I nostri tre doni al Bambino di Betlemme

domenica 6 gennaio 2019

Domenica 6 gennaio 2019, solennità dell’Epifania, il vescovo Carlo ha celebrato l’Eucarestia in Sant’Ignazio e pronunciato la seguente omelia.

 

«Entrati nella casa, videro il bambino con Maria sua madre, si prostrarono e lo adorarono. Poi aprirono i loro scrigni e gli offrirono in dono oro, incenso e mirra».

Salvo errore l’unico episodio, ricordato nei Vangeli, in cui Gesù riceve dei doni da parte di qualcuno è questo, in cui i misteriosi personaggi giunti dall’oriente, offrono dai loro scrigni oro, incenso e mirra al Bambino di Betlemme. Può sembrare strano, ma in altre pagine del Vangelo non si dice mai che qualcuno doni qualcosa a Gesù, almeno per ringraziarlo per i miracoli ricevuti. Si può forse solo accennare al profumo che alcune donne versano ai suoi piedi o sulla sua testa in segno di affetto.

Offrire dei doni al Signore. Mi sono domandato: perché non potremmo portarli anche noi al Bambino Gesù? E se facessimo una delegazione della nostra Chiesa diocesana da inviare a Betlemme, che doni le affideremmo da consegnare al Signore? Una delegazione, che, senza che i Magi se ne accorgano, si inserisse dentro la carovana che sta andando a Betlemme seguendo la stella e che dopo i Magi, sbucando da dietro i cammelli, si inginocchiasse davanti al Bambino per offrirgli i doni della Chiesa di Gorizia…

Certo, se dovessimo andare su doni di carattere materiale ci sarebbe solo l’imbarazzo della scelta: una cassetta di “rosa di Gorizia”, un paio di bottiglie del vino del Collio, un cesto di pesce fresco di Grado…? E, se Betlemme fosse sul mare, una nave di crociera costruita a Monfalcone o almeno un modellino con cui il Bambino Gesù potesse giocare, magari andando in gita al lago di Genesaret una volta trasferitosi con la famiglia a Nazareth …

Tutti doni simpatici, ma penso che il Signore si attenda da noi altri regali, più legati alla nostra vita cristiana. Quali potrebbero essere? Doni nostri e non generici, autentici  e veri e non solo immaginati o sognati. Ci ho pensato a lungo e ne ho trovati tre.

Il primo dono che potremmo offrire al Signore è la capacità di commuoversi di fronte al bisogno dell’altro che molti cristiani, anche qui da noi, hanno saputo conservare. Molti cristiani, ma anche molti uomini e donne non credenti o di altre religioni, perché la commozione di fronte a chi è soffre ed è in difficoltà non è per fortuna un’esclusiva del cristiano. Commuoversi vedendo chi ha bisogno. Una commozione spontanea, immediata, reale. Una commozione – potremmo dire – “a prescindere”, a prescindere cioè se l’altro è buono o malvagio, conosciuto o sconosciuto, italiano o straniero, simpatico o indisponente, giovane o anziano, uomo o donna, povero o ricco,… E’ in difficoltà e questo basta perché il nostro cuore si commuova. Sembra poca cosa  la commozione e certamente non basta se poi non passa, per quanto possibile, all’azione. Ma è decisiva. Perdere la capacità di commuoversi direi quasi automaticamente di fronte al bisogno dell’altro, vuol dire incamminarsi sulla strada dell’egoismo, della chiusura, dell’esclusione e del disprezzo dell’altro. In una parola della cattiveria. E oggi purtroppo la cattiveria non manca e prende la forma becera del dispetto in gesti e parole verso il povero o quella più raffinata e pericolosa di contrapporre i poveri tra loro. Una forma usata dai potenti e dai ricchi che trovano comodo far passare l’idea che dare a tutti i bisognosi vuol dire togliere a qualcuno di essi. Meglio allora dividerli in categorie e metterle l’una contro l’altra, invece di porre a disposizione, se necessario, più risorse togliendole a chi ne ha fin troppe… La commozione verso il povero e il sofferente è il miglior antidoto alla cattiveria. Per questo è un bel dono per il Bambino Gesù. Del resto quante volte Lui, diventando adulto, si commuoverà davanti alla folla, vedendo i poveri e i sofferenti… Dobbiamo imitare la sua commozione.

Un secondo dono che potremmo portare a Betlemme è la preghiera. Non sempre appare all’esterno, ma c’è ancora tanta gente che prega, che si confronta ogni giorno con la Parola di Dio, che tiene viva dentro di sé un riferimento continuo e autentico a Dio. E non sono solo coloro che vengono a Messa alla domenica. La preghiera è tenere aperto un canale non solo tra chi prega e Dio, ma tra tutta l’umanità e il suo Creatore. Perché si prega sempre anche per e con chi non sa pregare, non ci riesce, si è dimenticato di Dio travolto dalle vicende della vita o dissipato dalla molte distrazioni di oggi. La preghiera è sempre preghiera di intercessione per tutti, non è mai solo per noi. La preghiera perché si compia la volontà di salvezza di Dio verso l’intera umanità.

C’è infine un terzo dono da affidare alla nostra delegazione incaricata di andare dal Bambino Gesù. Ed è il dono della coerenza cristiana nei diversi ambiti della vita. Detto con altre parole, non tanto l’esibire di essere cristiani, ma il non nascondere di esserlo e vivere, pur con i nostri peccati e le nostre debolezze, in coerenza con il Vangelo. Non nasconderlo in famiglia, nel gruppo di amici, sul lavoro, a scuola, all’università, nelle relazioni sociali,… Non nasconderlo, anche se a volte ti prendono in giro perché frequenti la chiesa o cerchi di vivere certi valori: “Ma come, sei grande e vai ancora a fare il ministrante? Sei un uomo e ci credi ancora alle cose dei preti? Vuoi andare a Messa questa domenica, ma siamo in gita, lascia perdere…! Sei sposata da trent’anni e non ti sei ancora stancata di quel fannullone di tuo marito? lascialo, sei ancora carina e divertiti… Ma perché insisti nel fare le cose corrette? non stai esagerando?, non vedi che tutti qui in ufficio si arrangiano?…”. La testimonianza e la coerenza della vita cristiana. Ecco un terzo dono da portare a Betlemme come comunità cristiana della nostra diocesi.

Mi piacerebbe, però – ed è un invito che faccio a tutti, cominciando da me stesso – che ciascuno di noi pensasse oggi non a tre doni, ma anche solo a un dono personale da portare al Bambino Gesù. Un dono vero, nostro, da offrire mossi da ciò che è presente dal profondo del nostro cuore. Un dono che solo noi e il Signore conosciamo, come un segreto tra noi e Lui.

Ma forse è giusto che faccia un’eccezione a questo e vi dica il mio, solo per offrirvi uno spunto. E in fondo il vescovo è una persona pubblica. Io vorrei portare a Betlemme la mia povertà, i miei peccati, le mie fragilità ma insieme il desiderio di amare il Signore con tutto il cuore, con tutta l’anima, con tutta la mente, con tutte le forze e di servirlo nella Chiesa. Almeno il desiderio perché la realizzazione è un’altra cosa.

Ma penso che al Bambino Gesù piacciano anche i nostri desideri…

+ vescovo Carlo

 

 

 

Il primo giorno dell’anno civile – 1 gennaio 2019, Solennità di Maria Madre di Dio e Giornata mondiale sella pace – il vescovo Carlo aveva celebrato l’Eucarestia in cattedrale è pronunciato la seguente omelia.

L’inizio del nuovo anno avviene dentro le feste di Natale. C’è quasi un parallelo tra la nascita di Cristo e la nascita di un nuovo anno, tra l’inizio del tempo della salvezza e l’inizio di un anno. Un parallelo che ormai da molti anni si incentra sul tema della pace, quella pace che gli angeli hanno invocato sulla terra cantando nel cielo di Betlemme: «Gloria a Dio nel più alto dei cieli e sulla terra pace agli uomini, che egli ama» (Lc 2,14).

Quest’anno è la 52° giornata mondiale della pace, proposta dal papa alla Chiesa e all’intera umanità, una tradizione iniziata da papa Paolo VI, continuata da papa Giovanni Paolo II, poi da papa Benedetto XVI e ora da papa Francesco. In questi anni i Sommi Pontefici non si sono limitati a invitare tutti a pregare e a impegnarsi per la pace, ma hanno dato, attraverso i propri messaggi, delle precise e concrete indicazioni per un cammino realistico di pace. Anche solo scorrendone i titoli si intuisce che da essi è possibile ricavare quasi un manuale della pace. Cito solo i titoli dei messaggi di papa Francesco: “Fraternità, fondamento e via per la pace” (2014); “Non più schiavi, ma fratelli” (2015); “Vinci l’indifferenza e conquista la pace” (2016); “La nonviolenza: stile di una politica per la pace” (2017); “Migranti e rifugiati: uomini e donne in cerca di pace” (2018).

L’intervento di quest’anno ha come titolo: “La buona politica è al servizio della pace”. La politica, quindi, collegata alla pace. Siamo in un epoca in cui la politica non offre certamente una buona immagine, sia quella data da sé, sia quella rilanciata e spesso amplificata, negli aspetti negativi e discutibili, dai media.

Eppure in ambito ecclesiale si cita spesso la frase «la politica è la più alta forma di carità», attribuita a Paolo VI, che però non l’ha però mai pronunciata, mentre in realtà è stata utilizzata per la prima volta da papa Pio XI nel 1927 in un discorso rivolto ai giovani della FUCI. Per la precisione papa Pio XI diceva in quella occasione: «Tutti i cristiani sono obbligati ad impegnarsi politicamente. La politica è la forma più alta di carità, seconda sola alla carità religiosa verso Dio». Parole molto forti, che esprimono una concezione alta della politica, come reale e concreto servizio al bene comune.

Oggi, invece, la politica sembra molto lontano dalla carità e non pare essere una vocazione o anche solo un possibile impegno da proporre ai giovani. Non è questa la sede per approfondire o anche solo per elencare i motivi che hanno portato a questa situazione. Accenno solo al venir meno della consapevolezza di alcuni elementari principi che reggono il vivere comune e l’organizzazione sociale. Ne cito uno, a mo’ di esempio: si è dimenticato che chi ha un compito istituzionale (sindaco, presidente di regione, capo di governo, ecc.) ha un ruolo verso tutti. Ciò significa che deve prendersi cura del bene comune e di tutti cittadini e non solo di chi lo ha votato (un prendersi cura che partirà dalla visione della società propria della sua parte politica, ma che dovrà aprirsi e dialogare con le altre visioni sociali). E viceversa i cittadini sono tenuti a vedere in chi è investito di un compito amministrativo e di governo non l’amico o l’avversario politico, ma il rappresentante di un’istituzione che merita comunque rispetto.

Forse qualche responsabilità è anche della realtà ecclesiale che negli ultimi decenni ha rinunciato a fare formazione sistematica all’impegno socio-politico alla luce della dottrina sociale cristiana, non ha incoraggiato i credenti a impegnarsi in questo e, infine, spesso non ha sostenuto se non talvolta isolato chi aveva scelto nonostante tutto di tentare la via di questo servizio alla società.

Resta però il fatto, al di là del momento attuale così depressivo circa la politica, che essa ha comunque in sé un’ambivalenza, se non un’ambiguità. Papa Francesco nel suo messaggio, che vi invito a leggere, ha consapevolezza di questo e lo evidenzia proprio nel rapporto tra politica e servizio alla società e alla pace. Dice infatti: «La politica è un veicolo fondamentale per costruire la cittadinanza e le opere dell’uomo, ma quando, da coloro che la esercitano, non è vissuta come servizio alla collettività umana, può diventare strumento di oppressione, di emarginazione e persino di distruzione».

Esplicitando questa ambivalenza, papa Francesco elenca le virtù «che soggiacciono al buon agire politico: la giustizia, l’equità, il rispetto reciproco, la sincerità, l’onestà, la fedeltà». Ma enumera anche i vizi della politica e, purtroppo, l’elenco risulta inevitabilmente più lungo: «la corruzione – nelle sue molteplici forme di appropriazione indebita dei beni pubblici o di strumentalizzazione delle persone –, la negazione del diritto, il non rispetto delle regole comunitarie, l’arricchimento illegale, la giustificazione del potere mediante la forza o col pretesto arbitrario della “ragion di Stato”, la tendenza a perpetuarsi nel potere, la xenofobia e il razzismo, il rifiuto di prendersi cura della Terra, lo sfruttamento illimitato delle risorse naturali in ragione del profitto immediato, il disprezzo di coloro che sono stati costretti all’esilio».

Ma che cosa può fare in positivo la buona politica per la pace? Secondo papa Bergoglio un suo primo impegno è quello di promuovere «la partecipazione dei giovani e la fiducia nell’altro». Ciò avviene – sono parole del papa – «Quando la politica si traduce, in concreto, nell’incoraggiamento dei giovani talenti e delle vocazioni che chiedono di realizzarsi, la pace si diffonde nelle coscienze e sui volti. Diventa una fiducia dinamica, che vuol dire “io mi fido di te e credo con te” nella possibilità di lavorare insieme per il bene comune».

Un secondo impegno è dire «no alla guerra e alla strategia della paura», perché «la pace non può mai ridursi al solo equilibrio delle forze e della paura». In tale contesto papa Francesco parla anche del rispetto verso ogni persona, migranti e poveri compresi («Non sono sostenibili i discorsi politici che tendono ad accusare i migranti di tutti i mali e a privare i poveri della speranza», sono le sue parole), e di un’attenzione speciale verso i bambini: «Il nostro pensiero va, inoltre, in modo particolare ai bambini che vivono nelle attuali zone di conflitto, e a tutti coloro che si impegnano affinché le loro vite e i loro diritti siano protetti. Nel mondo, un bambino su sei è colpito dalla violenza della guerra o dalle sue conseguenze, quando non è arruolato per diventare egli stesso soldato o ostaggio dei gruppi armati».

La conclusione del messaggio propone di vedere la pace come «frutto di un grande progetto politico che si fonda sulla responsabilità reciproca e sull’interdipendenza degli esseri umani». Ma la pace è anche una sfida che chiede di essere accolta giorno dopo giorno in una triplice dimensione da parte di tutti: «la pace con sé stessi, rifiutando l’intransigenza, la collera e l’impazienza e, come consigliava San Francesco di Sales, esercitando “un po’ di dolcezza verso sé stessi”, per offrire “un po’ di dolcezza agli altri”; la pace con l’altro: il familiare, l’amico, lo straniero, il povero, il sofferente…; osando l’incontro e ascoltando il messaggio che porta con sé; la pace con il creato, riscoprendo la grandezza del dono di Dio e la parte di responsabilità che spetta a ciascuno di noi, come abitante del mondo, cittadino e attore dell’avvenire».

Come si può notare sono impegni che riguardano ciascuno di noi e non solo i politici. Chiediamo che il Bambino di Betlemme, con l’intercessione materna di Maria madre di Dio e madre nostra, ci aiuti nel nuovo anno a vivere tutti, ciascuno secondo le proprie responsabilità, un vero impegno per la pace.

+ vescovo Carlo 

 

L’ultimo giorno dell’anno civile 2018: l’arcivescovo Carlo aveva celebrato la messa di ringraziamento nella chiesa di S.ignazio. Pubblichiamo di seguito il testo della sua omelia. Il rito si è concluso con il canto del Te Deum.

Perché celebriamo la fine dell’anno? La risposta può essere molteplice. Per avere un’altra occasione di festa un po’ diversa dalle altre: il cenone con parenti e amici, i botti e i fuochi artificiali in piazza, i balli e la musica. Oppure per fare un bilancio del tempo trascorso. O anche per ringraziare per quello che c’è stato. forse anche per chiedere perdono… Penso però che il vero motivo per cui festeggiamo la fine sia per festeggiare l’inizio. Sì, perché, se ben ci pensiamo, a noi interessa l’inizio, l’avere davanti a noi un nuovo anno. Se non finisce il vecchio, non ci può essere il nuovo.

Ma perché ci sta così a cuore il nuovo? Ritengo per tre motivi. Anzitutto per vivere. Ciò che non si rinnova è comunque destinato a invecchiare, a morire. Se invece c’è qualcosa di nuovo, la vita riparte. In fondo è quello che si impara dal succedersi delle stagioni con il ciclo continuo delle piante: le foglie cadono rinsecchite, ma al loro posto spuntano a primavera i germogli. Se non cadessero le foglie, non ci sarebbero le nuove gemme e le vecchie foglie ingiallirebbero sempre di più fino a seccare per sempre. E l’albero morirebbe.

Esiste però un secondo motivo ed è il desiderio di ricominciare da capo, con una purezza riconquistata. Il desiderio cioè di girare pagina e di avere un foglio immacolato su cui scrivere la vita. L’aspirazione ad avere una nuova opportunità da spendere finalmente bene nel nuovo anno.

Questi due primi motivi hanno dei limiti evidenti. E’ vero che si comincia un anno nuovo, ma si diventa contemporaneamente anche più vecchi di un anno, non si ringiovanisce. La vita si allunga, ma ci si avvicina inevitabilmente alla fine. E’ vero che si apre un nuovo foglio bianco su cui scrivere la nostra vita, ma anche su quel foglio non riusciremo a scrivere restando nelle righe e ci saranno ancora cancellazioni e brutte macchie.

C’è però un terzo motivo che ci fa cercare il nuovo e questo non delude. Ed è l’amore. L’amore è sempre nuovo e non può che essere che nuovo, altrimenti diventa stanca abitudine, ripetuta ritualità. Se al mattino dai un bacio alla tua donna o al tuo uomo, a tuo figlio o a tua figlia, a tua mamma o a tuo papà, o quel bacio è nuovo o è falso. Il bacio è sempre lo stesso, come il “ti amo” è sempre lo stesso, ma solo in apparenza. Se è vero amore, l’amore è comunque nuovo. Ogni giorno.

Per questo l’amore è ciò che dà la vita, è ciò anche che dà il perdono e permette di ricominciare: una vita senza amore è morta, un ricominciare senza amore è autoillusione. Anche un nuovo anno senza amore non merita neppure di essere cominciato. E un anno che si conclude ha senso solo se in esso è possibile rintracciare segni di amore ricevuto e di amore donato.

Il cambio dell’anno avviene nel periodo natalizio, mentre siamo invitati a contemplare perlunghi giorni l’evento della nascita di Cristo. Questa sera dal punto di vista di Maria, Madre di Dio.

Il Vangelo di oggi, in particolare, ci suggerisce di metterci in ascolto dei pastori, così come ha fatto Maria che conservava poi tutto nel suo cuore, perché sono loro che possono spiegare chi sia quel Bambino che sono venuti a vedere. Dice il Vangelo: «dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori». Può essere bello allora metterci davanti al presepio e farci raccontare dai pastori ciò che hanno udito dall’angelo e ciò che hanno visto. Per contemplare e capire il mistero del Natale.

Allora comprenderemo maggiormente chi è quel Bambino nato a Betlemme. Capiremo che Lui è la vera novità dell’umanità, ciò che è veramente nuovo, ciò che è veramente l’inizio (e non per niente in molti paesi del mondo si contano gli anni a partire dalla sua nascita). Per questo giustamente Paolo – lo abbiamo ascoltato nella seconda lettura – colloca la nascita di Cristo nella pienezza del tempo: «quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli».

Perché Gesù è la novità? Perché è l’amore fatto carne. L’amore di Dio, anzi Dio stesso che è amore. Un amore che si fa uomo e che si donerà totalmente sulla croce, ben sapendo che, come dirà Lui stesso, «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv15,13). Proprio perché è l’amore di Dio fatto carne, quel Bambino è la fonte della vita, la vita vera che dura per sempre perché nasce da una decisione di amore, quella di Dio che ci ha voluti e creaticome suoi figli e che non si rassegna alle nostre scelte di morte, ma ci vuole invece vivi e vivi per sempre.

E il Bambino Gesù è anche la possibilità del perdono e il dono della salvezza. Lui solo infatti può redimere la nostra vita e trasformare i giorni oscuri del peccato nei giorni luminosi del perdono. Lui solo può restaurare in noi quell’immagine e somiglianza con Dio che il peccato ha rovinato. I Vangeli ce ne offrono abbondante testimonianza in tanti uomini e donne che in Gesù hanno trovato il perdono e la salvezza.

Festeggiare questa sera la fine dell’anno significa allora per noi credenti avere una pausa in cui prendere coscienza dei doni ricevuti vedendoli comunque come segno dell’amore di Dio. E quindi avere motivi per ringraziare. Un amore che spesso, magari a distanza di tempo, abbiamo scoperto presente anche negli avvenimenti e nelle situazioni non facili, di sofferenza, di tristezza, di buio. Altre volte – è onesto riconoscerlo – quei momenti sono rimasti bui, ma la fede ci dice che anche di essi ci verrà a suo tempo svelato il senso e sarà un significato d’amore.

Festeggiare questa sera la fine dell’anno vuol dire anche aprirci all’anno nuovo non con la consolazione di momentanei auguri di felicità o l’illusione di vuoti oroscopi, ma con la certezza che sarà un anno dove saremo comunque amati come figli, dove potremo sperimentare la vita, il perdono e l’amore, dove potremo ricevere quella benedizione che Dio ha affidato ad Aronne e che abbiamo ascoltato nella prima lettura: «Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace». Auguri.

+ vescovo Carlo

Nel giorno di Natale, l’arcivescovo Carlo aveva presieduto la messa nella chiesa di S. Ignazio pronunciando la seguente omelia.

E il Verbo si fece carne
e venne ad abitare in mezzo a noi;
e noi abbiamo contemplato la sua gloria
.

Che gloria avete contemplato voi pastori di Betlemme in quella notte? Un neonato, posto in una mangiatoia, nato fuori casa, in un paese che non è il suo, tra gente sconosciuta (forse sono stati imprudenti quei giovani genitori, quella donna incinta al nono mese a mettersi in viaggio; certo c’era l’ordine dei romani e come si fa a disubbidire a chi ha la spada in mano?…).

Che gloria avete contemplato, voi donne di Betlemme che avete aiutato quella giovane mamma al cui seno quel bimbo succhiava avido come ogni neonato?

Che gloria avete contemplato, voi antichi sapienti dell’oriente? Un bambino che a causa della vostra venuta (certo non è colpa vostra, ma di Erode…) è stato messo in un pericolo mortale. Siete entrati in una semplice casa accogliente che una giovane coppia dovrà in fretta lasciare per fuggire in un paese straniero.

Che gloria avete contemplato, voi Simeone e Anna, incrociando quella giovane coppia con un piccolo bimbo in braccio alla mamma, lì nell’atrio del tempio? Una mamma spaventata dalle tremende parole del vecchio profeta: quel bambino sarà segno di contraddizione e a lei una spada trafiggerà l’anima.

Che gloria avete contemplato, voi Gioacchino e Anna, nonni di quel bambino di cui ascoltavate emozionati le prime balbettanti parole?

Che gloria avete contemplato, voi bambini di Betlemme giocando con quel compagno in tutto uguale a voi, ballando al suono del flauto le danze del gioco delle nozze e cantando le nenie lamentose del gioco del funerale?

Che gloria avete contemplato, voi dottori del tempio di fronte alle domande di quell’adolescente restato a Gerusalemme all’insaputa dei genitori? Avete visto l’angoscia e la preoccupazione della madre quando finalmente sono arrivati, dopo aver lasciato la carovana lontana un giorno di viaggio.

Che gloria avete contemplato, voi gente di Nazareth quando andavate nelle bottega di Giuseppe e quel giovane, che lavorava abilmente il legno, prendeva con un sorriso le vostre ordinazioni?

Che gloria avete contemplato, voi uomini di Nazareth quando quel giovane si alzava al sabato nella sinagoga per leggere dal rotolo della Scrittura?

Che gloria avete contemplato, voi peccatori che facevate la fila per essere battezzati da Giovanni lì sulle rive del Giordano e lui era in mezzo a voi, uno dei tanti?

Che gloria avete contemplato voi, rudi pescatori di Galilea quando avete camminato con lui, lo avete visto seduto assetato al pozzo, lo avete svegliato, lui spossato e stanco, spaventati sulla barca in tempesta?

Che gloria avete contemplato, voi discepoli, quando si commuoveva di fronte ai malati, ai ciechi, ai sordi, ai muti, ai lebbrosi, alla folla stanca e dispersa come pecore senza pastore?

Che gloria avete contemplato, voi folla di Gerusalemme quando è giunto in città cavalcando un asinello con i bambini che gridavano osanna?

Che gloria avete contemplato, voi soldati del tempio in quella notte oscura quando lo avete catturato nell’orto?

Che gloria avete contemplato, voi illustri uomini del sinedrio quando l’avete giudicato e disprezzato come un bestemmiatore e un uomo da nulla?

Che gloria avete contemplato voi, Pilato ed Erode, vedendo quell’uomo in catene, facendolo flagellare, condannandolo alla croce, rivestendolo di scarlatto come un pazzo?

Che gloria avete contemplato, voi, gente di Gerusalemme vedendolo appeso alla croce tra due malfattori?

Che gloria avete contemplato, voi soldati romani vedendo lui che invocava Elia e moriva gridando?

 

Tutti voi, pastori, magi, uomini e donne di Betlemme e di Nazareth, dottori del tempio, pescatori di Galilea, gente di Gerusalemme, uomini del sinedrio, Pilato ed Erode, soldati avete visto solo un uomo. Un uomo di carne, con un volto, un cuore, delle mani, delle parole, dei gesti, dei sogni, delle speranze, delle sofferenze,… Un uomo, certo, particolare, ma in fondo ogni uomo è unico.

Solo un uomo? O il figlio di Dio divenuto realmente carne, divenuto in tutto simile a noi tranne che nel peccato? Si può decidere che no: è solo un uomo. Si può decidere comunque di non accoglierlo, lui luce e vita, affascinati dal mistero inquietante delle tenebre.

Ma sentite cosa succede se lo si riconosce, se lo si accoglie, Lui, figlio di Dio diventato uomo: «A quanti però lo hanno accolto ha dato potere di diventare figli di Dio». Diventare figli di Dio. Niente di meno. E realizzare così pienamente il disegno originario di Dio che ci ha creati a sua immagine e somiglianza perché fossimo suoi figli. Il figlio di Dio è divenuto uomo perché gli uomini diventassero figli di Dio.

Ma come si fa riconoscerlo e ad accoglierlo oggi? Come si fa a comportarci realmente da figli di Dio? Dove si vede oggi la sua gloria? Ce lo ha detto Lui stesso, quando ci ha svelato che quel giorno ci chiederà: «avevo fame, avevo sete, ero nudo, ero straniero, ero malato, ero in carcere e mi hai dato da mangiare, da bere, da vestire, mi hai accolto, mi hai visitato, sei andato a trovarmi?». Da quando ce lo ha detto con quella pagina evangelica non possiamo più dire: «Signore, quando ti abbiamo visto affamato o assetato o straniero o nudo o malato o in carcere?». Perché  noi sappiamo bene dove oggi possiamo contemplarlo, dove vedere la sua gloria di Figlio unigenito, dove oggi riconoscerlo e accoglierlo.

A Natale si può e si deve fermarsi a contemplare il bambino nel presepe, ma solo per un momento, solo per imprimerci bene il suo volto, ma poi bisogna uscire e contemplare la gloria del Figlio unigenito nel volto di ogni uomo e di ogni donna, in particolare di chi è povero e bisognoso. Solo così sarà Natale.

Buona contemplazione.

+ vescovo Carlo

 

L’arcivescovo Carlo aveva in precedenza celebrato la messa solenne della notte nel Natale 2018 in Cattedrale. Pubblichiamo di seguito la sua omelia.

Devo riconoscere che sono stato molto incerto questa notte se dirvi o no quanto sto per comunicarvi. Ci rifletto da giorni. Ma poi ho pensato che è giusto farlo. Ebbene, ve lo confesso: la notte in cui per me la fede diventa più difficile è proprio questa. Sì, non avete capito male, proprio la notte di Natale. Certo, ascoltare che un vescovo ha qualche difficoltà nella fede può disorientare e persino scandalizzare. E per di più a Natale. Ma non sarei sincero se non ve lo dicessi.

Quale difficoltà ho nella fede? Si esprime in un interrogativo: può essere davvero Dio quel bambino avvolto in fasce nato a Betlemme più di duemila anni fa? Questa è la domanda, una questione molto grave. Soprattutto se prendiamo sul serio Dio, se ci facciamo un’immagine almeno approssimativamente credibile di Lui.

So che i filosofi e i teologi non sarebbero d’accordo, ma mi è venuta l’idea, pensandoci in questi giorni, di provare a elaborare un’immagine “quantitativa” di Dio e di proporvela per spiegare la mia difficoltà.

Qualche settimana fa ho conosciuto un astrofisico, un prete che fa l’astronomo nella specola vaticana, un’antica istituzione del Vaticano impegnata in ricerche astronomiche e fisiche, ora con l’aiuto in particolare di un potente telescopio che si trova nel deserto dell’Arizona. Nella relazione da lui tenuta in un corso di aggiornamento per operatori pastorali e catechisti ha dato qualche numero circa l’universo. Sono andato a rivedermi gli appunti, spero di averli scritti esattamente. Ve li elenco. Età dell’universo: quasi 14 miliardi di anni. Massa dell’universo: 10 alla 52° kg. Raggio dell’universo: 45,7 miliardi di anni luce. Universo conosciuto: il 4% perché è ipotizzata l’esistenza della materia oscura non visibile. Queste le misure dell’universo, ammesso che non ci siano altri universi…

E Dio, se vogliamo farci un’immagine quantitativa di Lui, – immagino siate d’accordo… – sarà certo più grande dell’universo! Anche la Bibbia del resto offre qualche spunto per un’idea della grandezza di Dio che supera le nostre misure. Per esempio, il salmo 90 afferma circa il tempo di Dio: «Mille anni, ai tuoi occhi, sono come il giorno di ieri che è passato, come un turno di veglia nella notte». E nel dialogo tra Dio e Giobbe, contenuto nel libro omonimo, l’Onnipotente non fa che affermare la sua grandezza rispetto all’intero creato e a maggior ragione in relazione all’uomo: «Quando ponevo le fondamenta della terra, tu dov’eri? Dimmelo, se sei tanto intelligente! Chi ha fissato le sue dimensioni, se lo sai, o chi ha teso su di essa la corda per misurare? Dove sono fissate le sue basi o chi ha posto la sua pietra angolare, mentre gioivano in coro le stelle del mattino e acclamavano tutti i figli di Dio? […] Puoi tu annodare i legami delle Pleiadi o sciogliere i vincoli di Orione? Puoi tu far spuntare a suo tempo le costellazioni o guidare l’Orsa insieme con i suoi figli? Conosci tu le leggi del cielo o ne applichi le norme sulla terra?» (Giobbe 38,4-7; 31-33).

Ma torniamo al bambino di Betlemme. Alcuni dati: peso circa 3 kg, altezza circa 50 cm, durata futura della sua vita: 33 anni. 3 kg contro 10 alla 52° kg; 50 cm contro 45,7 miliardi di anni luce; 33 anni contro quasi 14 miliardi di anni. Non c’è paragone…

Questo bambino può essere il figlio di Dio, di quel Dio che annoda le costellazioni e governa le leggi dell’universo e per il quale mille anni sono come un turno di veglia? Può essere il Signore dell’universo, lui così piccolo?

Un bambino che, come tutti i bambini nei primi mesi, si nutre con voracità al seno della mamma, dorme, piange, fa la cacca, sorride, emette piccoli simpatici versi con la bocca, pronuncia progressivamente qualche sillaba,…

Un bambino che dovrà crescere e imparare a camminare, a parlare, a giocare, a relazionarsi con gli altri, …

Un bambino che, come tutti i bravi ragazzi ebrei, dovrà imparare a leggere la Bibbia, a recitare i salmi, a frequentare il tempio, ecc.

Un bambino che diventando giovane uomo dovrà imparare un mestiere, guadagnarsi da vivere con il lavoro, confrontarsi con le problematiche del suo tempo, sentire il peso dell’oppressione dei romani, conoscere le gioie e le sofferenze della gente…

E sappiamo come la sua vita si interromperà a 33 anni: sulla croce, lì sul Calvario.

Quel bambino è Dio? Quell’uomo, che quel bambino diventerà, si manifesterà come il figlio di Dio? Come è possibile? Un puntino nell’universo immenso come ciascuno di noi, una vita che dura meno di un respiro dell’intero universo, una vicenda umana che si svolge su un piccolo pianeta di un sistema solare parte di una tra i 100 miliardi di galassie che compongono l’universo? E non è solo il figlio di Dio, ma è il salvatore di tutti noi, anzi il re dell’universo…

Ai pastori l‘angelo nella notte di Betlemme, dopo aver annunciato: «oggi, nella città di Davide, è nato per voi un Salvatore, che è Cristo Signore», fa un’affermazione che può sorprendere: «Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia»Questo per voi il segno: troverete un bambino avvolto in fasce, adagiato in una mangiatoia. Usa la parola “segno”: come mai? Segno perché non è l’evidenza della realtà: vedranno con gli occhi fisici un bambino, devono vedere con gli occhi della fede il figlio di Dio che si è fatto uomo.

Ecco la fede: anche ai pastori è stata chiesta. Come a noi. Il bambino di Betlemme non si impone, perché Dio, l’Onnipotente, Lui, il creatore dell’universo, non ci obbliga a credere, no ci schiaccia con la sua onnipotenza. Anzi si affida a noi, vuole venire tra le nostre braccia con la stessa fiducia di un bimbo che si sente sicuro tra le braccia della mamma o del papà. Se lo vogliamo, però.

Noi non siamo niente rispetto all’universo, ma abbiamo la dignità di persone create a immagine e somiglianza di Dio, abbiamo la libertà di dire di sì o di no a chi ci ha creato, al suo amore. L’universo intero non ha questa libertà. Noi sì. E Dio si è fatto come noi per rispettare la nostra libertà, vuole dei figli, non delle creature predeterminate dalle forze oscure dell’universo. Vuole persone libere, capaci di amare. La fede, allora, non è un ostacolo alla realizzazione della nostra umanità, ma è lo spazio che ci è dato per esercitare la nostra libertà di figli.

Dobbiamo scegliere stanotte: andare con il cuore a Betlemme, prendere tra le braccia quel bambino e riconoscerlo figlio di Dio e nostro fratello oppure rinunciarvi. Scegliere di credere che proprio il suo essere diventato uomo come noi, Lui il figlio di Dio, ci permette di diventare a nostra volta figli di Dio come Lui, oppure decidere di non credere. Ebbene io, pur con tutte le mie domande e i miei dubbi, ci credo: stanotte a Betlemme ci vado.

Volete venire anche voi?

+ Carlo Roberto Maria Redaelli