Un “restauro pasquale” della fede

sabato 15 aprile 2017

Domenica 16 aprile 2017 – Domenica di Pasqua

Un “restauro pasquale” della fede

La mattina di domenica 16 aprile, mons. Redaelli ha presieduto nella chiesa di S. Ignazio la messa nel giorno di Pasqua.

Chi di voi ha avuto il dono di recarsi in Terrasanta e di entrare nella basilica del Santo Sepolcro a Gerusalemme, ricorderà certamente con emozione la visita all’edicola del Sepolcro posta al centro della basilica. Ricorderà anche che quell’edicola era sostenuta da decenni da una impalcatura di ferro. Dallo scorso anno, con l’accordo di tutte le confessioni  cristiane competenti, si sono avviati degli importanti lavori di restauro, da poco conclusi, che sembrano aver fatto ritrovare la lastra di pietra su cui è stato deposto il corpo di Gesù.

Lavori di restauro sull’edicola del Sepolcro… E se ci impegnassimo in lavori di restauro della nostra fede cristiana e lo facessimo proprio in questa Pasqua che vede, tra l’altro, la coincidenza di data tra la Pasqua cattolica, ortodossa ed ebraica? Una fede, la nostra, che ho è pasquale o non è. Lo diceva con chiarezza san Paolo ai primi cristiani: «se Cristo non è risorto, vuota allora è la nostra predicazione, vuota anche la vostra fede. […] Se Cristo non è risorto, vana è la vostra fede e voi siete ancora nei vostri peccati» (1Cor 15,14.17). Vorrei allora proporvi tre semplici passaggi per una verifica e un rilancio della nostra fede pasquale. Lo faccio riferendomi alle tre letture di oggi.

Partiamo dal Vangelo, che si conclude proprio con la constatazione dell’arrivo alla fede del discepolo che Gesù amava, il discepolo che la tradizione identifica con Giovanni e che era corso con Pietro al sepolcro dopo la notizia data dalla Maddalena  circa la tomba vuota: «Allora entrò anche l’altro discepolo, che era giunto per primo al sepolcro, e vide e credette». In che cosa crede questo discepolo, in che cosa deve credere il cristiano? Che Gesù è davvero risorto. Cerco di precisare meglio il contenuto di questa affermazione che esprime la fede della Chiesa. Anzitutto si tratta di Gesù: non un’idea, non un’invenzione, ma un uomo concreto nato poco più di trent’anni prima, conosciuto per i suoi insegnamenti e i suoi miracoli e ucciso appeso a una croce. Il Risorto non è altro rispetto a Gesù. Le apparizioni alle donne e ai discepoli insistono su questo punto, in particolare sottolineando la presenza sul corpo del Risorto dei segni della passione. Poi si parla di risurrezione: significa vita, una vita nuova, diversa da quella che conosciamo, in continuità e insieme in discontinuità da essa, ma vera vita. Le donne e i discepoli hanno incontrato realmente un uomo vivo, che ha parlato con loro, si  è lasciato toccare, ha mangiato in loro presenza. C’è una realtà della risurrezione, non è semplicemente una convinzione interiore maturata nei discepoli che la vicenda di Gesù non poteva finire con la croce. Naturalmente la fede nella risurrezione è incompatibile con alcune convinzioni o credenze oggi diffuse: la reincarnazione, il fatto che tutto finisca con la morte, l’idea di un aldilà indefinito e altre simili… Convinzioni che non sono cristiane (citavo prima quanto Paolo scriveva ai Corinti: in quella stessa lettera l’apostolo sottolineava l’incompatibilità tra il credere che i morti non risorgono e la fede cristiana: «Se non vi è risurrezione dei morti, neanche Cristo è risorto!»: 1 Cor 15,13).

Noi, a duemila anni di distanza, crediamo che Gesù è risorto non perché lo abbiamo incontrato, ma grazie alla testimonianza di chi lo ha visto: le donne e i discepoli. Lo abbiamo ascoltato dalla prima lettura: «E noi siamo testimoni di tutte le cose da lui compiute nella regione dei Giudei e in Gerusalemme. Essi lo uccisero appendendolo a una croce, ma Dio lo ha risuscitato al terzo giorno e volle che si manifestasse, non a tutto il popolo, ma a testimoni prescelti da Dio, a noi che abbiamo mangiato e bevuto con lui dopo la sua risurrezione dai morti. E ci ha ordinato di annunciare al popolo e di testimoniare che egli è il giudice dei vivi e dei morti, costituito da Dio». L’impegno della testimonianza però non si ferma ai discepoli di allora. Anche noi in quanto cristiani – e non solo i preti, i diaconi, i religiosi e le religiose –siamo tenuti a testimoniare Gesù risorto. Ho detto “siamo tenuti”, ma sarebbe più giusto dire “ci viene spontaneo annunciare con gioia” che Gesù è il Salvatore, che il Vangelo è la parola giusta anche per gli uomini e le donne di oggi, che vale la pena essere cristiani.

La fede in Gesù risorto, l’impegno di testimonianza: a questi due va aggiunto un terzo elemento che caratterizza la fede del cristiano. Ci viene indicato nella seconda lettura, ancora una volta da san Paolo: «Fratelli, se siete risorti con Cristo, cercate le cose di lassù, dove è Cristo, seduto alla destra di Dio; rivolgete il pensiero alle cose di lassù, non a quelle della terra». Cercare le cose di lassù non significa uscire dal nostro mondo, ma è un invito a cercare le cose che valgono, a mettere in pratica il Vangelo, a vivere da persone che credono in Gesù Risorto e si sentono salvate e perdonate da Lui, sanno quindi scegliere ciò per cui vale la pena spendere la vita.

Mi fermo qui. Vorrei però che tutti ci impegnassimo in questo “restauro” pasquale della nostra fede: credere davvero in Gesù risorto, testimoniarlo agli altri, vivere il Vangelo come persone che già sperimentano la potenza della risurrezione. Un restauro forse difficile e certo più impegnativo del riparare e rinnovare la cappella del Santo Sepolcro. Ma c’è la grazia di Dio che ci aiuta e, soprattutto, la grande e profonda gioia del credere. Alleluia

 

† Vescovo Carlo

Sabato 15 aprile 2o17 -Veglia Pasquale

Il battesimo e la vita cristiana

La sera di sabato 15 aprile, l’arcivescovo Carlo ha presieduto la Veglia pasquale in cattedrale.

Una persona molto attenta agli aspetti religiosi mi ha fatto notare un particolare che mi era sfuggito. Nei giorni scorsi i mezzi di comunicazione sociale – televisione, giornali, ecc. – parlando di questa settimana hanno più volte detto o scritto frasi del tipo: “questi giorni, per i cristiani, costituiscono la settimana santa e domenica celebreranno la Pasqua”. Notizia vera: dov’è la novità o la stranezza? Semplicemente in quell’inciso “per i cristiani”. Fino a pochi anni fa non ci sarebbe stato, si avrebbe detto o scritto: “questi giorni sono la settimana santa”. Ora non più. Che cosa significa, quel “per i cristiani”? Significa semplicemente che la nostra società non è più costituita da soli cristiani o, più semplicemente, si è preso coscienza che i cristiani sono una minoranza, un’ancora forte minoranza, ma comunque una minoranza. Non funziona più l’equivalenza italiano uguale battezzato e società italiana uguale società cattolica.

E’ un bene o è un male? La risposta meriterebbe una riflessione articolata. Certamente a noi cristiani interessa che tutta la società italiana possa vivere i valori del Vangelo, perché siamo convinti che il Vangelo rivela il senso profondo dell’umanità e che quindi i suoi ideali sono pienamente e profondamente umani: vivere secondo gli insegnamenti e l’esempio di Gesù fa crescere in umanità. Una società dove si cerchi di vivere l’amore reciproco, il perdono, l’attenzione ai deboli, l’apertura al trascendente, ecc. è certamente una società migliore anche da un punto di vista umano. Ci si guadagna umanamente a essere cristiani o comunque a ispirarsi ai valori evangelici. Il venire meno di un’influenza positiva sulla società da parte dei cristiani deve quindi preoccuparci, non per una questione di potere, ma perché sappiamo che la Parola di Gesù è verità e vita per tutti.

Deve però essere un’influenza evangelica, che parte dall’umile testimonianza di una scelta di vita e non da un’appartenenza quasi etnica o sociale alla Chiesa. Il trovarsi battezzati solo perché si è nati in Italia, soprattutto se al Battesimo non ha fatto seguito un’educazione, un accompagnamento alla fede, una crescita reale ha aumentato il numero dei cristiani apparenti, ha illuso la Chiesa o parte di essa di essere la maggioranza assoluta e di poter determinare il cammino della società, ha spesso ridotto la fede a religione civile, identitaria e tradizionale. Oggi ci viene data l’opportunità invece di ritrovare l’autenticità di una scelta di fede. Oggi, e domani lo sarà sempre di più, confermare il proprio Battesimo diventa e diventerà sempre più una scelta, per chi è già stato battezzato, e aumenteranno le persone che, come succederà tra poco per Marjana, chiederanno da adulti il Battesimo.

Siamo quindi chiamati a riscoprire il nostro Battesimo, a ritrovare l’origine della nostra fede. La sua sorgente è qui, la stiamo celebrando: è la Pasqua del Signore. Lo ha detto con estrema chiarezza poco fa san Paolo nell’epistola. Vi rileggo quanto affermato dall’apostolo: «O non sapete che quanti siamo stati battezzati in Cristo Gesù, siamo stati battezzati nella sua morte? Per mezzo del battesimo dunque siamo stati sepolti insieme a lui nella morte affinché, come Cristo fu risuscitato dai morti per mezzo della gloria del Padre, così anche noi possiamo camminare in una vita nuova». Il cristianesimo è tutto qui: nel Battesimo morire con Cristo al peccato e risorgere già ora con Lui per una vita nuova.

Il Battesimo ha detto quindi la parola definitiva sulla nostra vita: ci ha liberati dal peccato, ci ha uniti a Cristo nella Chiesa suo Corpo, ci fa vivere una vita nuova, una vita secondo il Vangelo. L’essenziale è tutto qui. Il resto della vita cristiana è solo attuazione o, qualche volta, solo contorno.

Dicevo giovedì santo mattina ai sacerdoti e ai diaconi che l’ordinazione non aggiunge niente al fatto di essere cristiani, nel senso che il mio essere vescovo, il loro essere presbiteri o diaconi è solo la modalità cui siamo chiamati a vivere il nostro Battesimo. Lo stesso vale per i religiosi e le religiose – ed è molto significativo che ora non modifichino più con la professione religiosa il loro nome di battesimo –, vale per gli sposi cristiani, vale per le molteplici vocazioni laicali.

Parlavo poco fa di contorno. Intendo dire che a volte rischiamo di ridurre la vita cristiana a qualcosa che ne è solo una manifestazione esteriore e superficiale, molte volte solo genericamente di carattere religioso. Si è attaccati alle tradizioni, ma spesso se ne è perso il contenuto evangelico. A scanso di equivoci preciso che mi vanno bene processioni, feste, sagre, o qualsiasi altra devozione, ma solo se ci aiutano a vivere il Vangelo.

E vivere il Vangelo oggi è una scelta. Una scelta umile, non presuntuosa o elitaria (non dobbiamo volere una Chiesa di santi e perfetti), ma autentica. Una scelta di gioia, di riconoscenza per il dono, ricevuto e non meritato, della fede. Qualcosa che ci sta a cuore più di tutto, ci è prezioso e vogliamo condividere anzitutto nelle nostre famiglie. Parliamo qualche volta nelle nostre case, sui luoghi di lavoro o di socialità del Vangelo, di Gesù? E soprattutto viviamo da battezzati?

Concludo dicendo che stanotte dobbiamo essere vicini con molta accoglienza e affetto a Marjana che diventa cristiana e augurarle di continuare con costanza e con gioia il suo cammino di scoperta del Signore, di ascolto della sua Parola, specialmente del Vangelo – che so l’ha particolarmente entusiasmata –, di ingresso fattivo nella comunità cristiana. Ma dobbiamo anche esserle molto riconoscenti perché ci dà l’opportunità, in questa notte santa, di ricordarci che anche noi stiamo stati battezzati, che qui anche noi siamo nati alla fede, che anche noi siamo stati immersi nella Pasqua di Cristo. Un grande dono che tutti dobbiamo testimoniare con immensa gioia. Alleluia.

† vescovo Carlo

Venerdì 14 aprile 2017 – Venerdì Santo

“Redenti da una morte non dignitosa”

Sabato Santo mons. Redaelli sarà in cattedrale alle 22 per la Veglia Pasquale mentre nel giorno di Pasqua alle 6.30, in cattedrale, presiederà il Rito del Resurrexit con i fedeli di lingua slovena. Alle 10.30 in S.Ignazio celebrazione eucaristica nella Pasqua di resurrezione.

Nella serata di venerdì 14 aprile, l’arcivescovo Carlo ha presieduto la Via Crucis del decanato di Gorizia da piazza Vittoria al castello.

Venerdì scorso, una settimana fa, andando in ospedale per la celebrazione della Messa in preparazione delle feste pasquali, ho trovato il cappellano molto sconvolto. Avevano infatti appena portato in ospedale, accompagnato dalle forze dell’ordine, il corpo di un uomo morto suicida trovato in casa dopo diversi giorni. Purtroppo nella nostra città non mancano casi né di persone che muoiono sole e abbandonate e vengono trovate senza vita a distanza di tempo, né casi di suicidio. P. Valentino mi diceva: dove sono le parrocchie, le comunità parrocchiali? Dov’erano i vicini? Possibile che nessuno si accorga di niente? Sono domande pesanti che tutti ci interpellano. Siamo in una società di persone sole, dove sembra progressivamente prevalere l’individualismo, la chiusura.

Quello che preoccupa di più è il fatto che il massimo che la nostra società sembra offrire a chi è nella sofferenza e nella disperazione sia una cosiddetta morte dignitosa. Non voglio qui entrare nei casi di cronaca – che comunque riguardano persone che vanno rispettate – né nei dibattiti politici. Però mi colpisce che non si riesca a offrire più che una morte dignitosa. Come mi impressiona il fatto che qui, 100 anni fa, da una parte e dall’altra, la proposta era quella di fare una morte valorosa, gloriosa in battaglia.

Mi domando: ma io desidero una morte dignitosa? Mi va bene una morte gloriosa? A dir la verità io non desidero nemmeno la morte. Io, e penso tutti voi, desideriamo la vita. Siamo fatti per la vita. Vorremmo che tutto ciò che è vivo, buono, vero, bello non finisca mai. Desideriamo nel profondo del cuore che l’amore ricevuto e quello dato, pur nella nostra fragilità e limitatezza, durasse per sempre. Non si può amare solo fino a… L’amore ha dentro di sé l’eternità.

Qual è allora una risposta a questo desiderio, a questo anelito che abbiamo dentro di noi? Se abbiamo percorso stasera il cammino della croce significa che abbiamo intuito che qui possiamo trovare una risposta. Una risposta non facile, non consolatoria, non semplicistica. La risposta è la croce. Una morte tutt’altro che dignitosa, tutt’altro che gloriosa. Gesù non ha avuto una morte dignitosa, né gloriosa: è stato condannato, vilipeso, frustato, torturato, sputacchiato, inchiodato, esposto nudo al ludibrio peggio di uno schiavo… No, non ha fatto una morte bella.

Ma proprio per questo non ci chiede di essere bravi, perfetti, santi, né di avere un destino pieno di dignità e di gloria. Lui è vicino a tutti, a tutte le vite, a tutte le morti forti e coraggiose o tragiche e umilianti. Lui è sceso negli inferi del nostro male, del nostro peccato, del nostro nulla. L’immaginetta di questa Pasqua vuole ricordarci proprio questo. Riprende una tradizione molto forte nell’oriente cristiano dove le ore tra il pomeriggio del venerdì santo e il mattino di Pasqua non sono un tempo vuoto, ma sono il momento in cui Gesù non solo ha condiviso la nostra tomba, ma è sceso agli inferi per cercarci e per salvarci. E’ venuto a strapparci dalle tenaglie del mostro che ci vogliono rinchiudere e frantumare. Con il braccio della sua croce impedisce che il mostro del male e del peccato – quel mostro che molto spesso è più dentro di noi che fuori… – ci inghiotta per sempre. Molto bella la strofa dell’inno di Efrem il siro che trovate nel retro dell’immaginetta: «Colui che disse ad Adamo “Dove sei?”, è sceso agli inferi dietro a lui, l’ha chiamato e gli ha detto: “Vieni, ti che sei a mia immagine e somiglianza! Io sono disceso dove tu sei per riportarti alla tua terra promessa!”».

C’è una terra promessa dove tutti siamo attesi: ci conduce a essa il Signore Gesù che viene anche oggi a strapparci dalle fauci del mostro. Auguro a tutti in questa Pasqua di sentirsi cercati e liberati, cercati e amati. Buona Pasqua.

† Vescovo Carlo

(foto Sergio Marini)

Venerdì 14 aprile 2017 – Venerdì Santo – Celebrazione della Passione del Signore

“Stabat mater dolorosa”

Venerdì 14 aprile, alle 18, l’arcivescovo Carlo – dopo avere guidato nel pomeriggio la Via Crucis nella Casa Circondariale di Gorizia – ha presieduto in S. Ignazio la celebrazione della Passione del Signore.

Ogni volta che si ascolta il Vangelo della Passione nascono in noi emozioni, sensazioni, riflessioni, preghiere sempre nuove. Si resta colpiti da una frase piuttosto che da un’altra, da un avvenimento o da un altro, a volte per motivi del tutto occasionali. Oggi, per esempio, mi sono giunti gli auguri della Caritas di Bolzano con riportato in tre lingue, tedesco, ladino e italiano, l’episodio di Maria sotto la croce: «Bei dem Kreuz Jesu standen seine Mutter und die Schwester seiner Mutter…»; «Daujin dala crëusc de Gejù fova si oma y la sor de si oma…»; «Stavano presso la croce di Gesù sua madre, la sorella di sua madre…» (potremmo qui da noi dire la stessa frase in sloveno: «Poleg Jezusovega križa  pa so stale njegova mati…» o in friulano: «Donje de crôs di Gjesù a jerin sô mari…»).

Gli auguri ricevuti mi hanno spinto a meditare proprio quell’episodio. Vorrei oggi soffermarmi qualche momento con voi su questo stare di Maria presso la croce. Uno stare che ha avuto una interpretazione poetica, ha fatto nascere una preghiera che tutti conosciamo: lo Stabat mater. Un inno che, tra l’altro, ha ispirato moltissimi artisti, in particolare grandi musicisti.

Ma oggi vorrei invitarvi a immaginarvi davvero con Maria, le donne e Giovanni sotto la croce… In silenzio.

 

Siamo con te, Maria, Madre dolorosa. Oggi dalla croce diventi nostra madre e noi diventiamo tuoi figli. Vogliamo stare con te sotto la croce. In realtà la croce ci spaventa e vorremmo scappare piuttosto che restare. Ma la croce nonostante tutto ci affascina. Dobbiamo allora stare, in silenzio. Del resto la nostra esperienza umana ci dice quanto è importante stare e stare in silenzio in certi momenti e come è eloquente allora il silenzio. Molti di noi hanno provato ad assistere una persona cara, un amico morente: si resta lì seduti, in silenzio, magari vegliando tutta la notte, cercando di percepire il respiro affannoso, i lamenti, … non si dice niente e non si fa niente (se non forse inumidire di quando in quando le labbra di chi è in agonia). Però si è lì. E si ama.

Che cosa fai Tu, o Madre, sotto la croce se non amare? Amare tuo Figlio nel dramma del dolore e della sofferenza più aspra, che loStabat mater canta: «La Madre addolorata stava in lacrime presso la Croce su cui pendeva il Figlio. E il suo animo gemente, contristato e dolente era trafitto da una spada. Oh, quanto triste e afflitta fu la benedetta Madre dell’Unigenito! Come si rattristava, si doleva la Pia Madre vedendo le pene del celebre Figlio!».

Quell’inno medievale ti chiede di renderci partecipi del tuo dolore, della spada che ti trafigge il cuore, del dolore del tuo Figlio. Ma a noi, uomini e donne del XXI secolo, è più facile interpretare in modo diverso la spada confitta nel tuo cuore, quella spada oscura annunciata da Simeone a te giovane mamma, fiera e gioiosa del bimbo neonato che portavi al tempio (e il tuo volto si era rabbuiato pensando a quel bimbo che l’anziano Simeone profetizzava sarebbe diventato “segno di contraddizione”). Noi la pensiamo come la spada oscura della prova di fede. Già gli antichi padri della Chiesa lo avevano intuito. Perché anche per te la fede non è stata subito visione e chiarezza, ma cammino faticoso verso la luce, un cammino che esigeva silenzio e meditazione come più volte l’evangelista Luca sottolinea.

No, non sei una superdonna, non sei fuori dalla nostra umanità, sei una di noi. Il fatto di essere stata redenta dal peccato fin dal primo istante della tua vita, grazie alla croce di Cristo, non ti ha reso meno libera, meno uguale a noi. Se dello stesso Gesù la lettera agli Ebrei afferma – lo abbiamo ascoltato nella seconda lettura – che «è stato messo alla prova in ogni cosa come noi, escluso il peccato» (Ebrei 4, 15), anche tu devi essere stata messa alla prova. E come Gesù, che – come dice lo stesso testo sacro – «proprio per essere stato messo alla prova e avere sofferto personalmente, è in grado di venire in aiuto a quelli che subiscono la prova» (Ebrei 2,18), così anche tu puoi sostenerci con la tua intercessione.

Stiamo con te sotto la croce, con le nostre sofferenze, le nostre oscurità, i nostri dubbi. Eppure non ce ne andiamo. Contempliamo nel crocifisso non uno dei tanti sconfitti della storia, uno dei tanti umiliati, uno dei tanti schiacciati a morte, ma il Figlio di Dio che si è immerso nelle nostre tenebre, nel nostro male, nel nostro peccato per trasformare con il suo amore tutto ciò – il massimo male – nel massimo bene. Ti vogliamo allora domandare con l’antico inno anche di soffrire con Cristo, ma soprattutto di amare con Lui: «Fa’ che il mio cuore arda nell’amare Cristo Dio». Ti chiediamo che la croce si trasformi da oscuro strumento di morte a vessillo glorioso di vittoria sul male e sulla morte e sia la nostra protezione: «Fa’ che io sia protetto dalla Croce, che io sia fortificato dalla morte di Cristo, consolato dalla grazia».

Siamo qui in silenzio sotto la croce. L’unico che parla però è Gesù che ti affida a noi, nella persona del discepolo che egli amava, e ci affida a te come madre. Un duplice affidamento a partire dalla croce. Tu sei affidata alla Chiesa, di cui sei parte, e noi siamo affidati a te. Insieme andiamo allora verso la Pasqua passando dalla prova della croce, dall’oscurità del sepolcro per arrivare alla luce sfolgorante della risurrezione. Con la tua intercessione di madre.

† Vescovo Carlo

 

 

Giovedì 13 aprile 2017 – Giovedì Santo – Messa “in coena domini”

“Le caratteristiche dell’amore”

Giovedì 13 aprile, alle 20, l’arcivescovo Carlo ha presieduto in S. Ignazio la messa “in coena Domini”. 

 

 

Il Vangelo di questa sera, con l’episodio della lavanda dei piedi, mi ha fatto riandare con la mente all’esperienza vissuta due settimane fa in Puglia: il convegno annuale delle Caritas diocesane. Giorni molto intensi, ricchi di riflessioni, di testimonianze e di incontri, che mi hanno portato a raccogliere quanto sperimentato in alcune semplici frasi che sintetizzano diverse caratteristiche del bene, dell’amore. Vorrei presentarvele ora, riferendomi in particolare all’amore all’interno delle famiglie, visto che tra poco ripeterò il gesto di Gesù – la lavanda dei piedi – nei confronti di sei coppie di sposi. So che tentare di delineare le peculiarità dell’amore in alcune affermazioni, può far pensare alle frasette stampate sui bigliettini all’interno dell’involucro argentato che racchiude dei famosi cioccolatini o anche a quegli aforismi che ogni tanto arrivano anche a me, soprattutto in occasione delle feste, su WhatsApp o su altri social. Ma ci provo ugualmente, perché a volte alcune semplici frasi illuminano più che tanti discorsi.

Una prima affermazione: “il male è ripetitivo, il bene, l’amore è creativo”. Provate a pensarci partendo dall’esperienza di ciascuno di noi. Io, per esempio – ma penso anche voi… – faccio più o meno sempre gli stessi peccati, gli stessi errori. Anche se guardiamo alla storia dell’umanità, ci rendiamo conto che il male è sempre lo stesso: che sia falsità, odio, vendetta, discriminazione, delitto, guerra, terrorismo,… Cambia solo la tecnologia: una volta inventavano lettere false contro di te, oggi orchestrano una campagna sui social; una volta ti tiravano le frecce, oggi i missili; una volta ti lapidavano, oggi fanno esplodere una bomba e così via. Penso che anche all’interno delle famiglie i litigi, i capricci, le incomprensioni, i pregiudizi, i malumori… sono sempre gli stessi. In fondo da Adamo ed Eva il peccato è tutt’altro che “originale”… Il bene, no: è creativo, inventa sempre qualcosa di nuovo, si adatta, si ingegna. E non solo per fare piacevoli e simpatiche “sorprese” alla persona amata, ma per venirle incontro, per sostenerla, per accoglierla. Ci sono sempre modi nuovi per voler bene, per incoraggiare, per aiutare, per riallacciare rapporti, per perdonare… A volte il problema vero delle famiglie, dei gruppi sociali, persino delle nazioni è che non si sa inventare qualcosa di nuovo: ci si blocca, ci si ferma.

A proposito del fermarsi, vorrei esporre un altro semplice principio: “nell’amore se non si va avanti, non si resta fermi ma si va indietro” . Intendo dire che se non si ha almeno il desiderio di crescere di più, se si pensa di essere arrivati, se si dice: “amo abbastanza mia moglie, mio marito, i miei figli, i miei genitori, ecc. cosa posso fare di più?…”, allora l’amore corre un grave rischio di declinare e di morire. Perché l’amore siamo noi, noi che siamo vivi, che ci nutriamo continuamente, che cresciamo: se ci fermiamo anche nelle cose più semplici – nel respirare, nel mangiare, nel bere, nel dormire, … – moriamo. Lo stesso vale per l’amore. Come è bello quando, celebrando l’anniversario di 50, 60 anni di matrimonio, si vede dal volto sereno della coppia che il loro amore, pur a volte tra tante difficoltà e persino ferite, è cresciuto con loro!

Un’altra caratteristica dell’amore, del bene la esprimerei così: “il bene non ha copyright” , cioè il bene può essere copiato, non ci sono diritti d’autore. Non è forse vero che i bambini imparano l’amore copiando dai loro genitori? E che una coppia affiatata si rafforza progressivamente quasi in una gara d’amore imitandosi a vicenda?

Questa specificità dell’amore si collega a un altro principio: “il male è contagioso, ma anche il bene lo è”. Il male purtroppo è contagioso. Uno si comporta male, allora anch’io penso di poterlo imitare, perché mi fa comodo, e scatta una complicità nel male. Se in un certo ambiente di lavoro tutti rubano, allora rubo anch’io. Se nessuno rispetta il semaforo rosso, allora anch’io passo comunque. Gli esempi si potrebbero moltiplicare. Il male si rafforza giustificandosi a partire dal male dell’altro non solo appunto imitandolo, ma anche trovando un pretesto nel male compiuto dalla controparte per rispondere a mia volta con il male. Lo si impara fin da piccoli: “è stato lui che ha cominciato…”. Questo vale purtroppo anche tra le nazioni: quante guerre trovano giustificazioni e scuse o pretesti nel comportamento dell’altro, che non va lasciato impunito. E così si moltiplica il male. Ma vale anche nel rapporto di coppia e nelle famiglie: scuse buone per litigare, a partire dal comportamento dell’altro, se ne trovano sempre. Il bene, però, a sua volta è contagioso. Non so se è più contagioso del male. Forse no. In apparenza direi che il male è più contagioso, anche perché per rompere la catena del male – magari con un gesto inaspettato di perdono – o anche solo per andare controcorrente in un ambiente ormai corrotto, ci vuole molto coraggio.

Si può allora aggiungere un altro principio: “il male è vigliacco, il bene è coraggioso”. Però se uno ha coraggio, riesce a fare grandi cose, a risvegliare le coscienze, a sbloccare situazioni incancrenite, a ridare fiducia. I santi e le sante e tanti uomini e donne di valore ci sono riusciti.

Un’altra caratteristica dell’amore, del bene, sempre espressa in contrapposizione al male è: “il male domina, il bene serve”. Il male ha sempre una componente di dominio, di sopraffazione dell’altro. A volte non è così clamorosa, è sottile, nascosta. Eppure c’è. Anche nel rapporto di coppia può succedere che una persona vuole sempre essere superiore, essere chi tira le fila, chi ha l’ultima parola. Invece il bene si mette a servizio, non pretende, non giudica, non chiede applausi. Si china a lavare i piedi.

Come Gesù. Finora non abbiamo parlato di Lui. Ma l’amore non lo abbiamo inventato noi, perché Dio è amore. Gesù ha detto a Nicodemo, a quell’uomo che una notte era andato da Lui per conoscere il Messia, per capire: «Dio ha tanto amato il mondo da dare il Figlio unigenito» (Gv 3,16) e nell’ultima cena ha aggiunto: «Nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici. Voi siete miei amici» (Gv 15,13). Gesù è quindi la rivelazione dell’amore di Dio. Guardando a Lui, soprattutto in questa sera alla vigilia della sua passione dove Lui si è donato a noi nell’Eucaristia, possiamo capire che cosa significa amare.

I principi semplici, ma ritengo veri, che vi ho elencato come spunti di riflessione, e altri che potremmo trovare nella stessa Parola di Dio – penso all’elenco delle caratteristiche dell’amore che san Paolo ha presentato nell’inno alla carità nel cap. 13 della 1 Corinti e che papa Francesco ha declinato in riferimento all’amore nel matrimonio nel quarto capitolo della sua esortazione Amoris laetitia – tutti questi principi e caratteristiche vanno letti riferendoli a Gesù, alle sue parole, ai suoi gesti, alla sua vita, alla sua morte. E’ Lui che ci insegna l’amore. E ce ne svela il segreto con il dono dell’Eucaristia: il Corpo dato, il Sangue sparso. Un dono che già san Paolo – lo abbiamo ascoltato nella seconda lettura – attestava come qualcosa che fin dall’inizio era vissuto in pienezza dalla comunità cristiana.

Un dono che anche noi viviamo con gioia questa sera affinché i nostri poveri cuori divengano capaci di amare, le nostre mani siano strumenti d’amore, i nostri sguardi siano pieni di tenerezza e di amore, le nostre ginocchia si pieghino nel servirci a vicenda a imitazione di Lui, il Signore e il Maestro.

† vescovo Carlo

Giovedì 13 aprile 2017 – Giovedì Santo – Missa Chrismatis

“Vescovi, presbiteri e diaconi: cristiani dei giorni feriali”

Giovedì 13 aprile 2017 l’arcivescovo Carlo ha presieduto in cattedrale la celebrazione della Missa Chrismatis concelebrata dai presbiteri in servizio pastorale in diocesi. 

 

«Lo Spirito del Signore è sopra di me; per questo mi ha consacrato con l’unzione e mi ha mandato a portare ai poveri il lieto annuncio,…». Gesù nella sinagoga di Nazareth manifesta il senso e il contenuto della sua missione facendo proprie le parole del Profeta. La missione di Gesù è anche la nostra. Noi siamo mandati da Lui come Lui è stato mandato dal Padre (cf Gv 17,18) e siamo inviati per la stessa missione: l’annuncio e la testimonianza del Vangelo di salvezza. Questa missione è il senso della nostra vita, del nostro essere vescovo e presbiteri. Anche i diaconi sono chiamati a viverla, ma nella modalità del ministero di Cristo servo e pure tutti i fedeli in quanto cristiani non possono che essere annunciatori e testimoni del Vangelo. Per noi, però, questo servizio al Vangelo nella modalità del ministero è ciò che costituisce quello che siamo e riempie tutti i nostri giorni. Vorrei pertanto quest’oggi fermarmi con voi a riflettere sul nostro essere vescovo, presbiteri e diaconi dei giorni feriali.

A questo proposito penso sia utile partire dal fatto fondamentale di essere noi anzitutto dei cristiani, dei battezzati. In fondo il nostro ministero è per così dire secondario rispetto al Battesimo o, più precisamente, è il nostro modo proprio di vivere da battezzati, da figli di Dio ed è questo ciò che radicalmente conta. Se è così, ciò che quindi ci viene chiesto anzitutto per essere vescovo, preti e diaconi dei giorni feriali è esattamente vivere quanto è proposto a ciascun cristiano. Ricordo pertanto solo alcuni aspetti della vita del fedele per così dire normale. Ben sapendo che tutto dipende dalla grazia dello Spirito Santo, quello Spirito che abbiamo ricevuto il giorno della nostra ordinazione, ma prima ancora nel sacramento del Battesimo e in quello della Confermazione. Una grazia che dobbiamo costantemente invocare.

Il cristiano è anzitutto “cristiano della domenica” – lo ricordavo già dal titolo nella lettera pastorale di quest’anno – e quindi deve vivere la centralità del giorno del Signore. Si può essere vescovo preti e diaconi dei giorni feriali se si è vescovo, preti e diaconi della domenica, se la domenica cioè non viene vista da noi solo come una giornata più impegnativa di altre, ma come la celebrazione settimanale della Pasqua di Cristo che ci immette, insieme con le nostre comunità, nella logica pasquale del morire a noi stessi per donarci agli altri.

Nei giorni feriali, poi, nella vita di ogni cristiano, anche nella nostra, ci devono essere le preghiere del mattino e della sera. Immagino che vi venga da sorridere a fronte di quello che vi sto dicendo o che qualcuno possa restare perplesso: “il vescovo ci sta raccomandando le preghierine come ai bambini della prima Comunione…”. Faccio però un paio di domande: è proprio vero che il primo e ultimo pensiero della nostra giornata è sempre il Signore? Ci è spontaneo iniziare il giorno pensando alle persone a cui siamo mandati e concluderlo raccogliendo nella preghiera tutti gli incontri che abbiamo vissuto?

Un altro aspetto proprio della vita cristiana è il riferimento alla Parola di Dio. Dovremmo essere di casa nella Parola: sentirla insieme come nutrimento, consolazione, sprone, incitamento. Se non c’è ogni giorno l’immersione nella Parola di Dio – siamone certi – ricadiamo senza accorgerci nella logica del mondo. Un’immersione che deve prolungarsi per tutta la giornata. Se il cuore e la mente non sono abitati costantemente dalla Parola, non restano vuoti: qualche inquilino abusivo li occupa comunque e a volte diventa difficile liberarsene, che siano pensieri di orgoglio, di carriera, di malumore, di giudizio, … che sia l’indugiare a  chiacchiere vuote, a perdere tempo in ciò che non vale, a cercare riconoscimenti… comunque sempre di inquilini abusivi si tratta.

Un altro elemento che fa parte della vita del cristiano “normale” è la celebrazione del sacramento della riconciliazione o penitenza. Un vivere con cadenza periodica questo sacramento permette di sperimentare sulla propria umanità la misericordia di Dio, mantiene vivo il senso del peccato, fa vivere con un cuore contrito la dimensione penitenziale della vita cristiana. Ci si può poi chiedere in riferimento ai presbiteri, chiamati a essere tramite della misericordia di Dio per i fratelli e le sorelle, se è possibile donare misericordia a nome di Dio senza sperimentarla.

Molti cristiani partecipano quotidianamente alla celebrazione eucaristica: noi siamo chiamati a volte anche a più di una celebrazione al giorno. E’ qualcosa che desideriamo, prepariamo con cura, viviamo con gioia?

Non molti fedeli – ma ce ne sono… – celebrano poi ogni giorno almeno alcune parti della liturgia delle ore. Si tratta della preghiera della Chiesa, che dovrebbe cadenzare la nostra giornata, darle il ritmo giusto. E Dio solo sa quanto bisogno abbiamo – per usare un’espressione ignaziana – di “mettere ordine nella nostra vita”… Si può pregare anche senza questa liturgia, ma c’è il rischio di una preghiera intimistica, di essere sempre ripiegati su di noi. Invece, a volte, quando sei sereno ti viene chiesto di celebrare un salmo di lutto, altre volte è il contrario: ti tocca cantare un salmo di lode, quando sei deluso e stanco. Ma è la preghiera della Chiesa, non è tua. E del resto non siamo forse chiamati a vivere l’impegno di intercessione per tutta la Chiesa e per il mondo intero?

Nella vita del cristiano comune ci deve essere spazio non solo per la preghiera, la Parola e i Sacramenti, ma anche e soprattutto per la dimensione della carità, dell’amore, anzitutto tra fratelli di fede. Non si può essere cristiani da soli, la fede è sempre ecclesiale. Possiamo domandarci se amiamo davvero la gente delle nostre comunità, se ci sentiamo sostenuti dalla loro testimonianza di fede e se ci amiamo tra noi con spirito fraterno. L’impegno del celibato per i sacerdoti – impegno talvolta non facile – non dovrebbe raggelare il nostro cuore, spegnere la nostra capacità di amare, cancellare la dimensione affettiva della nostra umanità, ma caso mai allargare lo spazio del nostro amare. E per i diaconi sposati, come del resto per tutti gli sposi cristiani, il legame matrimoniale non dovrebbe portare a una chiusura intimistica, ma a vivere una più forte vicinanza alle famiglie, a chi è privo di affetto, a chi ha il cuore ferito.

Il cristiano comune è chiamato anche a tirare fuori qualcosa di tasca propria per le necessità degli altri…: “sì io faccio la carità con i soldi della parrocchia…” potrebbe dire qualcuno. Ma la carità non può non riguardare il nostro portafoglio… Il cristiano non può però fermarsi a una carità limitata all’elemosina o a qualche intervento di aiuto, deve invece assumersi le proprie responsabilità sociali. Anche noi lo dobbiamo fare, pur sapendo che in questo campo abbiamo compiti diversi dai laici e dal loro impegno nel mondo e che dobbiamo fare molta attenzione al rischio, che spesso papa Francesco evidenzia, di fare della Chiesa solo una ONG.

Nei giorni scorsi ho girato, insieme a don Renzo, a don Mirko e al diacono Renato, diversi luoghi di lavoro presenti in diocesi. Sia pure in brevi incontri abbiamo visto con soddisfazione che c’è qualche segno di ripresa, abbiamo stretto molte mani ma soprattutto intuito l’impegnatività del lavoro. Nonostante i molti miglioramenti in campo tecnico e di sicurezza ci sono ancora occupazioni pesanti, ripetitive, rischiose in ambienti rumorosi e non sempre con stipendi soddisfacenti. E’ in ogni caso positivo che molti abbiano un lavoro o l’abbiano recuperato dopo un certo tempo. Mi è venuto però spontaneo pensare al fatto che io, che noi sacerdoti, siamo non dico privilegiati, ma comunque tutelati rispetto a tante persone con lavori pesanti, precari o persino disoccupate. Il lavoro fa parte della vita del cristiano in età attiva e occupa molto del suo tempo. Pure la nostra vita è caratterizzata dal lavoro, una lavoro impegnativo ma ad alto contenuto umano oltre che spirituale, e riceviamo una remunerazione per questo che ci consente di vivere dignitosamente. Anche per un senso di giustizia verso la comunità cristiana e la società, il nostro deve essere pertanto un impegno serio, competente, aggiornato, generoso con un impiego saggio del tempo che ci viene donato. Ringrazio i molti di voi che mi sono di esempio in questo.

Concludo con un’ultima considerazione. Scrivevo nella “lettera al cristiano della domenica” che «essere cristiano è qualcosa […] che ci è caro e che vorremmo che altri vivessero. […] Qualcosa che dovrebbe venir fuori con spontaneità quando c’è l’occasione, ma che comunque dovrebbe in qualche modo trasparire sempre dal nostro modo di agire e di essere, dal nostro stile di vita». Anche a ciascuno di noi dovrebbe essere caro l’essere cristiani, l’essere battezzati. Ma dovremmo sentire come un dono prezioso la modalità che il Signore ci ha chiesto per realizzarlo, cioè il nostro ministero. Domando a ciascuno, anche a me: sento l’essere vescovo, presbitero o diacono come un dono che dà pienezza e gioia alla mia vita? Non può essere che le vocazioni sacerdotali e diaconali stentino a crescere qui da noi anche perché non facciamo percepire a sufficienza ai giovani la gioia per la nostra vocazione?

Mi fermo qui. Come vedete, a parte un cenno al celibato e al compito di intercessione, non ho fatto alcun riferimento ai “sacri impegni” che tra poco ci verrà richiesto di rinnovare. Li conosciamo. Né mi sono fermato su altri aspetti della nostra vita. Vi confido però che spesso sento forte dentro di me – e so che capita anche a molti di voi – il desiderio di un salto di qualità o, se vogliamo usare un termine più cristiano, di una vita che abbia più fortemente il sapore del Vangelo. Con la convinzione che questo cambierebbe in meglio la nostra Chiesa. E se la strada – per me vescovo, per voi presbiteri e diaconi – fosse semplicemente quella di essere un po’ più cristiani?

† Vescovo Carlo

(foto Sergio Marini)

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Domenica 9 aprile 2017 – Domenica delle Palme

“Signore, io sono Giuda, Signore, io sono Pietro, Io sono Pilato. Signore io sono…”

Domenica 9 aprile 2017 l’arcivescovo Carlo ha presieduto i riti nella domenica delle Palme. Dopo la benedizione dei rami di ulivo in piazza S. Antonio, i fedeli hanno raggiunto la chiesa di S. Ignazio dove è stata celebrata l’eucarestia. Pubblichiamo di seguito il testo dell’omelia tenuta dall’arcivescovo. 

Per chi celebra la liturgia delle ore, in particolare l’ufficio delle letture, la Chiesa ha riservato ieri un bellissimo dono. Si tratta di un brano tratto da un discorso di un padre della Chiesa – san Gregorio Nazianzeno – dove c’è un forte invito a identificarsi con i personaggi della passione:  «Se sei Simone di Cirene – scrive san Gregorio – prendi la croce e segui Cristo. Se sei il ladro e se sarai appeso alla croce, […] entra con Gesù in paradiso e così capirai di quali beni ti eri privato.  Se sei Giuseppe d’Arimatèa, richiedi il corpo a colui che lo ha crocifisso […].
Se sei Nicodemo, il notturno adoratore di Dio, seppellisci il suo corpo e ungilo con gli unguenti di rito
[…]. E se tu sei una delle Marie, spargi al mattino le tue lacrime. Fa’ di vedere per prima la pietra rovesciata, va’ incontro agli angeli, anzi allo stesso Gesù».

Vorrei riprendere personalmente il suggerimento di san Gregorio, in una preghiera rivolta al Crocifisso, identificandomi insieme a voi con i personaggi della passione.

Signore, io sono Giuda. Ti tradisco perché non sono d’accordo con il tuo modo di salvare il mondo. Occorrono maniere forti contro il male e contro i malvagi. Abbiamo bisogno di un Dio che metta a posto le cose, non di un Dio che si faccia crocifiggere. Anche a me viene spontaneo chiedermi dove è Dio quando vedo i bambini assassinati con il gas; gente pacifica che passeggia in città falciata dal terrorismo; tante persone uccise e ferite dalle bombe di ogni tipo; papà, mamme, giovani e bambini migranti che muoiono in mare…Dov’è Dio?… O forse dovrei domandarmi: dov’è l’uomo?

Signore, io sono Pietro. Anch’io come lui e i suoi compagni non sono capace di vegliare non dico un’ora, ma neppure cinque minuti con Te. Eppure ho la pretesa di sentirmi migliore degli altri. Quanti propositi, quante promesse di conversione, quanti impegni finiti nel nulla della mia incostanza e della mia pigrizia…: altro che migliore degli altri…! Vorrei però piangere anch’io con Pietro, un pianto amaro, ma insieme di consolazione perché anch’io spero nella tua misericordia.

Signore, io sono Pilato. Un uomo che non vuole aver fastidi, che se ne lava le mani. Tu sai che siamo in una società dove tutti cercano di scaricare responsabilità e colpe sugli altri: sui politici, sui corrotti, sulle banche, sulla burocrazia, sulla mala sanità, sulla scuola, sugli amministratori, sugli immigrati, … insomma tutti hanno colpa tranne noi, tranne io. Io mi tiro fuori, io ho già i miei fastidi a pensare a me stesso. Me ne lavo tranquillamente le mani.

Io sono anche la moglie di Pilato, solo in apparenza meglio del marito. Le è stato rivelato che Tu sei giusto, ma suggerisce al marito di tirarsene fuori: «Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua». Anch’io spesso non voglio avere a che fare con Te, ho paura di essere deriso se mi faccio vedere cristiano sul lavoro, al bar, con gli amici e le amiche…

Signore, io sono uno dei soldati. Povera gente, sfruttata e mal pagata. Eppure appena possono si sfogano su chi sta peggio di loro, anche su di Te. Chissà perché spesso i poveri esaltano i ricchi, li scelgono persino come loro leader e se la prendono con i poveretti?… Anch’io non sono esente dall’applicare il principio: “forte con i deboli, debole con i forti”… Se solo mi ricordassi che ti sei identificato con i poveri…

Signore, io sono il Cireneo. Un poveretto che non c’entra, capita per caso al posto sbagliato e al momento sbagliato e si è così trovato caricato, suo malgrado, di una croce. Quante croci mi trovo addosso che non ho scelto: malattie, lutti, fastidi, incomprensioni, scoraggiamenti, insuccessi… E c’è chi sta peggio di me: a volte ci sono famiglie dove le croci piovono in breve tempo una dopo l’altra sulle stesse spalle… Eppure, è vero, quando posso finalmente sentire che una croce mi è stata tolta di dosso, ho l’impressione che sia stata più leggera e sopportabile di quanto mi potevo aspettare… E se fossi stato Tu a essere il mio cireneo?

Signore, io sono una delle donne che ti hanno seguito fin sotto la croce. Sì, è vero ho tante infedeltà e peccati, ma non posso staccarmi da Te. Per piangerti – certo – ma anche per essere tra le messaggere della tua vittoria sulla morte.

Signore, io sono Giuseppe d’Arimatea. A volte mi sembra impossibile, eppure qualche gesto di coraggio lo faccio anch’io. Sarà certo merito della tua grazia, sarà l’azione dello Spirito in me, comunque qualche volta ho l’orgoglio di essere un cristiano vero, che non ha paura. Solo qualche volta, ma è già una grande gioia.

Signore, io sono … sì, sono tutti i personaggi della passione. Mi ritrovo in tutti. Ma alla fine, io sono io. Tu mi conosci: sai bene le mie fragilità, le mie paure, i miei peccati, le mie vigliaccherie, i miei tradimenti…; ma conosci anche i miei desideri di essere un cristiano autentico, di vivere di più il Vangelo, di testimoniarlo con gioia e semplicità… Io sono io, ma entrando nella tua passione in questa settimana santa vorrei diventare simile a Te. Impossibile? «Nulla è impossibile a Dio» (Lc 1,37), ha detto l’angelo a tua Madre. E anche Tu hai affermato: «In verità io vi dico: se avrete fede pari a un granello di senape, direte a questo monte: “Spòstati da qui a là”, ed esso si sposterà, e nulla vi sarà impossibile» (Mt 17,21) e, in un’altra occasione ai discepoli sconvolti di fronte alla tua affermazione che è più facile che un cammello passi dalla cruna di un ago che un ricco entri nel Regno di Dio, hai detto: «Questo è impossibile agli uomini, ma a Dio tutto è possibile» (Mt 19,26).

Ci credo, Signore, tutto è possibile, anche che io quest’anno entri profondamente nel mistero della tua morte e risurrezione, nel mistero della Pasqua. Per questo tra sette giorni – sono sicuro – potrò cantare l’alleluia con tutta la Chiesa.

 † Vescovo Carlo

(foto Sergio Marini)