi nelle parole, possiamo dire che nuotiamo nelle parole, come pesci nell’acqua del mare. E ogni parola ha spesso molteplici significati: non ci bastano le parole per esprimere quello che vogliamo comunicare e per questo le carichiamo forse più di quanto possono sopportare con esiti a volte contradittori o curiosi. Un solo esempio, tratto dal latino, che prendo dalla mia cultura giuridica: la parola ius che vuol dire certo diritto, ma significa anche curiosamente sugo, brodo e c’è anche il diminutivo: iusculum che significa brodetto (può essere che il diritto italiano, con il suo affastellarsi di leggi, norme, circolari, regolamenti, ecc. sia effettivamente un po’ un brodo in cui è difficile orientarsi o, se volete, difficile da digerire).

Le parole servono al bene comune? Certamente o almeno lo dovrebbero. Possono servire anche contro il bene comune: per cercare il proprio interesse; per confondere la percezione del reale nei più e, in particolare, nelle persone meno attrezzate culturalmente o più emotive; per spaccare il sentire comune di una società; per individuare un avversario, un capro espiatorio,…; per creare gravi tensioni (la purtroppo famosa strategia della tensione – siamo a non molti giorni dal 50° anniversario di piazza Fontana – non era fatta solo di bombe, ma anche di tante parole di odio). Ma le parole servono anche per il bene comune, quando per esempio esprimono degli ideali condivisi, manifestano sentimenti positivi percepiti da tutti, propongono delle mete di azione, tutelano dei diritti, difendono i deboli. Gli attuali mezzi di comunicazione hanno potenziato tutto questo nel bene e nel male,con effetti paradossali: per esempio aumentando le parole e per altri aspetti diminuendole (il mondo ormai si governa con un tweet…); incrementando la velocità della loro trasmissione e della loro diffusione ma anche diminuendo la capacità di percepirle dal momento che sono troppe; intensificando il loro carico emozionale e insieme facendolo temporaneo ed evanescente; rendendole più superficiali e immediate, ma anche permanenti (una scemenza scritta su facebook da ragazzo, viene letta con preoccupazione da che sta facendo un colloquio di lavoro con un giovane). Sono tutte cose che sappiamo e penso non manchi chi, con uno specifico bagaglio tecnico, ha già fatto o fa riflessioni significative su tutto ciò.

Vorrei però tornare alla Parola di Dio, alla Scrittura: può offrirci qualche suggerimento per il nostro desiderio di usare le parole per il bene comune? Penso di sì.

1. La “pesantezza” della Parola di Dio

a. la Parola creatrice

Una prima riflessione può riguardare quella che possiamo chiamare la pesantezza o, se volete, l’efficacia delle parole. La Parola di Dio non è mai a vanvera, non cade mai nel vuoto, ma è efficace. La stessa Bibbia si apre con le parole creatrici di Dio, con il ritornello: «Dio disse… e così avvenne», cominciando dalla creazione della luce: «Dio disse: “Sia la luce!”. E la luce fu» e così via per tutti i giorni della creazione. Non per nulla il termine che in ebraico significa “parola”, cioè dabar, vuol dire anche “fatto”. Ho detto “anche”, ma dovrei correttamente dire “insieme”, perché la parola è insieme fatto, è realtà. Nel greco del Nuovo Testamento il termine dabar viene reso con rema, ma il significato è lo stesso: parola e fatto, parola che realizza quello che afferma o promette. Maria all’angelo, che le annuncia di essere stata prescelta per essere la madre del Figlio di Dio che diventa uomo, dice: «Ecco la serva del Signore: avvenga per me secondo la tua parola», in greco “secondo il tuo rema”, cioè in conformità con la Parola efficace di Dio che mi hai annunciato.

b. la Parola benedicente

Qualcosa di analogo alla parola creatrice è la parola benedicente. Noi siamo abituati a considerare la benedizione come qualcosa di ben augurante, che porta – sperabilmente – bene. Nella Bibbia la benedizione è molto di più di un augurio, perchéha in sé un’efficacia di realizzazione. Proprio per questo può succedere che ci sia persino un imbroglio per accaparrarsi la benedizione e quando questa è data non può essere revocata, neppure quando si scopre l’inganno. Così è stato per Giacobbe che, con la complicità della mamma Rebecca, si spaccia per il fratello maggiore Esaù imbrogliando il padre Isacco, vecchio e cieco, e ottiene da lui la benedizione riservata al primogenito. Le successive proteste di Esaù non otterranno da Isacco una nuova benedizione o una revoca di quella già data. Benedire non è quindi solo “dire bene” o “augurare il bene”, ma renderlo efficace.

c. il nome

Un terzo esempio di pesantezza della parola è quello del nome. Il nome nella Bibbia non è solo qualcosa che identifica la persona, ma è in qualche modo la stessa persona, le sue caratteristiche, il suo destino. Possedere il nome è come possedere la persona stessa. Cambiargli il nome è come cambiargli il destino. Per tornare a Giacobbe, quando in un momento drammatico lotta di notte con l’angelo di Dio in riva al torrente che lo separa dall’incontro imprevedibile con il fratello Esaù(ovviamente non molto contento dell’imbroglio subito a suo tempo), alla fine chiede il nome del suo avversario, ma non lo viene a sapere. In compenso l’angelo gli cambia il nome da Giacobbe a Israele, indicando il suo destino di essere padre delle dodici tribù di Israele («Durante quella notte egli si alzò, prese le due mogli, le due schiave, i suoi undici bambini e passò il guado dello Iabbok. Li prese, fece loro passare il torrente e portò di là anche tutti i suoi averi. Giacobbe rimase solo e un uomo lottò con lui fino allo spuntare dell’aurora. Vedendo che non riusciva a vincerlo, lo colpì all’articolazione del femore e l’articolazione del femore di Giacobbe si slogò, mentre continuava a lottare con lui. Quello disse: “Lasciami andare, perché è spuntata l’aurora”. Giacobbe rispose: “Non ti lascerò, se non mi avrai benedetto!”. Gli domandò: “Come ti chiami?”. Rispose: “Giacobbe”. Riprese: “Non ti chiamerai più Giacobbe, ma Israele, perché hai combattuto con Dio e con gli uomini e hai vinto!”. Giacobbe allora gli chiese: “Svelami il tuo nome”. Gli rispose: “Perché mi chiedi il nome?”. E qui lo benedisse. Allora Giacobbe chiamò quel luogo Penuèl: “Davvero – disse – ho visto Dio faccia a faccia, eppure la mia vita è rimasta salva”»: Gn 32.23-31). L’uomo non può possedere il nome di Dio, perché non può essere il signore di Dio, ma caso mai il suo servo. Lo stessocomandamento “Non nominare il nome di Dio”, che noi intendiamo di solito come “non bestemmiare” in realtà vuol dire non usare il nome di Dio come se fosse al tuo servizio. Strumentalizzare Dio per i propri scopi è peggio che bestemmiare.

Pesantezza delle parole, parole che sono fatti: non è difficile trarne le conclusioni per il servizio al bene comune di chi ha responsabilità verso la società.

 

2. La parola profetica

Una seconda pista di riflessione sulle parole nella Bibbia e il bene comune, può riguardare la parola profetica. Il profeta – ormai tutti dovremmo saperlo – non è una specie di indovino o di esperto di oroscopi. Non è l’uomo del futuro, ma del presente. E’ colui che a nome di Dio, anzi dal punto di vista di Dio, sa leggere il senso della storia, sa dare un giudizio su di essa, ma sa anche aprire alla speranza affidabile di un futuro migliore. Proprio per questo il profeta si avvicina a un’altra figura che nella Bibbia usa le parole: il sapiente, colui appunto che va al di là della superficie degli avvenimenti e ne evidenzia il senso in profondità. Il profeta nella Bibbia ha un ruolo realmente politico. Non si sostituisce al re, ai funzionari, agli amministratori, ma offre loro una lettura della realtà presente a volte con indicazioni molto concrete, ma sempre con un respiro che va al di là della cronaca e richiama alla fedeltà a Dio.

Un esempio di profeta politico è dato da Geremia. Siamo al momento dell’assedio di Gerusalemme – circa 600 anni prima di Cristo – da parte dei Babilonesi, guidati da Nabucodonosor (diventato per noi italiani il famoso Nabucco). La classe dirigente di Gerusalemme è convinta di poter resistere e che prima o poi arriveranno i rinforzi dall’altra superpotenza di allora, quella occidentale, l’Egitto. Ma l’ultima volta che il faraone era uscito con il suo esercito dai suoi confini era stato qualche anno prima per dare un aiuto alla superpotenza orientale, gli assiri, ormai in decadenza e in lotta con i babilonesi. Il faraone Necao II, però, era stato sconfitto dai babilonesi e si era limitato poi a difendere i confini egiziani resistendo ai babilonesi arrivati fino al Nilo, lasciando a loro il dominio sulla Palestina, senza alcuna intenzione di rimettersi in guerra con loro. Geremia pertanto suggerisce di non illudersi dell’aiuto dell’Egitto, ma di fare la pace con i babilonesi accettando di diventare un loro stato vassallo e di pagare pesanti tributi in cambio di avere salva la città e la vita. Non viene ascoltato. Nabucodonosor prende Gerusalemme e deporta a Babilonia la classe dirigente ebraica e mette sul trono un re fantoccio. Geremia, che è rimasto a Gerusalemme, insiste con il nuovo re e con il resto dei funzionari nel suggerire loro di stare buoni e di non fidarsi dell’Egitto, anzi scrive persino agli esiliati a Babilonia suggerendo di non ribellarsi ma di cercare di restare in pace lì dove sono. Ma il re e i suoi si rivoltano contro i babilonesie a questo punto Nabucodonosor ritorna e distrugge la città e deporta quasi tutti. Geremia resta con i pochi superstiti e cerca di convincerli di stare tranquilli, ma anche loro si ribellano e sconfitti scappano in Egitto portandosi con loro Geremia, che lì verrà ucciso dai suoi connazionali.

Da come ho riassunto la cosa sembra che Geremia offrissesolo consigli di natura politica e per di più inascoltati. In realtà, se si legge il suo libro, si vede come proponesse sempre comunque una lettura religiosa della storia e come le sue indicazioni fosseroanzitutto di fedeltà al Signore e di giustizia verso i poveri. La classe dirigente di allora non era solo incapace di gestire la politica internazionale, ma era corrotta, viveva nel lusso, sfruttava la povera gente e non rispettava i comandamenti di Dio, fidandosi piuttosto degli idoli dei vincitori del momento.

Non mancano però negli scritti di Geremia anche parole di speranza verso il futuro. Per esempio nella citata lettera agli esiliati a Babilonia, in cui li esortava a non illudersi di potersi ribellare, scriveva a nome di Dio: «così dice il Signore: Quando saranno compiuti a Babilonia settant’anni, vi visiterò e realizzerò la mia buona promessa di ricondurvi in questo luogo. Io conosco i progetti che ho fatto a vostro riguardo – oracolo del Signore –, progetti di pace e non di sventura, per concedervi un futuro pieno di speranza. Voi mi invocherete e ricorrerete a me e io vi esaudirò. Mi cercherete e mi troverete, perché mi cercherete con tutto il cuore; mi lascerò trovare da voi. Oracolo del Signore. Cambierò in meglio la vostra sorte e vi radunerò da tutte le nazioni e da tutti i luoghi dove vi ho disperso. Oracolo del Signore. Vi ricondurrò nel luogo da dove vi ho fatto deportare» (Ger 29,10-14).

Chi ha la cura del bene comune non deve essere necessariamente un profeta, ma deve sapere ascoltare chi è capace di offrire una lettura della storia presente che vada al di là degli interessi immediati e di corto respiro. A volte sono proprio i giovani ad avere questa capacità di visione e vanno ascoltati. Chi ha la responsabilità della società deve poi sapere dare parole di speranza, sue – se ne è in grado – o accolte da altri. Il bene comune va cercato con realismo, senza avventurismi inutili, ma sempre con una prospettiva di futuro, di speranza. “I have a dream è la famosa frase di Martin Luther King, ma anche oggi c’è bisogno di sogni non illusori, capaci di smuovere le personeper qualcosa di positivo. Mancano, ma ne abbiamo estremo bisogno.

3. La parola che uccide

Dall’Antico Testamento vorrei ora spostarmi nel Nuovo con due riflessioni sempre sull’uso delle parole per il bene comune. Una prima considerazione nasce da una frase di Gesù che può suscitare una certa meraviglia. Si trova nel discorso della montagna, quel discorso programmatico contenuto nei capitoli dal 5 al 7 del Vangelo di Matteo, che inizia con le beatitudini e termina con il paragone della casa costruita sulla sabbia o sulla roccia, applicato all’ascoltare e al mettere o non mettere in pratica la parola udita. A un certo punto Gesù contrappone quello che è stato detto dagli antichi al suo nuovo esigente messaggio. In questo contesto offre un’indicazione che appare sproporzionata: «Avete inteso che fu detto agli antichi: Non ucciderai; chi avrà ucciso dovrà essere sottoposto al giudizio. Ma io vi dico: chiunque si adira con il proprio fratello dovrà essere sottoposto al giudizio. Chi poi dice al fratello: “Stupido”, dovrà essere sottoposto al sinedrio; e chi gli dice: “Pazzo”, sarà destinato al fuoco della Geènna» (Mt 5,21-22). Mettere sullo stesso piano l’omicidio con una parola offensiva verso un’altra persona pare effettivamente eccessivo. Però l’offesa verbale può essere il primo passo verso l’annientamento dell’altro. Gesù è in sintonia con l’antica sapienza di Israele che nel libro del Siracide affermava: «Prima del fuoco c’è vapore e fumo di fornace, così prima del spargimento del sangue ci sono le ingiurie» (Sir 22,24). E anche con la sapienza popolare: non esiste forse il proverbio “ne uccide più la lingua che la spada”?. La lettera di Giacomo, uno scritto meno noto del Nuovo Testamento, ha tutta una riflessione sulla lingua e sul suo potere di fare male come una spada e anche sulla difficoltà di controllarla: «Se uno non pecca nel parlare, costui è un uomo perfetto, capace di tenere a freno anche tutto il corpo. Se mettiamo il morso in bocca ai cavalli perché ci obbediscano, possiamo dirigere anche tutto il loro corpo. Ecco, anche le navi, benché siano così grandi e spinte da venti gagliardi, con un piccolissimo timone vengono guidate là dove vuole il pilota. Così anche la spada: è un membro piccolo ma può vantarsi di grandi cose. Ecco: un piccolo fuoco può incendiare una grande foresta! Anche la lingua è un fuoco, il mondo del male! La lingua è inserita nelle nostre membra, contagia tutto il corpo e incendia tutta la nostra vita, traendo la sua fiamma dalla Geènna. Infatti ogni sorta di bestie e di uccelli, di rettili e di esseri marini sono domati e sono stati domati dall’uomo, ma la lingua nessuno la può domare: è un male ribelle, è piena di veleno mortale. Con essa benediciamo il Signore e Padre e con essa malediciamo gli uomini fatti a somiglianza di Dio. Dalla stessa bocca escono benedizione e maledizione. Non dev’essere così, fratelli miei!»(Gc 3,2-10). Papa Francesco è sulla stessa linea. Così diceva lo scorso anno in un’udienza in piazza san Pietro: «Quante chiacchiere distruggono la comunione per inopportunità o mancanza di delicatezza! Anzi, le chiacchiere uccidono, e questo lo disse l’apostolo Giacomo nella sua Lettera. Il chiacchierone, la chiacchierona sono gente che uccide: uccide gli altri, perché la lingua uccide come un coltello. State attenti! Un chiacchierone o una chiacchierona è un terrorista, perché con la sua lingua butta la bomba e se ne va tranquillo, ma la cosa che dice quella bomba buttata distrugge la fama altrui. Non dimenticare: chiacchierare è uccidere» (Udienza generale 14 novembre 2018).

Attenzione alle parole, ai giudizi, ai pregiudizi. I politici, insieme a qualche altra categoria (giornalisti, insegnanti, avvocati e anche preti), utilizzano molto le parole e devono farlo in maniera efficace e convincente. Ma le parole possono servire un’ideologia sbagliata ed essere contro il bene comune. Quelle più subdole non sono però gli insulti, che comunque appaiono tali, ma quelle che fanno passare un giudizio negativo (o, meglio un pregiudizio) circa gli altri. Per esempio, un conto è definire gli avversari di un regime, magari poco democratico o persino dittatoriale, oppositori, un altro chiamarli ribelli, un altro ancora banditio terroristi. A volte basta allargare un concetto a tutta la categoria per delegittimarla: così, per esempio, definire tutti gli stranieri come clandestini, senza appunto distinguere i clandestini dai richiedenti asilo o dai rifugiati. Gli esempi possono moltiplicarsi. E se guardiamo alla storia, in particolare del secolo scorso, ci accorgiamo che il collegamento fatto da Gesù tra l’omicidio e l’insulto o anche solo il pregiudizio non è poi così azzardato.

4. Parole vuote e parole vere, buone e belle

Una seconda e ultima considerazione circa le parole a partire dal Nuovo Testamento possiamo ricavarla da due passaggi contenuti nelle lettere di san Paolo. Il primo, tratto dalla lettera agli Efesini, mette in guardia da parole vuote e volgari: «Di fornicazione e di ogni specie di impurità o di cupidigia neppure si parli fra voi – come deve essere tra santi – né di volgarità, insulsaggini, trivialità, che sono cose sconvenienti. Piuttosto rendete grazie! […] Nessuno vi inganni con parole vuote: per queste cose infatti l’ira di Dio viene sopra coloro che gli disobbediscono» (Ef 5,3-6). Il secondo propone invece un atteggiamento positivo: «fratelli, quello che è vero, quello che è nobile, quello che è giusto, quello che è puro, quello che è amabile, quello che è onorato, ciò che è virtù e ciò che merita lode, questo sia oggetto dei vostri pensieri» (Fil 4,8). Occorre una certa igiene di pensiero e di linguaggio se si vuole essere realmente responsabili del bene comune. Occorre riempire la propria vita non di insulsaggini, ma di cose che valgono e che sono vere, buone e belle. Nutrirsi di bene, di verità e di bellezza è il modo migliore per gestire una responsabilità verso gli altri: non basta solo una retta intenzione o una competenza tecnica. Saper apprezzare l’arte, godere della musica, leggere un romanzo, approfondire un saggio, appassionarsi di teatro e di cinema, coltivare passioni belle, apprezzare la montagna e il mare, interessarsi della storia, visitare i monumenti, ecc. sembra non riguardare direttamente il compito di avere una responsabilità verso la comunità. Ma sono qualcosa di fondamentale. Solo se ci si nutre di parole, di immagini, di emozioni, di idee, di ideali veri, buoni e belli si può essere responsabili con efficacia di una comunità. Anche nutrirsi della Parola, della lettura e meditazione del Vangelo, della Bibbia – sono convinto – è un modo per prepararsi a essere e per continuare a essere, ciascuno per quanto ci riguarda, buoni responsabili della cosa pubblica. Il Natale ci presenta appunto la Parola, il Verbo di Dio che si è incarnato nella nostra realtà anche per darci le parole giuste per la nostra vita, per noi e per gli altri. Il piccolo dono, che desidero lasciarvi, vuole offrire ogni giorno una parola di Vangelo, con la speranza che abbiate tempo anche per un approfondimento personale.

Allora auguri per un buon Natale. Con l’invito a riscoprire la pesantezza positiva ma anche talvolta fortemente negativa delle parole, la loro forza profetica e di speranza, la necessità di nutrire mente e cuore, occhi e orecchi di ciò che è vero, buono e bello per essere a servizio del bene comune delle comunità di cui in qualche modo abbiamo la responsabilità. Una responsabilità spesso faticosa, ma che può dare anche la soddisfazione di fare qualcosa di utile per gli altri. Grazie.
+ vescovo Carlo