Una comunità che ascolta e che accoglie la Parola fatta carne
Augurio natalizio alla comunità diocesana attraverso il settimanale "Voce Isontina"

La lettera pastorale di quest’anno si intitola: Una comunità che ascolta e che accoglie. Che cosa o chi va ascoltato e va accolto? Il Natale lo dice con chiarezza: “il Verbo, la Parola che si è fatta carne” (Gv 1,14). C’è una coincidenza tra il destinatario dell’ascolto e quello dell’accoglienza: la Parola di Dio che si è fatta carne nel Signore Gesù. Ascoltare porta ad accogliere.

Chi va ascoltato e va accolto è il Verbo di Dio, la Parola di Dio. Una parola che non è chiacchiera al vento (come tanto nostro parlare a vuoto), non è opinione mutevole (opinioni di cui sono pieni i nostri mezzi di comunicazione), non è emozione passeggera (come tante nostre reazioni immediate), ma è “via, verità, vita” (Gv 14,6). E’ “via” che guida il nostro cercare, lo rende sicuro, lo indirizza a una meta, impedisce che sia un vagare senza senso e privo di uno scopo. E’ “verità” che dice il significato profondo del vivere e del morire, del gioire e del soffrire, del lavorare e del festeggiare, … la verità di ogni cosa. E’ “vita” perché è la Parola che ha creato la vita: “E Dio disse: Sia la luce,…sia il firmamento,…facciamo l’uomo…” (Gn 1); essa è la comunicazione della vita stessa di Dio.

Chi ascolta allora quella Parola ha davanti a sé una strada da percorrere, che gli svela la verità profonda di se stesso, degli altri e di ogni cosa, e che lo conduce alla vita vera, la vita per sempre. Quella Parola si è fatta carne. Non è solo una parola pronunciata o scritta, ma è una persona, è “carne”, è il Signore Gesù. Sono le sue parole, le sue azioni, ma anche le sue emozioni, i suoi desideri, le sue ripulse, i suoi sogni, le sue gioie, le sue sofferenze: tutto il Vangelo. Perché il Vangelo racchiude non una semplice parola, ma una persona, una vita, Dio stesso che si è fatto uno di noi. Il Vangelo dovrebbe essere ascoltato, ascoltato e riascoltato; letto, riletto e riletto ancora; pregato, meditato, assaporato, contemplato fino a diventare parola delle nostre parole, pensiero dei nostri pensieri, emozione delle nostre emozioni, speranza delle nostre speranze, vita della nostra vita. Solo così la Parola è ascoltata e accolta.

La Parola non si è fatta solo Vangelo, ma è divenuta carne. Dov’è oggi la carne di Cristo? Certo nell’Eucaristia, nel pane che è il Corpo dato, nel vino che è Sangue sparso. Ma anzitutto nelle persone, che vanno accolte come presenza di Lui.

Il Vangelo ci svela tutto ciò. Lui è presente in ciascuno di noi: “Se uno mi ama, osserverà la mia parola e il Padre mio lo amerà e noi verremo a lui e prenderemo dimora presso di lui” (Gv 14,23). La prima persona da accogliere siamo quindi noi stessi: accoglierci come dono, accoglierci come figli amati da Dio, accoglierci come “rivestiti di Cristo” (Rm 13,14), perché non siamo più noi, ma è Lui che vive in noi (Gal 2,20). Quanti disagi psicologici, esistenziali, persino fisici quando una persona non si accoglie. Ma è chiamata ad accogliersi non perché “si piace”, ma perché è “immagine e somiglianza di Dio” (Gn 1,26-27), è presenza del Verbo di Dio.

Lui poi è presente nella comunità, perché ha detto: “dove sono due o tre riuniti nel mio nome, lì sono io in mezzo a loro” (Mt 18,20). Anche la comunità va accolta come segno di Lui. Anzitutto la piccola comunità in cui ciascuno di noi è inserito: a cominciare dalla famiglia, ma anche i gruppi, la parrocchia, la Chiesa diocesana. Ma poi la grande comunità che è la Chiesa nel suo insieme, suo Corpo e sua Sposa da Lui amata perché “ha dato se stesso per lei” (Ef 5,25).

Lui è presente nell’altro. Chi offre all’altro un bicchiere d’acqua, lo offre a Lui; chi accoglie l’altro, accoglie Lui (Mt 19,40-42). L’altro è il “prossimo” o lo deve diventare, perché ognuno di noi è chiamato a “farsi prossimo” soprattutto di chi lungo la strada della vita è abbandonato, ferito, umiliato (Lc 10,29-37). Anche se non lo si riconosce, è Lui l’affamato da saziare, l’assetato da dissetare, il forestiero da accogliere, il nudo da rivestire, il malato da consolare, il carcerato da visitare (Mt 25, 31-46). Tutti gli “altri”, ma soprattutto i poveri, gli stranieri, i bisognosi sono dunque la sua carne da accogliere e da servire. Verremo giudicati su questa accoglienza.

Il Natale è la Parola che si fa carne. Parola da ascoltare e da accogliere, ma mentre la si accoglie si scopre di essere noi accolti per primi e che quella Parola ascoltata è ciò che ci ha chiamato all’esistenza e dice il senso del nostro vivere e del nostro essere umanità.

Il Natale è questo: mistero di ascolto e di accoglienza, di vita e di verità. Proprio per questo è mistero di gioia e di reale fraternità.

 

† Vescovo Carlo

20-12-2014