Preparare l’oggi definitivo vivendo l’oggi di questo tempo

giovedì 1 aprile 2021

L’arcivescovo Carlo ha presieduto in cattedrale la mattina del Giovedì Santo, 1 aprile 2021, la messa crismale con i presbiteri della diocesi. Pubblichiamo di seguito la sua omelia.

«Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio». Si tratta di una parola che abbiamo ascoltato ogni giovedì santo nella Messa del crisma. Oggi, però, la sentiamo ancora più vera. Siamo tutti poveri in questa situazione di pandemia, che ci preoccupa, ci rende fragili e incerti, e che sembra non finire. Per questo abbiamo bisogno di una Parola che sia lieto annuncio, che sia Vangelo. Ne abbiamo bisogno tutti, anche noi. Noi che spontaneamente ci collochiamo dalla parte di chi è chiamato ad annunciare il Vangelo, piuttosto che dalla parte di chi lo attende come annuncio di vita. Ma anche noi siamo messi alla prova come tutti, bisognosi come tutti di qualcosa cui ancorarci, di una parola che sia speranza.

Anche il nostro presbiterio diocesano ha sperimentato in questi mesi la sofferenza e il lutto. Abbiamo perso tre nostri fratelli nel presbiterato e il fatto che la causa della loro morte sia stata per solo uno di loro il Covid non diminuisce il nostro dolore. Tre presbiteri – don Fausto, don Renzo, don Paolo – molto diversi tra di loro, però tutti caratterizzati da una forte personalità e soprattutto da un’appassionata dedicazione al Signore e al popolo di Dio. Li ricordiamo con molta riconoscenza oggi, nella fiducia che continuino dal Cielo a sentirsi parte del nostro presbiterio e ad aiutarci con la loro preghiera e il loro affetto. Dobbiamo comunque essere grati al Signore perché anche in queste situazioni di dolore il nostro presbiterio diocesano si è dimostrato profondamente unito e ha manifestato un volersi bene l’un l’altro, che è una realtà più vera e più profonda rispetto agli individualismi, ai pettegolezzi, ai giudizi ingenerosi, alle frizioni che a volte – dobbiamo umilmente riconoscerlo – ci sono tra noi.

Siamo chiamati a proseguire nel cammino di crescita come presbiterio diocesano, insieme ai diaconi, affinché sia ancora più forte ed evidente la fraternità tra di noi e la nostra testimonianza evangelica sia ancora più limpida e convincente. Come ho sottolineato anche nel recente consiglio presbiterale, vedo su questa linea dei segni promettenti nella comunione che sta crescendo tra sacerdoti, diaconi e talvolta anche religiose all’interno di diverse unità pastorali. Una fraternità che si manifesta in piccole cose: in qualche caso nel vivere nella stessa casa, i momenti di preghiera comune, la condivisione della mensa, il frequente incontrarsi per confrontarsi e concordare le scelte pastorali. Occorre proseguire su questa strada e allargarla progressivamente all’intero presbiterio per essere al servizio del popolo di Dio soprattutto in questo momento di grande difficoltà.

Che cosa ci può aiutare nel cammino fraterno e nel dare oggi fiducia e speranza alle persone oltre che a noi stessi? Ancora una volta sottolineo l’importanza del riferimento alla Parola di Dio, da vivere anzitutto nella preghiera affinché diventi vita. Se la preghiera ha come fondamento la Parola, essa ci libera dalle forme di prepotenza, clericalismo ed egocentrismo e ci riporta alla logica del servizio e della comunione con gli altri. Una vera preghiera con la Parola è sempre liberante e se ne vedono gli effetti nella propria vita e in quella delle nostre comunità. Una Parola in cui non dobbiamo cercare per prima cosa le indicazioni sul fare, quanto piuttosto la risposta alla domanda su chi è il Signore e di conseguenza chi siamo noi. La Parola è quindi anzitutto rivelazione prima ancora che indicazione di valori e di azioni. Una rivelazione che ci consola e ci sostiene, perché è la rivelazione di un amore che non viene mai meno, di una croce che dà senso alla sofferenza e per questo alla vita, di una risurrezione che apre alla certezza di una vita che dura per sempre.

So che questa Parola trova concretezza nelle parole e anche nei silenzi pieni di compassione e di vera partecipazione con cui, in questo tempo di pandemia, state accompagnando e sostenendo molte persone e le loro famiglie nella malattia, nel passaggio della morte, nella sepoltura, nello strazio del lutto. Tutti vorremmo che l’azione pastorale non vedesse prevalente la celebrazione dei funerali, ma desse spazio soprattutto alle celebrazioni di gioia, all’attività educativa a favore dei ragazzi, all’azione catechetica per gli adulti, insomma a tutto ciò che in tempi normali costituisce la vita delle nostre parrocchie. Ma questo non è un tempo normale. Grazie allora per la vostra testimonianza di fede e anche per il sostegno che date alle persone, insieme con le caritas parrocchiali e a quella diocesana, per affrontare le situazioni di povertà materiale che in questi mesi stanno aumentando. E’ stato significativo che proprio in occasione del giovedì santo dello scorso anno, quando non abbiamo potuto celebrare la Messa del crisma, siano stati proprio i sacerdoti ad avviare la raccolta di risorse per il Fondo Scrosoppi.

Dicevo che quello che stiamo vivendo non è un tempo normale. Non è però un tempo sospeso, una parentesi temporale da vivere come si può in attesa che si chiuda e tutto torni come prima: lo abbiamo ormai compreso tutti. Dobbiamo quindi viverlo in pienezza perché qui e oggi il Signore ci chiede di vivere il Vangelo. Non per niente il commento che Gesù fa al passo di Isaia è molto sintetico e significativo: «Oggi si è compiuta questa Scrittura che voi avete ascoltato». Oggi, non ieri e non domani: oggi. Siamo chiamati a vivere questo oggi con il discernimento che ci viene dato dallo Spirito che ci è stato donato nel momento della nostra ordinazione (e tra poco rinnoveremo le promesse che abbiamo pronunciato quel giorno). E’ necessario invocare continuamente lo Spirito Santo perché sia per noi consolazione, luce e forza affinché possiamo vivere quest’oggi in attesa di un altro oggi, quello definitivo. Nel Vangelo di Luca è presente in ciò che Gesù sulla croce dice al cosiddetto buon ladrone: «Oggi sarai con me in paradiso». Un oggi che sarà vero per ciascuno di noi al termine della vita terrena e per la Chiesa e l’intera umanità al compimento della storia.

Ma quell’oggi definitivo va preparato vivendo l’oggi di questo tempo. Viverlo nella fedeltà a ciò che è essenziale con quella capacità di adattamento alle circostanze che continuano a mutare, sopportando l’ansia della incertezza, vincendo la stanchezza logorante legata al protrarsi della pandemia e delle sue conseguenze, combattendo la perdita di speranza, ma soprattutto mantenendo la voglia di guardare avanti, di immaginare un futuro, di uscire da schemi ripetitivi e inconcludenti. I periodi di crisi e di cambiamento – ce lo insegna la storia – sono tempi difficili, ma possono essere anche tempi fecondi per preparare una realtà nuova. Occorre avere il cuore aperto alla novità del Vangelo. Occorre avere occhi per vedere ciò che sta per nascere, come dice il Signore nel libro di Isaia: «Ecco, io faccio una cosa nuova: proprio ora germoglia, non ve ne accorgete?» (Isaia 43,19). Occorre avere il coraggio della vera prudenza cristiana che sa intuire strade nuove. Solo se usciamo da una prudenza di comodo l’annuncio cristiano verrà forgiato da quella vivezza che risponde ai bisogni e alle esigenze degli uomini e delle donne di oggi.

Chiediamo al Signore in questa celebrazione per noi e per le nostre comunità questo coraggio insieme alla forza e alla speranza per vivere questo tempo non facile.

+ vescovo Carlo