Il Bambino di Betlemme: la vera novità dell'umanità
L’ultimo giorno dell’anno civile 2018: l’arcivescovo Carlo ha celebrato la messa di ringraziamento nella chiesa di S.ignazio. Pubblichiamo di seguito il testo della sua omelia
31-12-2018

Perché celebriamo la fine dell’anno? La risposta può essere molteplice. Per avere un’altra occasione di festa un po’ diversa dalle altre: il cenone con parenti e amici, i botti e i fuochi artificiali in piazza, i balli e la musica. Oppure per fare un bilancio del tempo trascorso. O anche per ringraziare per quello che c’è stato. forse anche per chiedere perdono… Penso però che il vero motivo per cui festeggiamo la fine sia per festeggiare l’inizio. Sì, perché, se ben ci pensiamo, a noi interessa l’inizio, l’avere davanti a noi un nuovo anno. Se non finisce il vecchio, non ci può essere il nuovo.

Ma perché ci sta così a cuore il nuovo? Ritengo per tre motivi. Anzitutto per vivere. Ciò che non si rinnova è comunque destinato a invecchiare, a morire. Se invece c’è qualcosa di nuovo, la vita riparte. In fondo è quello che si impara dal succedersi delle stagioni con il ciclo continuo delle piante: le foglie cadono rinsecchite, ma al loro posto spuntano a primavera i germogli. Se non cadessero le foglie, non ci sarebbero le nuove gemme e le vecchie foglie ingiallirebbero sempre di più fino a seccare per sempre. E l’albero morirebbe.

Esiste però un secondo motivo ed è il desiderio di ricominciare da capo, con una purezza riconquistata. Il desiderio cioè di girare pagina e di avere un foglio immacolato su cui scrivere la vita. L’aspirazione ad avere una nuova opportunità da spendere finalmente bene nel nuovo anno.

Questi due primi motivi hanno dei limiti evidenti. E’ vero che si comincia un anno nuovo, ma si diventa contemporaneamente anche più vecchi di un anno, non si ringiovanisce. La vita si allunga, ma ci si avvicina inevitabilmente alla fine. E’ vero che si apre un nuovo foglio bianco su cui scrivere la nostra vita, ma anche su quel foglio non riusciremo a scrivere restando nelle righe e ci saranno ancora cancellazioni e brutte macchie.

C’è però un terzo motivo che ci fa cercare il nuovo e questo non delude. Ed è l’amore. L’amore è sempre nuovo e non può che essere che nuovo, altrimenti diventa stanca abitudine, ripetuta ritualità. Se al mattino dai un bacio alla tua donna o al tuo uomo, a tuo figlio o a tua figlia, a tua mamma o a tuo papà, o quel bacio è nuovo o è falso. Il bacio è sempre lo stesso, come il “ti amo” è sempre lo stesso, ma solo in apparenza. Se è vero amore, l’amore è comunque nuovo. Ogni giorno.

Per questo l’amore è ciò che dà la vita, è ciò anche che dà il perdono e permette di ricominciare: una vita senza amore è morta, un ricominciare senza amore è autoillusione. Anche un nuovo anno senza amore non merita neppure di essere cominciato. E un anno che si conclude ha senso solo se in esso è possibile rintracciare segni di amore ricevuto e di amore donato.

Il cambio dell’anno avviene nel periodo natalizio, mentre siamo invitati a contemplare perlunghi giorni l’evento della nascita di Cristo. Questa sera dal punto di vista di Maria, Madre di Dio.

Il Vangelo di oggi, in particolare, ci suggerisce di metterci in ascolto dei pastori, così come ha fatto Maria che conservava poi tutto nel suo cuore, perché sono loro che possono spiegare chi sia quel Bambino che sono venuti a vedere. Dice il Vangelo: «dopo averlo visto, riferirono ciò che del bambino era stato detto loro. Tutti quelli che udivano si stupirono delle cose dette loro dai pastori». Può essere bello allora metterci davanti al presepio e farci raccontare dai pastori ciò che hanno udito dall’angelo e ciò che hanno visto. Per contemplare e capire il mistero del Natale.

Allora comprenderemo maggiormente chi è quel Bambino nato a Betlemme. Capiremo che Lui è la vera novità dell’umanità, ciò che è veramente nuovo, ciò che è veramente l’inizio (e non per niente in molti paesi del mondo si contano gli anni a partire dalla sua nascita). Per questo giustamente Paolo – lo abbiamo ascoltato nella seconda lettura – colloca la nascita di Cristo nella pienezza del tempo: «quando venne la pienezza del tempo, Dio mandò il suo Figlio, nato da donna, nato sotto la Legge, per riscattare quelli che erano sotto la Legge, perché ricevessimo l’adozione a figli».

Perché Gesù è la novità? Perché è l’amore fatto carne. L’amore di Dio, anzi Dio stesso che è amore. Un amore che si fa uomo e che si donerà totalmente sulla croce, ben sapendo che, come dirà Lui stesso, «nessuno ha un amore più grande di questo: dare la sua vita per i propri amici» (Gv15,13). Proprio perché è l’amore di Dio fatto carne, quel Bambino è la fonte della vita, la vita vera che dura per sempre perché nasce da una decisione di amore, quella di Dio che ci ha voluti e creaticome suoi figli e che non si rassegna alle nostre scelte di morte, ma ci vuole invece vivi e vivi per sempre.

E il Bambino Gesù è anche la possibilità del perdono e il dono della salvezza. Lui solo infatti può redimere la nostra vita e trasformare i giorni oscuri del peccato nei giorni luminosi del perdono. Lui solo può restaurare in noi quell’immagine e somiglianza con Dio che il peccato ha rovinato. I Vangeli ce ne offrono abbondante testimonianza in tanti uomini e donne che in Gesù hanno trovato il perdono e la salvezza.

Festeggiare questa sera la fine dell’anno significa allora per noi credenti avere una pausa in cui prendere coscienza dei doni ricevuti vedendoli comunque come segno dell’amore di Dio. E quindi avere motivi per ringraziare. Un amore che spesso, magari a distanza di tempo, abbiamo scoperto presente anche negli avvenimenti e nelle situazioni non facili, di sofferenza, di tristezza, di buio. Altre volte – è onesto riconoscerlo – quei momenti sono rimasti bui, ma la fede ci dice che anche di essi ci verrà a suo tempo svelato il senso e sarà un significato d’amore.

Festeggiare questa sera la fine dell’anno vuol dire anche aprirci all’anno nuovo non con la consolazione di momentanei auguri di felicità o l’illusione di vuoti oroscopi, ma con la certezza che sarà un anno dove saremo comunque amati come figli, dove potremo sperimentare la vita, il perdono e l’amore, dove potremo ricevere quella benedizione che Dio ha affidato ad Aronne e che abbiamo ascoltato nella prima lettura: «Ti benedica il Signore e ti custodisca. Il Signore faccia risplendere per te il suo volto e ti faccia grazia. Il Signore rivolga a te il suo volto e ti conceda pace». Auguri.

+ vescovo Carlo