Incontro con papa Francesco

“Buon giorno” sento dire dietro di me e la signora della reception di Casa Santa Marta, cui sto saldando il conto dei 5 giorni trascorsi a Roma per la visita ad limina, risponde “Buon giorno, Santità”. Mi giro e trovo al mio fianco papa Francesco che come ogni mattina, terminata colazione, sta salutando il personale della casa. Lo saluto a mia volta e dico: “Grazie, santità, per il bellissimo incontro di ieri. Ci vediamo a giugno”.

Vivere a Santa Marta, mangiare nel tavolo vicino al papa che come tutti gli ospiti a colazione si riempie la sua tazza di latte prendendolo dal recipiente posto sul tavolo self service, vedere che saluta tutti, che si intrattiene a tavola con una famiglia di amici, che dona a tutti un sorriso semplice e sereno… non capita tutti i giorni.

Ancora più affascinante il lungo incontro avuto giovedì mattina (più di un’ora e mezza) presso il suo studio. Un incontro in un clima di grande cordialità, serenità e semplicità. All’inizio c’è il saluto e la foto con ciascun vescovo. Poi la presentazione del dono (il nostro è stato certamente il più originale, forse il più gradito: due bottiglie del “vino della pace” della Cantina produttori di Cormons. Gli ho spiegato che proviene da vitigni di tutto il mondo e che gli arriverà anche dell’ottimo vino per la Santa Messa). Infine il saluto e la presentazione dell’accompagnatore (Mauro Ungaro) e la foto in tre. Così per tutti gli otto vescovi del gruppo.

Poi ci accomodiamo a cerchio su alcune poltrone attorno a lui (un cerchio stretto:mons. Gänswein ci aveva detto all’inizio che papa Francesco aveva fatto riferimento, per chiedere questa disposizione, al cerchio scout).

Incominciano le presentazioni delle nostre diocesi. Dopo mons. Mazzocato di Udine tocca a me. Ricordo di essere solo da sei mesi a Gorizia e che verrò a ricevere il pallio a giugno. Dico che sono stato vicario generale per sette anni del card. Tettamanzi e che porto i suoi saluti (il papa interviene dicendo che Tettamanzi è un cardinale buono, buono, buono…) e per un anno del card. Scola. Riferisco alcuni dati statistici della diocesi e che ha perso 3/5 del territorio dopo la guerra (accenno a Gorizia come piccola Berlino, divisa in due). Sottolineo la ricchezza della nostra storia antica riferendomi ad Aquileia e portando come esempio l’ultima cosa fatta prima di venire a Roma: la celebrazione in una chiesa dove sono stati trovati i corpi di martiri dei primi secoli (San Canzian d’Isonzo). Accenno alla presenza di parrocchie slovene e della ricchezza linguistica e culturale della diocesi (v. anche il friulano). Mi fermo sul problema vocazionale (c’è un solo diacono in seminario), ma preciso che non mi interessa se qualcuno va o no in seminario o sceglie la vita consacrata, ma che ogni giovane e ogni ragazza possa confrontarsi seriamente almeno una volta in vita con il Signore: poi le scelte giuste seguiranno. Sempre parlando dei giovani, sottolineo la necessità della speranza e faccio notare che nella visita ad limina noi vescovi abbiamo constatato che in S. Sede c’è un dicastero un po’ per tutto, in particolare uno che si occupa della fede (la Congregazione per la dottrina della fede) e uno della carità (il Pontificio consiglio Cor unum), ma che manca uno che si occupi della speranza. Il papa sorride e dice che è una buona idea e che si potrebbe parlarne a mons. Fisichella (Presidente del pontificio consiglio per la nuova evangelizzazione).

Intervengono poi gli altri vescovi: mons. Gardindi Treviso, mons. Pellegrini di Concordia-Pordenone (il papa dice che è stato a Pordenone una settimana dopo il terremoto – si ricordava del letto che tremava – per trovare un ragazzo argentino di origini italiane da lui salvato dai militari e fatto scappare in Italia ), mons. Muser di Bolzano-Bressanone, Mons. Pizziolodi Vittorio Veneto, Mons. Crepaldidi Trieste, Mons. Bressandi Trento. Tutti sottolineano la presenza nella nostra regione ecclesiastica del Triveneto di una buona tradizione di fede, ma anche il suo progressivo e veloce deteriorarsi. Praticamente tutti citano il tema vocazionale. Molti ricordano il rilevante impegno missionario delle nostre diocesi (soprattutto però del passato…). Alcuni accennano alla pluralità di presenze etniche e religiose come una ricchezza.

Più che con una risposta ai nostri interventi da parte di Papa Francesco, che già era intervenuto con qualche sottolineatura, il colloquio prosegue in modo dialogico libero, familiare e franco riprendendo più volte alcuni temi.

Anzitutto quello vocazionale: il papa dice che è una questione che gli sta molto a cuore. Afferma che a volte – cita la sua esperienza argentina – sono anche alcuni preti che scoraggiano le vocazioni perché scontenti o che comunque non fanno la proposta vocazionale perché non si dedicano al ministero delle confessioni dei giovani o lo fanno in maniera frettolosa non avendo la pazienza di ascoltare e di fare direzione spirituale. Dice, invece, che è fondamentale con i giovani dedicarsi al “ministero dell’orecchio”. Accenna al prossimo Regina coeli (quello del 21 aprile) dove vuol fare un invito esplicito ai giovani di seguire il Signore. È d’accordo con un vescovo che sottolinea, in base alla sua lunga esperienza di rettore del seminario, il fatto che i giovani sono disposti a impegnarsi, ma solo a tempo (per esempio, dieci anni)e che questo avviene anche per il sacramento del matrimonio. Intervengo dicendo che per i giovani è importante anche la presentazione di una Chiesa più leggera, più libera, … e lo ringrazio per i messaggi che sta dando su questa linea. Dice che è d’accordo. Faccio notare come nella giovinezza, verso i 18-20 anni, i giovani sentano il fascino di san Francesco e di Assisi. Afferma che è così perché dopo Gesù il più grande santo è Francesco e così lo coglie il popolo di Dio: per la sua vita, prima che per le sue parole. Sottolinea il fatto che a volte i sacerdoti vengono derisi, ma mai i francescani con il saio. Su invito di un vescovo, parla poi della sua preoccupazione per la crisi delle vocazioni femminili. Riprendendo l’intervento di un vescovo, sottolinea come il benessere sia rovinoso per le vocazioni. È infine d’accordo nel constatare che ci sono realtà nuove ricche di vocazioni, ma che presentano a volte delle fragilità.

Dal tema delle vocazioni il discorso si sposta sulla questione dell’annuncio. Il papa dice che il miglior documento in materia è l’Evangeli nuntiandi di Paolo VI, in particolare il n. 80 che cita in spagnolo: “la dulce y confortadora alegría de evangelizar” (testo posto anche al termine del documento finale dell’assemblea dell’episcopato dell’America latina del 2007 ad Aparecida al n. 552).

Sul tema dell’economia e del lavoro (un vescovo chiede un intervento del papa sulla crisi) dice che la sua preoccupazione è che nella storia si è pensato di risolvere le situazioni di grave crisi con la guerra. Dice che il lavoro è per l’uomo e non viceversa. Accenna al fatto che qualcuno (dei cardinali) ha detto che papa Giovanni Paolo ha fatto crollare il muro di Berlino (del comunismo) e che lui potrebbe far crollare quello del capitalismo. Dice che i licenziamenti sono peccati mortali e che in Vaticano ha dato disposizione sul fatto che bisogna ridurre il personale ma senza mai licenziare salvo che si abbia la certezza di un altro lavoro e di procedere invece non sostituendo, se possibile, chi va in pensione.

Più vescovi sottolineano poi la necessità di dare più rilievo, nell’ambito della Conferenza episcopale italiana, alla collegialità e alle conferenze episcopali regionali. Qualche vescovo cita l’esempio della conferenza episcopale brasiliana, che il papa conosce, una conferenza con un numero di vescovi più numeroso di quella italiana, ma dove si sono trovate forme interessanti di collegialità. Anche con riferimento alla curia romana, il papa dice che è sempre incombente il rischio della burocratizzazione. Un vescovo introduce il tema dei vescovi emeriti (più di 100 in Italia), chiedendo che venga studiata la loro figura anche da un punto di vista ecclesiologico e teologico. Il papa cita la sua esperienza, dicendo che aveva presentato la rinuncia alla diocesi più di un anno fa e che gli avevano detto di proseguire per due anni e di cominciare a pensarci dopo un anno e mezzo. Dice che pensava di dedicarsi a confessare e che aveva trovato una stanza in una casa di riposo, ma “poi mi hanno cambiato di diocesi…”.

Il papa non accenna minimamente a concludere, siamo noi che, un po’ imbarazzati, a un certo punto lo ringraziamo per averci ascoltato. Solo allora papa Francesco preme il pulsante che serve a chiamare i segretari. Concludiamo con un’Ave Maria, la consegna a ciascuno di una croce e di una busta con alcuni rosari, con una foto di gruppo e il saluto a ciascuno. Mi chiede di pregare per lui. Mi congedo alla fine dicendo: “La aspettiamo ad Aquileia” e mi ha risposto: “E io l’aspetto per il pallio”.

Prepariamoci allora all’incontro con papa Francesco a fine giugno, pregando per lui, ascoltando e mettendo in pratica i suoi insegnamenti, imparando dal suo stile sereno, essenziale ed evangelico, volendogli bene con tanto affetto e simpatia.

† Vescovo Carlo

27-04-2013