Una Chiesa senza santi

venerdì 16 marzo 2018

Venerdì 16 marzo 2018 l’arcivescovo Carlo ha presieduto in cattedrale la solenne liturgia in occasione della solennità dei santi Ilario e Taziano, patroni della città di Gorizia. Pubblichiamo di seguito l’omelia pronunciata da monsignor Redaelli. 

Domenica scorsa ho concluso l’incarico, ricevuto più di due anni fa, di seguire una diocesi in Piemonte che si trovava in difficoltà per una serie di questioni di natura economico-amministrativa. Al di là dei problemi, ho avuto modo in questo periodo anche di conoscere e apprezzare la vita e le caratteristiche di quella Chiesa, che ha le sue origini nei primi secoli del cristianesimo ed è quindi più o meno coeva alla nostra Aquileia (il nuovo vescovo, entrato in diocesi domenica scorsa, è il 95° della serie).

Uno degli aspetti positivi di quella diocesi, che mi hanno molto colpito. è la presenza in essa della santità. Non si tratta solo dei santi dei primi secoli, ma di santi e beate che arrivano fini ai nostri giorni. Così, per esempio, c’è san Guido, patrono della diocesi, che è di epoca medievale. San Paolo della Croce, invece, è un santo del ‘700, fondatore dei passionisti. Nella seconda metà dell’800 hanno vissuto in quella diocesi un vescovo santo, San Giuseppe Marello, fondatore dei padri giuseppini, e santa Maria Domenica Mazzarello da cui hanno preso origine le salesiane. Più vicini a noi occorre ricordare la beata Teresa Bracco, trucidata dai nazisti, e la beata Chiara Luce Badano, una ragazza morta giovanissima nel 1990 dando una forte testimonianza di fede nella malattia. Ma l’elenco non è finito e sono in corso altre cause di beatificazione.

Pensando a questo, mi è venuto spontaneo interrogarmi se qui nella nostra diocesi di Gorizia ci sono santi e sante o almeno dei beati. Non ricordavo, infatti, di avere mai sentito parlare di qualche santo o santa dopo quelli dei primi secoli legati ad Aquileia. Per non sbagliarmi ho chiesto informazioni a chi sa più di me della nostra diocesi e mi è stato confermato che siamo una Chiesa da secoli senza dei santi propri. Una Chiesa senza santi: non è un dato consolante…

Ma un altro pensiero ha appesantito la mia amarezza: il fatto che oggi la città darà un attestato di riconoscenza alle suore del Monastero delle Orsoline che dopo 345 anni lasciano Gorizia. Mi è capitato di chiedere a qualche ex-allieva delle benemerite suore: “qualcuna di voi, intendo dire qualche ragazza o giovane di Gorizia che ha frequentato le scuole delle Orsoline, è forse entrata in convento negli ultimi decenni?”. La risposta è stata no. Una città quindi senza santi, la nostra, e, almeno in parte, senza vocazioni…

A queste mie considerazioni un po’ buie è facile contrapporre due obiezioni.

La prima: i santi non sono solo quelli sull’altare, perché esiste una santità nascosta ma non meno vera che certamente c’è stata e c’è ancora anche a Gorizia. La seconda: la santità e la vocazione sono doni di Dio, non possiamo quindi deciderli noi.
La prima obiezione è molto vera e mi trova concorde. Posso testimoniare personalmente di aver incontrato, in questi anni in cui sono diventato goriziano, diverse donne e uomini che sono esemplari nel loro vivere il Vangelo: persone che in silenzio fanno il loro dovere con onestà e competenza, aiutano con generosità gli altri, affrontano con pazienza e speranza prove pesanti, non si lasciano intimorire dalle incomprensioni, pregano con fedeltà, vivono in maniera semplice e sobria, sentono l’importanza del bene comune e ne assumono a vari livelli la responsabilità. Immagino – anzi sono certo – che anche nel passato più o meno recente ci siano state qui da noi persone così, in epoche serene e in giorni più tragici come quelli delle due guerre mondiali del secolo scorso che hanno profondamente ferito la nostra Città e il suo territorio.
Aggiungo che anche le stesse comunità parrocchiali di Gorizia danno testimonianza di comune operosità ispirata al Vangelo. Cito solo un esempio attuale. All’inizio dell’anno si era sentita la necessità di convocare i consigli pastorali delle parrocchie cittadine per un confronto sul tema dei migranti e dei rifugiati. La preoccupazione non detta era che le comunità cristiane fossero almeno in parte condizionate dal clima di sospetto e di rifiuto che si è diffuso nella città negli ultimi tempi, a volte – almeno così è l’impressione – fomentato ad arte per vari interessi.
La sorpresa positiva è stata che non solo i consigli pastorali hanno manifestato il pieno sostegno all’azione della caritas e della diocesi, ma si sono impegnati anche a garantire a turno un’azione di assistenza ai richiedenti asilo, in supplenza delle istituzioni, in particolare per la cena serale. Un piccolo, ma significativo segno di prendere sul serio il Vangelo.

Ma vengo alla seconda obiezione sopra formulata, quella che evidenzia essere la santità e le vocazioni doni del Signore. Ciò è profondamente vero. I santi non sono programmabili, né le vocazioni sono reclutabili per concorso. Se sono un dono di Dio, sia la santità, sia le vocazioni, possono però essere domandati al Signore con umile fede. Ci deve essere poi un terreno che li accolga fatto di persone, famiglie e comunità che a Gorizia, come ci insegna il brano evangelico di oggi, seguono il Signore prendendo la sua croce e donando la vita. Solo così potrà esserci quella grazia abbondante di cui ci ha parlato Paolo nella seconda lettura odierna.
Stiamo celebrando la solennità dei nostri Santi Patroni. Loro sono i nostri intercessori, quelli che con noi e per noi pregano il Signore. Vorrei allora, insieme con tutti voi, invocare la loro vicinanza e il loro sostegno per chiedere al Signore per la nostra Città il dono della santità e quello delle vocazioni.

Si tratta di doni che dovrebbero interessare anche chi si sente un po’ lontano dalla Chiesa o forse si considera anche non credente. Il Vangelo, infatti, vissuto in modo convinto, coerente e concreto alla maniera dei santi, non rende una città una realtà triste e spenta, non l’avvolge in una nebbia di moralismo formale e ipocrita, non è una coperta che spegne gioie ed entusiasmi. Al contrario: una città dove si vive il Vangelo è una città attiva, operosa dove ciascuno mette al servizio degli altri i propri talenti; diventa una società fraterna e accogliente, attenta a tutti, soprattutto ai più deboli e fragili; si trasforma in una comunità capace di cammini anche lunghi e faticosi di riconciliazione; si esprime come una famiglia, serena pur in mezzo alla difficoltà e piena di speranza.
Anche l’idea di vivere la vita come vocazione, come un dono che ti è stato dato, può essere una buona notizia per i giovani di oggi, spesso bloccati dal peso oppressivo di costruirsi una vita da soli, abbandonati all’arbitrio delle proprie scelte e caricati da attese eccessive da parte del mondo adulto.

Concludo con un’ultima annotazione: forse diverse persone che mi stanno ora ascoltando stanno pensando che, sì, la santità è una cosa bella, ma può riguardare altri, pochi eletti e privilegiati, non certo le persone normali. Cioè noi.
Vi intimorisce la parola santità? Va bene, lasciamola perdere. Ma vorrei che non vi spaventasse la parola “Vangelo”. Un Vangelo da ascoltare e da vivere con molta umiltà e con molta gioia da parte di ogni credente, qualsiasi sia la sua vocazione. Un Vangelo che può ancora oggi contribuire a dare un volto più umano e accogliente alla nostra cara Città. È questo il servizio che la comunità cristiana può offrire all’intera comunità cittadina. Un impegno che rinnoviamo confidando nell’aiuto dei nostri Patroni.

+ vescovo Carlo