Ricerca della verità, libertà e religione

giovedì 20 dicembre 2018

Il pomeriggio di mercoledì 19 dicembre 2018 l’arcivescovo Carlo ha incontrato presso la sala “Cocolin” del liceo “Paolino d’Aquileia” le autorità civili e militari del territorio dell’Arcidiocesi per il tradizionale scambio degli auguri natalizi.

Pubblichiamo di seguito il suo intervento.

1. La ricerca della verità

Qualche giorno fa ho letto una notizia che mi ha incuriosito. Si tratta di quanto definitivamente stabilito, sulla base della documentazione raccolta dalla procura di Torino, circa la falsità del cosiddetto Papiro di Artemidoro. Un manufatto imponente, lungo circa 2 metri e mezzo e alto più di 30 centimetri acquistato dalla Compagnia di San Paolo di Torino nel 2004 per 2 milioni e 750 mila euro. Secondo le ricerche e le verifiche fatte da quella procura si sarebbe dimostrato – purtroppo per chi ha speso tutti quei soldi… che si tratta di un falso ottocentesco e non di un papiro autentico della fine del I secolo a.C. attribuito al geografo Artemidoro di Efeso. C’è un aspetto che ha attirato la mia attenzione: la questione non ha alcun effetto né giuridico, né patrimoniale, perché il procedimento è stato archiviato per avvenuta prescrizione, ma ha rilievo solo dal punto di vista della verità (anche se il dibattito tra studiosi sembra continuare).

La verità, quindi, più importante della giustizia. Ciò spesso emerge anche nei fatti di cronaca in particolare quelli tragici: in presenza di un omicidio, di un attentato, di un incidente o di qualcosa di simile, i familiari, più che la giustizia o la punizione dei colpevoli, cercano la verità, vogliono sapere che cosa è successo per davvero. Al di là della cronaca anche gli studi storici e, prima ancora, per i fatti più recenti, le inchieste giornalistiche hanno come motivazione ultima sempre la ricerca della verità. Tornando all’ambito giudiziario, colpisce che in una cultura vicina, ma insieme diversa dalla nostra, come quella anglo-sassone sia più grave aver mentito (e quindi aver fatto affermazioni non vere) circa un fatto che averlo commesso, come ci hanno insegnato in questi anni vicende relative persino a cariche altissime come quella del presidente degli Stati Uniti. La verità anzitutto.

 

La verità: perché è così importante? Perché la si cerca? A volte è funzionale ad altri interessi o ad altri scopi anche di natura oggettiva, ma a volte no: la si cerca per se stessa. Ma che cos’è la verità? Questa è la domanda che Pilato rivolge a Gesù nel drammatico dialogo riportato nel Vangelo di Giovanni (cf. Giovanni 18,28-19,11). Ma, stando al racconto evangelico della passione, Pilato non aspetta la risposta: appena formulata la domanda abbandona Gesù all’interno del pretorio e se ne esce sul terrazzo per dialogare con il popolo e proporre l’alternativa tra Gesù e Barabba. Al funzionario romano non interessa la verità, ma risolvere al più presto e nei migliori dei modi quella questione che rischiava di compromettere la sua reputazione presso Cesare.Infatti i capi della folla con furbizia gli urlano: «Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si mette contro Cesare» (Giovanni 19,12).

 

Quante volte gli uomini tentano di mettere da parte la questione della verità, per interesse, per paura, a volte per presunte motivazioni superiori (per esempio la “ragion di stato”), più spesso per superficialità. Ma la questione della verità ritorna, sia a livello comunicativo e di conoscenza (pensiamo a tutto il dibattito attuale sulle fakes news), sia a livello più profondo. Perché alla fine la domanda sulla verità è la questione dell’essere, del senso profondo dell’esistere e non semplicemente della corrispondenza alla realtà di un fatto o di una notizia. A questo livello emerge la pretesa di assolutezza della verità.

2. La verità e la libertà

Sorge a questo punto la domanda: la verità assoluta è anche evidente? Se lo fosse, si imporrebbe a tutti. Si potrebbe solo tentare di sfuggirle, ma alla fine non ci si potrebbe sottrarre da essa. Ci sarebbe, però, ancora spazio per la libertà? La libertà è fondamentale per essere persone, esseri umani. La differenza profonda tra noi e le cose, gli altri esseri viventi e persino gli animali più evoluti è dovuta non solo al fatto che siamo esseripensanti e sappiamo di esserlo (possediamo l’autocoscienza), ma che possiamo decidere di noi e non siamo obbligati a scegliere il bene, il vero, il bello. Non siamo obbligati neppure ad amare, perché possiamo scegliere di odiare. D’altronde se non fossimo liberi non potremmo neppure amare, se per amore intendiamo il dono consapevole di noi stessi all’altro che appunto presuppone una decisione. E, senza libertà, non avremmo neppure alcun interesse per la verità, perché questa sarebbe solo un mero dato di fatto che si impone, volenti o nolenti, e non una realtà che interpella la nostra vita e il suo significato e chiede da parte nostra una presa di posizione. Esiste quindi una dinamica, una tensione tra la verità come assoluta, ma insieme non evidente, e la libertà che può decidere o no di cercarla e soprattutto di accoglierla o rifiutarla.

 

3. Verità, libertà e religione

Possiamo ora fare un altro passaggio nel nostro ragionamento, evidenziando il collegamento profondo tra verità e religione. La religione ha infatti come primo scopo quello di comunicare la verità su noi stessi, sull’umanità, sul mondo. La religione, ogni religione, ha quindi una pretesa di assolutezza, appunto perché ritiene non solo di essere vera, ma di portare in sé la verità. Di fronte alla religione c’è spazio per la libertà o l’unica alternativa è aderirvi? Ma se si è liberi di fronte alla verità in generale, si dovrebbe essere altrettanto liberi di fronte alla religione in quanto portatrice di verità. Ma allora perché spesso l’adesione a una religione è stata imposta con la forza? E magari con un impegno attivo di chi detiene il potere nella società?

Lasciamo per un attimo sospese queste domande e fermiamoci sull’assolutezza insita nel concetto stesso di religione. La questione diventa complicata per il fatto che nel mondo non c’è un’unica religione, ma ce ne sono molte e tutte, o quasi, con la pretesa di essere assolute. Ora anche ammesso che rinuncino alla volontà di imporsi, si aprono però ulteriori problemi, quali: la singola persona come fa a sapere qual è la religione vera a cui eventualmente aderire? e a livello di organizzazioni religiose, su quali basi è possibile un dialogo, se il presupposto è che tutte ritengono di avere ragione? A livello personale in concreto nella maggior parte dei casi, salvo scelte per un ateismo di principio (o anche di fatto) o per un soggettivismo religioso dove ciascuno si costruisce un proprio credo (una religione “fai-da-te”), ciascuno resta di fatto nella religione della organizzazione sociale cui appartiene, in particolare se si tratta di una religione che si presenta come rivelata o che comunque ha un livello di pensiero e di struttura molto elevati (è un dato che, per esempio, le conversioni al cristianesimo sono frequenti da parte di chi pratica religioni tradizionali, di tipo animistico, ma non da parte di chi appartiene a religioni più strutturate come l’islam o le religioni orientali). Sul piano poi dei rapporti tra le diverse religioni, il dialogo sembra possibile solo se fa riferimento a valori umani di carattere universale (pace, giustizia, ecologia, ecc.), in qualche modo condivisibili a partire da punti di vista diversi, e non se si sposta su questioni teologiche o di principio.

 

4. Verità, libertà, religione e ruolo dello Stato

Ho accennato al ruolo dello Stato, di chi ha potere nella società nei confronti della religione. Ma qual è in generale il rapporto tra organizzazione statale e religione? Prima dell’epoca moderna questa relazione era intesa in senso molto stretto. Il presupposto era che tutti fossero comunque uomini religiosi: non era concepibile l’ateismo. Il rapporto tra stato e religione era quindi ovvio e si esplicitava in due ambiti: la caratterizzazione divina dell’autorità (il re come scelto da Dio, come figlio della divinità, se non talvolta lui stesso parte del divino) e l’essere la religione elemento fondamentale dell’identità nazionale (il popolo si identificava con la sua divinità: è significativo che in caso di vittoria in guerra si ritenesse che avesse vinto anche la propria divinità, che quindi veniva imposta con la forza agli sconfitti). Solo a partire dall’epoca moderna, almeno in ambito occidentale, il riferimento obbligatorio a Dio si allenta: l’autorità trova in se stessa la propria legittimità (negli stati assoluti) o la ricava dalla sovranità popolare e spesso la nazione non si riconosce più in una sola religione, né la vede come un elemento essenziale per la propria identità, riconoscendo come legittima al suo interno la presenza di più religioni e di più filosofie e anche dell’ateismo.

 

5. Il rapporto tra verità, libertà, religione e Stato nell’evoluzione del cristianesimo

Tralasciando di affrontare il rapporto tra verità, libertà, religione e Stato in ambiti culturali e sociali diversi del nostro, penso sia utile, senza alcuna pretesa di completezza e di approfondimento, accennare per sommi capi all’evoluzione di questo rapporto in riferimento al cristianesimo e alla realtà europea, dai primi secoli sino ai nostri giorni.

a. I primi secoli

Come è noto, i primi secoli del cristianesimo furono caratterizzati da un contrasto tra l’impero romano (e la società romana in genere) e la nuova religione, contrasto che porterà a persecuzioni, limitazioni delle libertà, contrapposizione ideologica. I cristiani erano accusati di empietà perché si rifiutavano di compiere i sacrifici, obbligatori per legge, agli dei della religione romana ufficiale o persino di “ateismo”, dal momento che rinnegavano ogni divinità tradizionale. I cristiani, da parte loro, volevano invece essere cittadini corretti e rispettosi dell’autorità, ma senza riconoscere a questa alcun valore assoluto, consapevoli di quella distinzione tra Dio e Cesare introdotta dal famoso detto di Gesù circa la moneta del tributo a Cesare. Vi leggo a questo proposito due passi, uno di Giustino, filosofo convertito al cristianesimodella metà del secondo secolo, indirizzato all’imperatore del tempo, e un altro del quasi contemporaneo Teofilo di Antiochia.

«Dappertutto noi cerchiamo di pagare, primi di tutti, i tributi e le imposte a coloro che hanno il compito di riscuoterli, come siamo stati istruiti da Lui. Infatti, a quel tempo alcuni andarono da Lui per chiedergli se si dovessero pagare i tributi a Cesare. Ed egli rispose: “Ditemi, di chi è l’immagine impressa sulla moneta?”. “Di Cesare”, dissero quelli (Mt 22, 20). E di nuovo rispose loro: “Date dunque a Cesare quel che è di Cesare e a Dio quel che è di Dio”. Perciò noi adoriamo solo Dio, ma per il resto vi serviamo con gioia, riconoscendovi imperatore e autorità sugli uomini e preghiamo perché si trovi in voi, oltre alla potenza regale, anche un saggio discernimento» (Giustino, Apologia, I, 17).

«Perciò io onorerò l’imperatore in misura maggiore, se non lo adorerò, ma pregherò per lui. Adoro invece come Dio il Dio reale e vero, sapendo che l’imperatore è sotto di lui. Tu mi dirai perciò: “Perché non adori l’imperatore? Perché questi non è fatto per essere adorato, ma per essere onorato col rispetto conveniente. Non è un dio, ma un uomo stabilito da Dio non per essere adorato, bensì per prendere giuste decisioni. In un certo modo ha ricevuto da Dio quest’incarico» (Teofilo d’Antiochia, Ad Autolico, I, 11).

Con il cosiddetto editto di Milano (313), a opera dei due augusti dell’impero romano, Costantino e Licinio, la religione cristiana diventa legittima e libera. Inizia però da quel momento un crescente interventismo da parte dell’autorità imperiale negli affari della Chiesa, a volte richiesto dalle diverse fazioni presenti nella comunità cristiana, soprattutto nelle controversie ereticali: il cosiddetto cesaropapismo. E’ significativo che lo stesso Concilio di Nicea, in cui viene formulata la prima redazione del “credo” che recitiamo ogni domenica, sia stato convocato e presieduto nel 325 dall’imperatore Costantino, che si considerava quasi un super-vescovo. Con l’editto di Tessalonica del 380, emanato dall’imperatore Teodosio, si assiste a un’ulteriore evoluzione: il cristianesimo diventa religione di stato e a quel punto saranno i pagani e gli eretici a essere osteggiati e persino perseguitati, con un più o meno convinto consenso da parte dell’autorità ecclesiastica.

 

b. La controversia circa la statua della Vittoria

All’interno di quegli anni si svolse un’interessante controversia circa la statua della Vittoria presente nel senato romano fin dall’epoca dell’imperatore Ottaviano Augusto. Una controversia che qualcuno ha messo in parallelo con l’odierna questione del crocifisso nelle aule e negli edifici pubblici. Protagonisti della controversia furono due romani di grande cultura, di famiglie senatoriali imparentate tra loro, Simmaco, senatore pagano, grande oratore e letterato, e Ambrogio, vescovo di Milano. La vicenda si trascinò con estromissioni e ricollocazioni della Vittoriadal 357, prima rimozione della statua dal senato, fino al 402, con la distruzione definitiva della statua e dell’altare corrispondente: quasi 50 anni…. Simmaco sosteneva la necessità di mantenere la statua non anzitutto per motivi religiosi, ma perché parte della “tradizione” romana (Simmaco era molto attaccato alle tradizioni anche non religiose) e comunque espressione di una religione che aveva portato fortuna a Roma. Nella sua perorazione a difesa della statua, l’abile oratore fa parlare, con un artificio letterario, la città di Roma:

«ottimi principi, padri della patria, abbiate rispetto per la mia età, che ho raggiunto grazie all’osservanza dei riti! Che io possa celebrare le cerimonie avite; infatti non ho ragione di pentirmene, che io possa vivere secondo il mio costume, perché sono libera. Fu questo culto a sottomettere il mondo alle mie leggi, questi riti a respingere Annibale dalle mie mura, i Senoni dal Campidoglio. A questo dunque ero riservata, a sentirmi rimproverare da vecchia?».

Ambrogio sta al gioco e fa parlare lui pure una Romapersonificata:

«perché ogni giorno mi insanguinate col vano macello di bestie innocenti? Non nelle viscere degli animali, ma nelle forze dei guerrieri stanno i trofei della vittoria […] Non arrossisco a quest’età di convertirmi con tutto il mondo. È proprio vero che non è mai troppo tardi per imparare. Arrossisca quella vecchiaia che non sa correggersi».

Simmaco, in modo molto intelligente, non si contrappone nel suo argomentare direttamente alla religione cristiana, sapendo di avere deboli argomenti teologici per difendere le divinità tradizionali, ma si appella alla richiesta del rispetto per le diverse vie per raggiungere la verità:

«È giusto considerare ciò: che tutti adorano una cosa sola. Contempliamo le stesse stelle, abbiamo il cielo in comune, siamo parte di uno stesso universo: che importa con quale filosofia ciascuno cerchi la verità? Non si può giungere per una sola via a un mistero così grande».

Ambrogio rifiuta queste considerazioni appellandosi al Dio vero,cioè

«il Dio dei cristiani, dal quale è retta ogni cosa. Lui infatti è il solo vero Dio, da venerare nell’intimo della coscienza. Perché “gli dei dei pagani sono demoni” (Salmo  95, 5), come dice la Scrittura».

Da questi passi sembra che Simmaco fosse il tollerante e Ambrogio il vescovo intollerante. In realtà Simmaco ragionava da romano, per il quale la religione tradizionale, che poteva anche essere non creduta e persino criticata (lo aveva fatto anche Cicerone), identificava necessariamente il cittadino e come tale era obbligatoria. Poi uno poteva credere quel che voleva – e la società romana nei secoli dell’impero aveva assimilato quasi senza problema anche i più strani culti stranieri , purché venerasse comunque esteriormente gli dei ufficiali. Cosa rifiutata fin dall’inizio dai cristiani: da qui le persecuzioni. Potremmo domandarci: una religione tradizionale e identitaria, forse sovranista quella di Simmaco? Sta di fatto che sarà Ambrogio a vincere, non solo portando motivazioni contro l’impostazione di Simmaco, ma alla fine appellandosi alle convinzioni di fede dell’imperatore cristiano Valentiniano, precisando, a ogni buon conto, che «l’imperatore è dentro la Chiesa, non sopra la Chiesa». Un imperatore, quindi, che in quanto bravo cristiano non poteva che dare ragione al vescovo Ambrogio.

 

c. L’affermarsi della “societas christiana

A partire dal IV secolo e fino alla crisi protestante, si dà quindiuna sovrapposizione tra Chiesa e Stato (anche se questo incarnato in più realtà sovrane): la cosiddetta “societas christiana”. Il sovrano è dentro ed è parte di questa realtà e ha un preciso compito in essa, che comunque non deve travalicare ingerendosi negli affari interni della Chiesa. A sua volta l’autorità ecclesiale, in particolare il papa, non deve immischiarsi negli affari secolari. Questa impostazione è stata affermata con molta chiarezza nella lettera 12 di papa Gelasio all’imperatore Anastasio nel 494, di cui vi leggo il passo principale:

 

«Vi sono due principii, augusto imperatore, dai quali questo mondo è governato: l’autorità consacrata dei pontefici e il potere regio. Tra questi due tanto più gravoso è il compito dei vescovi in quanto devono rendere conto davanti al giudizio divino anche per gli stessi re [degli uomini). Tu sai infatti, clementissimo figlio, che ti è data la facoltà di governare con la tua autorità il genere umano, ma devi piegare il capo tuttavia con devozione a coloro che hanno la responsabilità nelle cose divine e devi aspettarti da loro i beni della tua salvezza; sai inoltre che devi sottometterti, secondo il canone della religione, piuttosto che presiedere, quando si tratta di ricevere i sacramenti divini e dispensarli come si conviene: perciò in questo modo dipendi dal loro giudizio e non puoi volere che essi si pieghino alla tua volontà. Se infatti, per quanto riguarda le regole dell’ordine pubblico, le autorità religiose riconoscendo che il governo ti è stato conferito per volontà divina, obbediscono essi stessi alle tue leggi, perché non sembri che si oppongano alle tue decisioni irrevocabili, almeno, per quel che riguarda le cose del mondo, con quale disposizione bisogna che tu obbedisca, io ti chiedo, a coloro che sono incaricati di distribuire i venerabili misteri? Perciò, come incombe sui pontefici una minaccia non leggera per aver taciuto quello che invece dovevano dire per il culto divino, cosi non è piccolo il pericolo per coloro chenon avvenga mai quando dovrebbero obbedire disprezzano l’ordine».

Tutto il medioevo vedrà con alterne vicende il rispetto o la violazione di questi principi da ambo le parti.

 

d. La crisi protestante, le guerre di religione e la laicità dello Stato

Con l’avvento del protestantesimo, la societas christiana si spacca: la contrapposizione tra Chiesa cattolica e Riforma diventa da subito questione non solo ecclesiale, ma politica. C’è un intreccio tra la questione protestante e la nascita degli stati nazionali a spese dell’unità dell’impero, stati che utilizzano la problematica religiosa per propri interessi e lotte di potere. Da qui prendono avvio anni di guerra che avranno una prima conclusionecon la pace di Augusta del 1555 che stabilì il famoso principio: «cuius regio, eius et religio» (“Di chi è la regione, di lui si segua la religione”). Ma il conflitto tra le nazioni europee anche per motivi religiosi riprese dopo qualche decennio con la terribile guerra dei trent’anni (1618-1648), che dilaniò l’Europa provocando 12 milioni di morti. La conclusione fu la pace di Vestfalia, che riconfermò in generale il principio di Augusta attenuandolo però con elementi di tolleranza e di rispetto delle minoranze religiose, ma anche in parte capovolgendo con lo stabilire che nel caso di conversione di un principe a un’altra religione egli perdesse la sovranità sul proprio territorio.

 

In quei decenni nasce e si afferma progressivamente l’idea della laicità dello Stato, spesso parallela all’idea non più biblica, ma generica e universale di Dio (si veda la riflessione di diversi filosofi, in particolare di Spinoza). La rivoluzione francese porterà all’attuazione questi principi, sviluppando però una propria religiosità sostitutiva di quella cristiana, con la conseguente persecuzione di quest’ultima. Tutto il secolo XIX e l’inizio del secolo XX vedrà convivere tentativi di restaurazione dell’idea di societas christiana, comunque strumentale all’identità e alla coesione sociale dello stato (vedi l’impero austriaco), con l’affermazione sempre più forte della laicità degli stati, a volte portata all’estremo come nella Francia di inizio del secolo XX.Una versione più attenuata del principio della laicità fu realizzata dalla concezione liberale dello Stato, definita in Italia dal noto assioma caro a Cavour “libera Chiesa in libero Stato”. In realtà tale principio si traduceva non in separazione tra i due soggetti (perché la Chiesa era comunque “dentro lo Stato), ma in ingerenza dello Stato in termini laicisti e giurisdizionali nella sfera ecclesiale, come precisa con chiarezza un articolo del quotidiano “Il diritto” del 1854, di cui vi cito un passo:

«All’incontro, la conseguenza che deriva immediata e necessaria dal principio della separazione, si è la piena libertà di coscienza e di culto, e l’eguaglianza religiosa di tutti i cittadini, senza distinzione alcuna di credenze, davanti alla legge. Ora questa libertà e questa eguaglianza implicano pure i seguenti corollari:

che non vi sia più religione alcuna di Stato;

che il clero non debba più essere una casta, né godere di nessuno privilegio di sorta;

che i beni delle chiese passino tutti nelle mani della nazione;

che la legge civile non riconosca o sanzioni più nessun voto religioso;

che sia interdetta ai giovani la carriera ecclesiastica, finché non abbiano terminato il loro servizio militare;

che vengano, per conseguente, soppressi tutti i seminaried i conventi;

e che i preti e i vescovi siano eletti dal popolo, e mantenuti a spese private dei fedeli che li vorranno».

 

6. La visione cattolica circa il rapporto tra verità, libertà, religione e Stato

a. Prima del Concilio Vaticano II

Non mi soffermo ora sulle ideologie comuniste, fasciste e naziste, affermatesi a partire dai primi decenni del XX secolo e sul loro modo di interpretare il rapporto con la religione, da eliminare o comunque da mettere al proprio servizio, perché ritengo utile aquesto punto interrogarsi su come la Chiesa cattolica ha considerato in questi ultimi secoli, fino al Concilio Vaticano II, la problematica della ricerca della verità, della libertà religiosa e del rapporto con lo Stato.

 

Circa la verità e la libertà religiosa l’impostazione giunta fino agli anni del Concilio era molto chiara: contro ogni relativismo veniva affermato che la verità è la fede cattolica e si traeva come conseguenza che solo chi professa la verità – appunto la fede cattolica ha diritto alla piena libertà, mentre chi aderisce adottrine errate poteva solo essere oggetto di tolleranza.

 

Quanto poi al rapporto con lo Stato, da una parte si rivendicava la pari dignità della Chiesa rispetto allo Stato, in quanto si affermava il suo essere societas perfecta, cioè un società che ha in sé i propri fini e i mezzi per realizzarli al pari dello Stato, dall’altra si ribadiva la superiorità della Chiesa rispetto allo Stato, in quanto il fine ecclesiale è certamente superiore a quello statale. Da qui la riserva all’autorità ecclesiastica, in riferimento al suddetto fine, di poter anche intervenire in ambiti di competenza statale, per esempio in difesa dei principi morali.

 

Per la concezione cattolica, poi, lo Stato ideale era quello che assumeva esplicitamente come propria la religione cattolica, intesa come “religione di stato”, riservando a essa quindi una particolare attenzione e determinati privilegi e considerando le altre religioni solo come tollerate. Una realizzazione di questa impostazione, almeno a livello ideale, è intervenuta in Italia con i Patti Lateranensi, sottoscritti nel 1929. Nell’art. 1 del Trattato si afferma infatti: «L’Italia riconosce e riafferma il principio consacrato nell’articolo 1° dello Statuto del Regno 4 marzo 1848, pel quale la religione cattolica, apostolica e romana è la sola religione dello Stato». E contemporaneamente agli accordi del Laterano venne promulgata in Italia la legge che regola i rapporti con le altre confessioni religiose, tuttora vigente per le religionicon cui la Repubblica italiana non ha stipulato un’intesa, denominata significativamente: Legge sui culti ammessi (legge 4 giugno 1929, n. 1159) L’art. 1 di essa stabilisce: «Sono ammessi nello Stato culti diversi dalla religione cattolica apostolica e romana, purché non professino principi e non seguano riti contrari all’ordine pubblico o al buon costume. L’esercizio, anche pubblico di tali culti è libero». Annoto a margine che uno dei motivi che probabilmente spiegano la scarsa reazione della Chiesa cattolica di fronte alle leggi razziali, sia stata anche l’idea che la religione ebraica non fosse vera, ma solo tollerata, appunto ammessa, e quindi non meritevole di piena tutela come quella cattolica e anzi in qualche modo limitabile da parte dello Stato per veri o asseriti motivi di ordine pubblico o simili.

 

b. La rivoluzione del Concilio Vaticano II

Con il Concilio Vaticano II si ha in ambito ecclesiale una vera rivoluzione. Il documento conciliare sulla libertà religiosa è stato quello che ha avuto più volti contrari (sempre comunque in numero limitato) ed è tuttora contestato dai lefevbriani e da frange della Chiesa cattolica contrari al Concilio e a papa Francesco. La rivoluzione portata dal decreto Dignitatis humanae è consistita nel cambiare il principio che sta alla base della libertà religiosa: non più la professione della verità (nel caso, identificata con la Chiesa cattolica), ma la dignità della persona umana. Una persona che ha il dovere di cercare la verità (contro ogni relativismo e indifferentismo e il Concilio riafferma la convinzione che la vera religione sussista nella Chiesa cattolica), ma ha contemporaneamente il diritto di cercala e di professarla dentro la propria religione. Lo Stato, quindi, deve garantire questa libertà a tutti, come singoli, come famiglie, come organizzazioni. Una libertà duplice: non imporre una religione e non impedire l’esercizio di essa.

Leggo alcuni passi di questo fondamentale documento.

Anzitutto circa la dignità della persona come fondamento della libertà, che sussiste anche quando viene meno l’impegno morale a cercare la verità:

«Nell’età contemporanea gli esseri umani divengono sempre più consapevoli della propria dignità di persone e cresce il numero di coloro che esigono di agire di loro iniziativa, esercitando la propria responsabile libertà, mossi dalla coscienza del dovere e non pressati da misure coercitive. […] Questa esigenza di libertà nella convivenza umana riguarda soprattutto i valori dello spirito, e in primo luogo il libero esercizio della religione nella società. […] E tutti gli esseri umani sono tenuti a cercare la verità, specialmente in ciò che concerne Dio e la sua Chiesa, e sono tenuti ad aderire alla verità man mano che la conoscono e a rimanerle fedeli. Il sacro Concilio professa pure che questi doveri attingono e vincolano la coscienza degli uomini, e che la verità non si impone che per la forza della verità stessa, la quale si diffonde nelle menti soavemente e insieme con vigore» (n. 1).

«Il diritto alla libertà religiosa non si fonda quindi su una disposizione soggettiva della persona, ma sulla sua stessa natura. Per cui il diritto ad una tale immunità perdura anche in coloro che non soddisfano l’obbligo di cercare la verità e di aderire ad essa, e il suo esercizio, qualora sia rispettato l’ordine pubblico informato a giustizia, non può essere impedito» (n. 2).

 

Circa poi il contenuto della libertà religiosa:

«Questo Concilio Vaticano dichiara che la persona umana ha il diritto alla libertà religiosa. Il contenuto di una tale libertà è che gli esseri umani devono essere immuni dalla coercizione da parte dei singoli individui, di gruppi sociali e di qualsivoglia potere umano, così che in materia religiosa nessuno sia forzato ad agire contro la sua coscienza né sia impedito, entro debiti limiti, di agire in conformità ad essa: privatamente o pubblicamente, in forma individuale o associata. Inoltre dichiara che il diritto alla libertà religiosa si fonda realmente sulla stessa dignità della persona umana quale l’hanno fatta conoscere la parola di Dio rivelata e la stessa ragione. Questo diritto della persona umana alla libertà religiosa deve essere riconosciuto e sancito come diritto civile nell’ordinamento giuridico della società» (n. 2).

Il Concilio afferma poi che la libertà religiosa per i gruppi religiosi deve avere precise conseguenze:  

«A tali gruppi, pertanto, posto che le giuste esigenze dell’ordine pubblico non siano violate, deve essere riconosciuto il diritto di essere immuni da ogni misura coercitiva nel reggersi secondo norme proprie, nel prestare alla suprema divinità il culto pubblico, nell’aiutare i propri membri ad esercitare la vita religiosa, nel sostenerli con il proprio insegnamento e nel promuovere quelle istituzioni nelle quali i loro membri cooperino gli uni con gli altri ad informare la vita secondo i principi della propria religione.

Parimenti ai gruppi religiosi compete il diritto di non essere impediti con leggi o con atti amministrativi del potere civile di scegliere, educare, nominare e trasferire i propri ministri, di comunicare con le autorità e con le comunità religiose che vivono in altre regioni della terra, di costruire edifici religiosi, di acquistare e di godere di beni adeguati» (n. 4).

 

Un ultimo passo utile da citare riguarda il fatto che anche il diritto alla libertà religiosa deve essere regolamentato da norme:

«Il diritto alla libertà in materia religiosa viene esercitato nella società umana; di conseguenza il suo esercizio è regolato da alcune norme.

Nell’esercizio di ogni libertà si deve osservare il principio morale della responsabilità personale e sociale […]. Inoltre, poiché la società civile ha il diritto di proteggersi contro i disordini che si possono verificare sotto pretesto della libertà religiosa, spetta soprattutto al potere civile prestare una tale protezione; ciò però va compiuto non in modo arbitrario o favorendo iniquamente una delle parti, ma secondo norme giuridiche, conformi all’ordine morale obiettivo: norme giuridiche postulate dall’efficace difesa dei diritti e dalla loro pacifica armonizzazione a vantaggio di tutti i cittadini, da una sufficiente tutela di quella autentica pace pubblica che consiste in una vita vissuta in comune sulla base di una onesta giustizia, nonché dalla debita custodia della pubblica moralità. [..] Per il resto nella società va rispettata la norma secondo la quale agli esseri umani va riconosciuta la libertà più ampia possibile, e la loro libertà non deve essere limitata, se non quando e in quanto è necessario» (n. 7).

 

A proposito del Concilio Vaticano II, sarebbero da ricordare anche i principi espressi in esso circa il rapporto tra Chiesa e comunità politica, in particolare nella costituzione conciliare Gaudium et spes dedicata alla Chiesa nel mondo contemporaneo. E meriterebbe poi far vedere come ci sia un’interessante consonanza tra la visione conciliare e quella espressa dalla costituzione italiana, consonanza che costituisce il fondamento del concordato del 1984 attualmente vigente in Italia.

 

7. Osservazioni conclusive

Vorrei invece terminare con alcune osservazioni sintetiche e con qualche accenno a questioni pratiche odierne.

 

Una prima conclusione è in realtà una costatazione: proprio gli accenni che si sono fatti alla storia dicono che la problematica affrontata stasera circa la verità, la libertà e la religione è tutt’altro che semplice e risolta una volta per tutte, accompagnando da sempre la vicenda del cristianesimo e, per certi aspetti, quella dell’intera umanità.

 

Una seconda considerazione vuole sottolineare l’importanza della ricerca della verità che va garantita a tutti nella libertà, una libertà che merita tutela perché fondata sulla dignità di ogni persona. Una tutela che anche l’ordinamento statale deve garantire anche in riferimento al concreto esercizio della religione professata da individui e da gruppi, senza alcuna discriminazione, anzi sapendo che la Repubblica si è impegnata con l’art. 3 della costituzione a rimuovere gli ostacoli che impediscono l’esercizio della libertà e dei diritti fondamentali dell’uomo cui la costituzione fa riferimento nell’art. 2. Non si comprende quindi le difficoltà mosse a certe comunità religiose circa la possibilità di esercitare la loro fede, a certe condizioni, anche in propri edifici di culto.

 

Una terza considerazione riguarda la laicità dello Stato che, rettamente intesa, non può essere né contrapposizione néindifferenza verso il fenomeno religioso, ma neppure può consistere in una sua strumentalizzazione. Occorre invece garantire ai cittadini di poter esercitare in pienezza la loro religione, di poter contribuire al bene comune a partire dalle proprie convinzioni ideali, di non essere discriminati. Le manifestazioni di natura religiosa in ambito pubblico di una determinata religione non devono essere intese come fossero un’offesa o quasi ad altre religioni, ma devono tenere conto anche del rispetto della libertà e delle sensibilità altrui e mai essere usatecontro o a dispetto di qualcuno. Dal momento che la religione non è qualcosa di astratto ma si incarna in una cultura e ne diventa anche parte del suo patrimonio, è corretto che possa trovare anche una valorizzazione, da parte della società e dello Stato, dal punto di vista culturale e sociale. Sempre però avendo la consapevolezza che i valori, i riti, i simboli religiosi sono molto di più di una realtà culturale, artistica, sociale o storica. E avendo attenzione al fatto che la religione – anche quella professata dalla maggioranza dei cittadini – non cerchi nello Stato una tutela che non le spetta e che lo Stato, a sua volta, non strumentalizzi la religione ad altri scopi, elargendo favori o protezioni non richiesti.

 

Ricerca della verità, libertà e religione: si tratta di realtà fondamentali per la persona e per la società. Sono argomenti che meritano, quindi, molta attenzione e una considerazione certamente molto più approfondita di quella di stasera. Ma l’intento era solo quello di offrire alcuni spunti per ulteriori riflessioni e confronti, oltre che essere questo incontro occasione per uno scambio di auguri in vista del prossimo Natale. Del resto, stando ai racconti evangelici, lo stesso avvenimento di Betlemme non è poi così estraneo al tema che si è cercato di sviluppare… Auguri.

+ Carlo Roberto Maria Redaelli – arcivescovo