Riprendere il cammino sulle orme della Chiesa degli Atti

sabato 30 maggio 2020

Sabato 30 maggio 2020 l’arcivescovo Carlo ha presieduto la messa crismale nella basilica di Aquileia concelebrata dai sacerdoti della diocesi. Pubblichiamo di seguito la sua omelia.

Ascoltando le parole della prima lettura, riprese da Gesù a Nazaret, parole che si presentano come Vangelo, come “lieto annuncio”, scatta spontaneo in tutti noi quasi un riflesso condizionato che ci porta a collocarci dalla parte del profeta, dalla parte di Gesù, dalla parte cioè di coloro che portano l’annuncio della salvezza ai miseri, a chi ha il cuore spezzato, agli schiavi, ai prigionieri. Ci sentiamo, quindi, «sacerdoti del Signore e ministri del nostro Dio» pienamente investiti del compito di testimoni e di annunciatori. Già nell’omelia della Messa crismale dello scorso anno, avevo però insistito sul fatto che anche noi siamo poveri, prigionieri, ciechi e oppressi e che quindi noi non siamo in primo luogo gli annunciatori della salvezza, ma i destinatari di questa buona notizia. 

Oggi, in particolare, non dovrebbe essere difficile sentirsi così. La grave situazione dell’epidemia che ha coinvolto tutto il mondo, compresa la nostra regione, anche se in forme meno gravi che altrove (e di ciò dobbiamo ringraziare il Signore, ricordando però con grande affetto e rimpianto padre Aurelio che ci ha lasciati) ci mette anzitutto davanti a Gesù e in mezzo alla folla di poveri, dei malati, dei sofferenti. Tutti abbiamo sperimentato la fatica del blocco delle attività pastorali, il timore per la tenuta delle nostre comunità, la chiusura in casa, l’isolamento e la solitudine, la paura di essere contagiati e di contagiare, ecc. Siamo stati e siamo come tutti, anche se almeno in parte privilegiati visto che comunque non abbiamo la preoccupazione di perdere quanto ci serve per vivere e abbiamo sempre persone che ci vogliono bene e ci sostengono anche con la loro fede, la loro preghiera, il loro esempio.

L’annuncio della salvezza e di una salvezza che si compie oggi è quindi anche per noi. Nel raccoglimento e nella preghiera silenziosa di questi mesi, so che tutti, sia pure con forme diverse, hanno potuto sperimentare intimamente la verità e anche la gioia di questo annuncio di salvezza e per questo ora possono testimoniarlo con più convinzione. Ringrazio chi, accogliendo il suggerimento della formazione permanente, ha voluto comunicare con sincerità, perché sia condiviso dall’intero presbiterio, il proprio cammino spirituale alla luce dell’esperienza dei discepoli di Emmaus (ho letto quanto scritto da voi e, devo dire, mi ha dato molto incoraggiamento e gioia).

Una strada per realizzarlo è quello di dare un significato ancora più autentico al rinnovo delle promesse sacerdotali che tra poco compiremo (e vorrei che anche i diaconi ripensassero alle analoghe promesse espresse al momento della loro ordinazione). Unirsi intimamente al Signore, rinunziare a se stessi, impegnarsi a servire spinti dall’amore di Cristo, essere dispensatori dell’amore di Dio, ecc. non è la stessa cosa in tempi per così dire “normali” e in tempi di “epidemia”. Dobbiamo invocare molto lo Spirito Santo per vivere tutto ciò con coraggio e forza. E penso che la collocazione di questa celebrazione alla vigilia della Pentecoste non debba essere letta come lo stare dentro il tempo massimo che ci è stato concesso per realizzarla, ma come un forte e provvidenziale collegamento con il mistero del dono dello Spirito. Un dono che ci ha permesso e ci permette di vivere la nostra identità di credenti e, in particolare, di presbiteri e diaconi anche quando le nostre attività pastorali sono ridotte o persino sospese. Con la nostra vita si è comunque segno di Cristo pastore e servo, come anche tutti i cristiani sono sempre figli di Dio in ogni circostanza, facile o difficile.

A Pentecoste è nata la Chiesa. Per tutto il tempo pasquale abbiamo avuto la grazia di meditare sugli Atti degli apostoli, sullo sviluppo progressivo della Chiesa dalle prime 120 persone di Gerusalemme all’arrivo di Paolo a Roma. Uno sviluppo dentro tante fatiche, tante tribolazioni, ma sempre guidato dallo Spirito. Dovremmo tornare a riflettere su quel testo e scoprirne tutta la ricchezza proprio per noi e per questo tempo che ci è dato da vivere. Ritengo che dall’esperienza della Chiesa primitiva potremmo riprendere almeno quattro sottolineature che possono illuminare il nostro cammino. 

Anzitutto il primato dato alla Parola di Dio: quella Parola che il Cristo Risorto insegna ai discepoli (ricordiamo i due di Emmaus) a utilizzare per comprendere il suo mistero, ma anche per interpretare la storia e la vita di ciascuno e della comunità. Quest’anno pastorale che volge ormai verso questa “strana” conclusione (ma oggi tutto è strano e inedito) era dedicato alla Parola, a ritrovarla come lampada per i nostri passi e luce sul nostro cammino. Deve essere così anche in questo periodo di faticosa ma significativa ripresa.

Un secondo aspetto decisivo nella vita della prima Chiesa è stato il rilievo dato alla carità, con la capacità di trovare forme nuove di solidarietà (pensiamo alle collette per le Chiese più povere e colpite dalla carestia) e anche di scoprire nuove ministerialità come quella dei sette diaconi. La carità è stata la virtù, insieme forse alla pazienza…, che ci è stato chiesto di esercitare maggiormente in questo tempo. La carità vissuta, talvolta con eroismo, da chi si è preso cura per professione o per generosità degli altri. La carità che si è articolata in forme nuove o rinnovate promosse dalla rete delle nostre Caritas e che vuole essere l’anima del Fondo Scrosoppi (cui molti di voi hanno contribuito e vi ringrazio). La carità quotidiana della vicinanza affettuosa alle persone, magari solo con una telefonata, una videochiamata, un favore per la spesa. La carità che diventa anche attenzione ai più piccoli, ai ragazzi così provati dall’assenza di relazioni amicali, anche attraverso il difficile impegno dei centri estivi. La carità che deve anche farsi impegno di collaborazione, ciascuno con le proprie possibilità e competenze, nella responsabilità della vita della società in questo difficile frangente sanitario, economico, lavorativo, educativo.

Una terza caratteristica che emerge nella vicenda della prima Chiesa e che ha avuto un forte rilievo nei mesi scorsi è stata la dimensione familiare. Le prime chiese della comunità cristiana sono state le case, case accoglienti e ospitali verso gli apostoli e verso i credenti. Case dove ascoltare la Parola di Dio, pregare, spezzare il pane, vivere il servizio reciproco, condividere con i poveri. Senza fare troppa retorica e con senso della misura è giusto però ringraziare il Signore per la maturità cristiana offerta in questo tempo da molte famiglie, che hanno saputo, pur tra molti ostacoli, vivere la fede, con forme antiche e forme nuove, aiutate certo dai sacerdoti, ma con una capacità di protagonismo che non deve ora essere perduta. Il sacerdozio comune dei fedeli, consacrato dal battesimo e dagli altri sacramenti cui sono destinati il crisma e gli oli che tra poco benedirò, è una realtà vera, reale, che deve trovare significato e concretezza nelle nostre comunità, grazie al dono dello Spirito.

Infine, sempre riferendomi agli Atti, mi sembra giusto ricordare gli spazi di ministerialità che si stanno aprendo nelle nostre comunità anche grazie alla situazione che stiamo vivendo. Sorrido pensando a quante volte negli scorsi anni si è parlato, per esempio, del ministero dell’accoglienza alle porte delle chiese, senza mai o quasi mai realizzarlo, e come ora, invece, per esigenze delle procedure richieste, si è finalmente attivato con molta generosità da parte di giovani e meno giovani. Ma è solo un esempio.

Riprendiamo allora il cammino, in questo tempo che ci è dato ed affidato alla nostra responsabilità. Non scegliamo di stare fermi, in attesa che passi la tempesta; ma non scegliamo neppure fughe in avanti con scelte imprudenti. Maria che veneriamo come Assunta in questa splendida basilica, i santi pastori e martiri di Aquileia (oggi ricorre la memoria dei santi Canziani), intercedano per noi e per le nostre comunità.      

+ vescovo Carlo