Il messaggio del vescovo Carlo in vista della ripresa delle celebrazioni con il popolo e le disposizioni diocesane a riguardo

venerdì 15 maggio 2020

Il prossimo lunedì 18 maggio ci viene data la possibilità della ripresa delle celebrazioni liturgiche. Il primo atteggiamento da avere è quello del rendimento di grazie al Signore che ci offre questo grande dono, anche in mezzo alle difficoltà del momento.

Non si tratta del ritorno alla normalità delle celebrazioni feriali e festive, con i ritmi usuali delle nostre parrocchie, ma di una ripresa parziale e molto condizionata da una serie di cautele che dovranno essere puntualmente assicurate, come richiesto dall’apposito protocollo firmato tra il Governo e la CEI lo scorso 7 maggio. Ciò è richiesto dalla necessità della doverosa tutela della salute dei fedeli in questa fase di epidemia non ancora terminata. 

Il secondo atteggiamento allora è quello di farsi carico con molta serietà e preoccupazione di tutto ciò che questa difficile circostanza ha comportato e comporta tuttora. Diventa preghiera di suffragio per le vittime, preghiera di intercessione per gli ammalati, preghiera di conforto per chi è stato colpito negli affetti o ha comunque subito sofferenze e limitazioni, preghiera di richiesta di aiuto al Signore per i problemi anche di natura economica e sociale che si prospettano nell’immediato futuro e concreto impegno di carità verso chi è in difficoltà. Diventa anche cura attenta, responsabile e premurosa  circa la tutela della salute delle persone, soprattutto le più deboli e fragili, e delle comunità, compresa la comunità cristiana che riprende a celebrare. Per aiutare in questo sono state già date alcune indicazioni per l’applicazione a livello diocesano del Protocollo e altre ne verranno date, tenendo conto dell’evolversi della situazione. 

Un terzo atteggiamento che ci viene richiesto è quello di riscoprire il senso della celebrazione liturgica, in particolare di quella eucaristica. Quando, senza che lo si voglia,  si viene privati di qualcosa, all’inevitabile sofferenza può e deve aggiungersi la riflessione sull’importanza e sul significato di ciò che prima si viveva come un dato ovvio. E ciò per viverlo meglio quando è possibile una ripresa. La liturgia è un elemento essenziale per la comunità cristiana, come lo è l’ascolto della Parola e la testimonianza della carità. Tutte queste realtà, però, sono finalizzate a ciò che alla fine conta e cioè il “culto spirituale”, la nostra unione d’amore con il Signore. Al compimento del Regno – ed è ciò che crediamo, speriamo e attendiamo – non ci sarà più né Eucaristia, né Sacramenti, né Parola, né testimonianza della Carità perché si avrà la piena comunione d’amore con il Signore e tra di noi. Nella città santa non ci sarà più bisogno né di tempio, né di luce di sole così come afferma l’autore dell’Apocalisse: «In essa non vidi alcun tempio: il Signore Dio, l’Onnipotente, e l’Agnello sono il suo tempio. La città non ha bisogno della luce del sole, né della luce della luna: la gloria di Dio la illumina e la sua lampada è l’Agnello» (21,22-23). 

Qui, finché la comunità cristiana è pellegrina sulla terra, c’è invece ancora bisogno di segni, di parole, di gesti. Il Signore lo sa e per questo ci ha donato la sua Parola, i Sacramenti, la possibilità della vita fraterna e dell’esercizio della carità  e tutto ciò che costituisce la vita cristiana. Ma già qui tutto è finalizzato alla comunione con il Signore e se è impossibile vivere in tutto o in parte ciò che ci può aiutare a raggiungerla, non per questo bisogna smettere di cercare tale comunione o pensare che non ci venga comunque donata. E, per quanto possibile, trovare qualcosa, sia pure di limitato, che ci aiuti nel cammino. 

Per fare un solo esempio: se non è possibile celebrare il sacramento della riconciliazione, non vuol dire che si debba aspettare a quando ci sarà una ripresa per pentirsi dei propri peccati, per chiedere perdono, per decidere una cammino di conversione. E, a maggior ragione, non dobbiamo pensare che il Signore attenda la ripresa per donarci il suo perdono. Ma ben venga ciò che ci può aiutare, come la preghiera di contrizione, qualche forma di celebrazione penitenziale, ecc. per vivere questi atteggiamenti e nutrire questa convinzione.

Riprendere allora il cammino celebrativo delle nostre comunità non è semplicemente tornare come prima (cosa del resto impossibile finché dura l’epidemia), ma è far tesoro dei mesi difficili che abbiamo vissuto per dare il giusto valore alle celebrazioni, avere ben presente la loro finalità, e viverle come dono in modo rinnovato.

Le stesse cautele richieste, pur con i comprensibili disagi e possibili incertezze che possono comportare, possono aiutare a curare meglio ogni celebrazione, a prepararla con cura, ad attuarla con fede e intensità (così come dovrebbe essere sempre).          

  Vorrei, infine, concludere con un accenno a qualche disagio e differenziazione di posizioni che si sono presentati anche all’interno della comunità cristiana, auspicando che la ripresa delle celebrazioni porti a una comunione più intensa nel rispetto delle diverse legittime sensibilità.

Partirei da una considerazione ovvia, che però deve essere tenuta presente in ogni valutazione: nessuno era preparato a questa emergenza, ne ha potuto prepararsi nell’immediato. Non c’è stata una fase 1, 2, 3, ecc. per entrarvi (fasi che ora ci sono per uscirvi progressivamente, come tutti speriamo) e tutto è capitato all’improvviso. L’impreparazione ha coinvolto tutti, anche chi doveva decidere e guidare gli altri sia a livello civile, sia ecclesiale. Si possono legittimamente muovere tutte le critiche possibili e, certo, si poteva fare meglio a tutti i livelli, ma per tutti è stato molto difficile comprendere la situazione e dare delle indicazioni tempestive, prudenti e ragionevoli in assenza di dati certi o, per lo meno, plausibili (a cominciare dalla stessa durata dell’epidemia). E’ risultata tremendamente vera l’osservazione del profeta Geremia: «Anche il profeta e il sacerdote si aggirano per il paese e non sanno che cosa fare» (Ger 14, 18).

Non è stato pertanto facile, ne lo è tuttora, commisurare e temperare tra di loro l’esigenza della rigorosa tutela della salute con quella della possibilità delle celebrazioni liturgiche e calibrare bene i diritti corrispondenti (diritto alla salute e diritto all’esercizio della libertà religiosa). Nella comunità cristiana c’è chi è molto preoccupato, giustamente, del tema della salute e avrebbe voluto aspettare ancora prima di una ripresa celebrativa. Altri, fin dall’inizio, hanno insistito sulla necessità che fosse garantito il culto, a volte forse con un non pieno realismo nei confronti della pericolosità dell’epidemia. 

Ai primi si può rispondere facendo presente che, mancando purtroppo la conoscenza di un termine temporale dell’epidemia, si corre il rischio di un blocco sine die che appare meno ragionevole, quando si apre anche per altre attività di carattere sociale la possibilità di una prudente ripresa. Ai secondi è opportuno far presente che quando si è in presenza di un pericolo della salute così grave e dai contorni indefiniti non si possono assumere atteggiamenti semplicistici o persino rivendicativi che possono portare a scelte pericolose.

Riprendiamo allora con fiducia e prudenza e senza venir meno nella speranza. Il Signore c’è e non ci abbandona.

+ vescovo Carlo

Viene proposto in allegato il testo del Protocollo siglato dalla Conferenza episcopale italiana con il Governo italiano integrato con le disposizioni diocesane

Ripresa delle celebrazioni liturgiche