“Questa vedova ha dato tutta la sua vita!”

martedì 6 novembre 2018

1Re 17,10-16; Eb 9,24-28; Mc 12,38-44

Un capitolo, il dodicesimo di Marco, che è tutto un cammino: dalla parabola della vigna affidataci alla separazione tra quello che appartiene al mondo e quello che è di Dio, dalla conferma che il vincolo nuziale è più forte della morte all’incontro con lo scriba sapiente sul cuore dei comandamenti, fino all’incontro nuovo e straordinario con Dio in Gesù: tutto porta al mistero di Gesù.
Oggi, in questo brano, Gesù si mostra particolarmente severo e critico verso gli atteggiamenti e le scelte degli scribi, piegati alle logiche del mondo e del potere, incapaci di riconoscere e affidarsi ad un Dio d’amore ed alla sua economia del dono e della comunione. La descrizione della condotta degli scribi è impietosa: vesti e saluti, primi seggi nelle sinagoghe e nei pranzi, fino al dominio sulle persone e – peggio – sui più deboli (“Divorano le case delle vedove”): una vita teatrale sotto i riflettori della pubblicità. L’opposto del Dio di Gesù e del suo abbassamento fino all’obbedienza della Croce. Farsi grandi appartiene all’idolatria. Il Padre di Gesù si comunica nella piccolezza e la sua potenza è quella dell’amore, mostrata con il doppio comandamento.
Ora l’incontro con la vedova povera, una figura che raccoglie tutti gli incontri di Gesù in questo capitolo e li unisce in un’unica grande luce. Lei stessa diventa una stupenda immagine della Chiesa Sposa che tutta si dona a Cristo Sposo.
Tanta gente ricca lancia manciate di monete nel tesoro del Tempio. Eppure è questa vedova, secondo il calcolo di Gesù, a donare più di tutti gli altri perché non attinge al sovrappiù, ma alla miseria del “tutto quanto aveva per vivere”, che sta per “tutta la sua vita”. È questo il frutto che Dio aspetta dalla sua vigna, che è la Chiesa. Che sentimenti avere, anche in questi tempi, per essa?
Il Santo Papa Paolo VI alla Chiesa aveva consacrato tutta la sua vita amandola di amore appassionato. Nel pensiero alla morte parla della Chiesa. “Potrei dire che sempre l’ho amata… e che per essa, non per altro, mi pare d’aver vissuto. Ma vorrei che la Chiesa lo sapesse… Vorrei comprenderla tutta, nella sua storia, nel suo disegno divino, nel suo destino finale, nella sua umana e imperfetta consistenza, nelle sue sciagure e nelle sue sofferenze, nelle debolezze e nelle miserie di tanti suoi figli, nei suoi aspetti meno simpatici, e nel suo sforzo perenne di fedeltà, di amore, di perfezione e di carità. Vorrei abbracciarla, salutarla, amarla, in ogni essere che la compone, in ogni Vescovo e sacerdote che la assiste e la guida, in ogni anima che la vive e la illustra; benedirla”. E le ultime parole di Paolo VI sono ancora per lei, come alla sposa di tutta la vita: “Le benedizioni di Dio siano sopra di te; abbi coscienza della tua natura e della tua missione; abbi il senso dei bisogni veri e profondi dell’umanità; e cammina povera, cioè libera, forte ed amorosa verso Cristo”. Quest’ultima visione della Chiesa “povera e libera”, richiama proprio la figura evangelica della vedova.

Angelo Sceppacerca