La responsabilità verso la pace
Incontro con gli amministratori pubblici della diocesi presso la Sala "Pietro Cocolin" di Gorizia
13-12-2014

Stiamo vivendo l’anniversario dello scoppio della prima guerra mondiale. Nell’anno che si sta concludendo ricordiamo i cento anni dall’inizio delle ostilità, ricorrenza che, rispetto alla maggior parte del territorio italiano, ci riguarda da vicino visto che Gorizia era allora parte dell’impero austro-ungarico: i nostri giovani sono andati in guerra già nel 1914 sul fronte orientale.

Nell’anno che si apre, invece, faremo memoria dei cento anni dall’ingresso dell’Italia nel primo conflitto mondiale, che ha provocato nei nostri territori combattimenti e stragi senza fine. Nel 2015 ricorderemo pure i settanta anni dalla fine della seconda guerra mondiale. Anche in questo caso, un avvenimento che ha segnato e ferito profondamente la nostra realtà territoriale e la nostra gente. Si tratta quindi di anniversari che in altre parti di Italia possono essere ricordati con qualche celebrazione o qualche convegno di carattere storico, ma che da noi esigono una particolare attenzione, visto lo strascico di sofferenza e di divisione che i due conflitti mondiali del secolo scorso hanno lasciato qui da noi. E’ significativo il fatto che papa Francesco abbia scelto come luogo in cui ricordare a livello mondiale l’anniversario della prima guerra mondiale, tra i tanti possibili sparsi in tutta Europa, proprio Redipuglia, con il sacrario italiano e il cimitero austro-ungarico.

La consapevolezza della specificità che il nostro territorio e la nostra storia richiedono nel ricordare questi anniversari, in particolare il primo, mi hanno spinto la scorsa estate a scrivere una lettera sul tema della pace: Egli è la nostra pace. Lettera nel centesimo anniversario dell’inizio della prima guerra mondiale (Gorizia, 28 luglio 2014).

L’intento immediato era quello di offrire qualche spunto di riflessione e di preghiera in preparazione alla visita del papa, ma lo scopo dello scritto era molto più ampio: spingere a non limitarci a qualche rievocazione storica del passato o a preparare celebrazioni o itinerari turistici studiati appositamente per l’anniversario, ma a riflettere e ad agire per la pace, partendo dai fatti di cento anni fa. L’azione per la pace non deve essere occasionale, ma continuativa. Non è vero che se non si fa niente, lo status quo circa la pace rimane immutato. Perché chi vuole direttamente o indirettamente la guerra comunque è sempre in azione, se non altro per interessi economici.

Per molti la guerra è un grande affare: è noto che l’aumento del PIL di certi stati attuali è dovuto in larga misura all’industria bellica. Senza entrare nel merito della situazione odierna, è impressionante citare alcuni dati relativi alla seconda guerra mondiale: tra il 1938 e il 1944 gli Stati Uniti hanno fatto registrare un eccezionale incremento pari al 114,4%., l’Inghilterra del 22%. Altri Stati non belligeranti, ma che svolsero il ruolo di fornitori, videro aumentare il loro PIL: l’Argentina registrò una crescita pari al 24%, l’Australia al 32,4%, il Canada al 75,4%, il Cile al 20%, la Colombia al 18%, il Messico al 38,9%. Ovviamente gli stati che invece subirono la guerra, ebbero consistenti perdite. Però per chi, in un modo o nell’altro, riesce a essere protagonista nei conflitti, la guerra è un grande affare. Questo a livello di stati, per non parlare dei privati e in particolare delle grandi industrie. Oltre agli interessi economici, come è noto, esistono anche altre motivazioni, altri interessi, che operano a favore della guerra. Tutto ciò per dire che se non c’è un’azione altrettanto vivace e continuativa per la pace, lo sbocco inevitabile è comunque la guerra: non ci si può fare illusioni. Nella lettera ho pensato quindi di indicare alcune azioni per la pace a partire dalla Parola di Dio e dal magistero della Chiesa, un magistero che continua ad arricchirsi, basti ricordare i continui interventi di papa Francesco sul tema e, da ultimo proprio alcuni giorni fa, la pubblicazione del messaggio per la giornata mondiale della pace del prossimo primo gennaio 2015 dal significativo titolo: “Non più schiavi, ma fratelli”. Ho voluto anche citare due categorie di persone chiamate a particolari responsabilità nei confronti della pace: i militari e i giornalisti. Oggi – se permettete – vorrei offrire qualche spunto a chi come voi ha il compito non facile di amministrare la cosa pubblica. Solo qualche spunto, partendo dal punto di vista di chi ha una responsabilità in ambito religioso – senza quindi invasioni di campo – lasciando a voi la possibilità di un approfondimento quando e come lo riterrete opportuno.

Prima di entrare nel merito di alcune considerazioni, farei due premesse.

La prima è sostanzialmente già stata enunciata: si tratta del fatto che essere amministratori ed esponenti politici in una terra profondamente ferita da due guerre – con conseguenze ancora oggi evidenti – non è la stessa cosa dall’esserlo in altre parti di Italia. L’essere stati toccati da vicino dalla guerra dovrebbe renderci ancora più attenti di altri verso i conflitti attuali anche se distanti (ma nell’epoca della globalizzazione del terrorismo e dei missili intercontinentali che cosa è rimasto distante?) e ancora più responsabili verso l’azione per la pace.

La seconda premessa è che valgono anche per gli amministratori della cosa pubblica le indicazioni date a tutti – in particolare ai credenti – sul tema della pace nella citata lettera. Li elenco sinteticamente: la preghiera, perché la pace è dono e va implorata; l’ascolto della Parola di Dio, che può mettere in crisi la nostra mentalità consolidata e convertirci a pensieri di pace; la conoscenza dell’insegnamento e dell’azione della Chiesa a favore della pace, che non è da oggi (basti pensare all’impegno di papa Benedetto XV per evitare o almeno limitare l’inutile strage della prima guerra mondiale); le azioni concrete per la pace: la conoscenza dell’altro come persona, al di là di comode e ingiuste etichette; l’accoglienza, non – scrivevo – “ingenua e irenistica, ma un’accoglienza insieme prudente e coraggiosa […] che cerchi di capire i fenomeni epocali che stiamo vivendo, sproni chi di dovere a porvi rimedio per quanto è possibile, ma nel frattempo accolga e soccorra chi ha bisogno”; infine la giustizia come “rispetto dei diritti di tutti e impegno di tutti per i propri doveri”. Vorrei aggiungere, sempre per quanto riguarda le indicazioni valide per tutti, un accenno a quanto detto da Papa Francesco nella sua omelia a Redipuglia, che vi invito a riprendere. Personalmente mi hanno molto colpito due accentuazioni fatte dal papa. La prima è la frase di Caino “A me che importa”, che papa Francesco ha ripetuto più volte come un ritornello, indicandola come la radice di ogni guerra. Notate, non si tratta di una frase “bellicosa”, ma di una frase di disinteresse: la guerra non nasce solo quando si fa qualcosa contro qualcuno, ma quando non si fa qualcosa a favore di qualcuno. La seconda accentuazione che mi ha impressionato è stato l’accenno alla terza guerra mondiale. Queste le parole del papa: «Anche oggi, dopo il secondo fallimento di un’altra guerra mondiale, forse si può parlare di una terza guerra combattuta “a pezzi”, con crimini, massacri, distruzioni…». Annotazione esagerata o estremamente realistica?

Veniamo ora a qualche spunto sulla responsabilità specifica degli amministratori pubblici verso la pace. Come dicevo, vorrei offrire solo alcuni accenni partendo dalla Parola di Dio. Un mio antico e illustre professore di Sacra Scrittura, l’attuale cardinale Ravasi, diceva spesso a noi studenti: “Nella Bibbia c’è tutto”, sia per significare che la Sacra Scrittura è il ritratto fedele di ogni sfaccettatura della nostra umanità, sia per dire che in essa si trovano preziose indicazioni per ogni situazione umana. L’umanità cambia continuamente, la storia e il progresso vanno avanti, ma le dinamiche fondamentali dell’umanità sono sempre le stesse. Partirei anzitutto da un avvenimento tratto dalla vicenda avventurosa del re Davide, un re cui la Bibbia dedica grande attenzione, considerandolo il prototipo del re gradito a Dio e l’antesignano del Messia, cha sarà appunto il discendente di Davide. Si tratta di un curioso episodio avvenuto nella guerra o, meglio, nella guerriglia tra il predecessore di Davide, il re Saul, e lo stesso Davide, visto come il suo pericoloso antagonista.

Rileggiamo quanto scrive la Bibbia nel 1 libro di Samuele al cap. 24 (vv. 2-8): «Quando Saul tornò dall’azione contro i Filistei, gli riferirono: “Ecco, Davide è nel deserto di Engàddi”. Saul scelse tremila uomini valorosi in tutto Israele e partì alla ricerca di Davide e dei suoi uomini di fronte alle Rocce dei Caprioli. Arrivò ai recinti delle greggi lungo la strada, ove c’era una caverna. Saul vi entrò per coprire i suoi piedi, mentre Davide e i suoi uomini se ne stavano in fondo alla caverna. Gli uomini di Davide gli dissero: “Ecco il giorno in cui il Signore ti dice: Vedi, pongo nelle tue mani il tuo nemico: trattalo come vuoi”. Davide si alzò e tagliò un lembo del mantello di Saul, senza farsene accorgere. Ma ecco, dopo aver fatto questo, Davide si sentì battere il cuore per aver tagliato un lembo del mantello di Saul. Poi disse ai suoi uomini: “Mi guardi il Signore dal fare simile cosa al mio signore, al consacrato del Signore, dallo stendere la mano su di lui, perché è il consacrato del Signore”. Davide a stento dissuase con le parole i suoi uomini e non permise loro che si avventassero contro Saul». Davide poi, a distanza, griderà a Saul, uscito dalla caverna, la sua innocenza portando come prova il fatto che lo aveva risparmiato per rispetto del “consacrato del Signore”. Prenderei da questo episodio due spunti.

Il primo è appunto il rispetto per la persona, anche se è un avversario, soprattutto nei momenti di debolezza e vulnerabilità. Il non approfittare di chi è debole è un gesto che costruisce la pace già a livello di nazioni. La storia, anche quella del secolo scorso, insegna che quando al contrario si approfitta di un debole, di uno sconfitto, si umilia un popolo con una pace disonorevole, con l’imposizione di obblighi pesanti e insopportabili, con limitazioni irragionevoli, si pongono i presupposti per un’altra guerra. Rispettare le persone e non umiliare nessuno, anche chi ha torto: questo costruisce la pace.

Un secondo spunto riguarda il timore che Davide ha di compiere un gesto sacrilego verso chi, nonostante i suoi torti e i suoi atteggiamenti sbagliati, resta comunque un “consacrato del Signore”. Oggi non esiste più una concezione sacrale dell’autorità e delle istituzioni, anche giustamente. Una concezione laica, però, non vuol dire il venir meno del rispetto verso le istituzioni, soprattutto quando comunque rappresentano una nazione, un popolo, dei valori. Può piacermi o meno la bandiera della mia nazione, ma è comunque il segno e il simbolo della nazione. Può piacermi o meno il capo dello Stato (ma la cosa può essere detta per ogni carica istituzionale), posso considerarlo persona valida o al contrario incapace, ma è il capo dello Stato e va comunque rispettato. Il non rispetto delle istituzioni non favorisce la pace, la convivenza serena, l’impegno di tutti per il bene comune, ma divide, scoraggia, disimpegna.

Purtroppo capita che chi riveste cariche istituzionali ci metta del suo per far venire meno la fiducia della gente con comportamenti non coerenti o anche per sfruttare la crisi di credibilità delle altre istituzioni, senza avere la consapevolezza che sparare a zero sulle istituzioni gli si ritorcerà poi inevitabilmente contro una volta che sarà lui a rivestirne il ruolo. Non basta ovviamente la forma e la correttezza esteriore se non c’è la sostanza di un comportamento onesto, giusto e competente, ma anche la forma ha il suo ruolo. Detto con altre parole: chi riveste ruoli istituzionali non può nascondersi dietro la richiesta di rispetto formale senza cercare di svolgere effettivamente il proprio compito a servizio del bene comune, ma resta però il dovere di tutti di rispettare ciò che egli rappresenta. Vale sempre la famosa frase del giurista tedesco Rudolf von Jhering:”la forma è il nemico giurato dell’arbitrio e la sorella gemella della libertà”.

Un secondo episodio biblico cui la nostra riflessione può ispirarsi riguarda un personaggio romano: Pilato. Conosciamo tutti il suo ruolo nella passione di Gesù: è noto il suo lavarsene le mani. Vorrei però indicarlo come l’autorità incapace di gestire le emozioni della gente. Leggo un passo del Vangelo di Matteo al cap. 27 (vv. 15-26): «A ogni festa, il governatore era solito rimettere in libertà per la folla un carcerato, a loro scelta. In quel momento avevano un carcerato famoso, di nome Barabba. Perciò, alla gente che si era radunata, Pilato disse: “Chi volete che io rimetta in libertà per voi: Barabba o Gesù, chiamato Cristo?”. Sapeva bene infatti che glielo avevano consegnato per invidia. Mentre egli sedeva in tribunale, sua moglie gli mandò a dire: “Non avere a che fare con quel giusto, perché oggi, in sogno, sono stata molto turbata per causa sua”. Ma i capi dei sacerdoti e gli anziani persuasero la folla a chiedere Barabba e a far morire Gesù. Allora il governatore domandò loro: “Di questi due, chi volete che io rimetta in libertà per voi?”. Quelli risposero: “Barabba!”. Chiese loro Pilato: “Ma allora, che farò di Gesù, chiamato Cristo?”. Tutti risposero: “Sia crocifisso!”. Ed egli disse: “Ma che male ha fatto?”. Essi allora gridavano più forte: “Sia crocifisso!”. Pilato, visto che non otteneva nulla, anzi che il tumulto aumentava, prese dell’acqua e si lavò le mani davanti alla folla, dicendo: “Non sono responsabile di questo sangue. Pensateci voi!”. E tutto il popolo rispose: “Il suo sangue ricada su di noi e sui nostri figli”. Allora rimise in libertà per loro Barabba e, dopo aver fatto flagellare Gesù, lo consegnò perché fosse crocifisso».

Pilato non riesce a gestire le emozioni e gli umori della folla, mentre altri – i capi dei sacerdoti e gli anziani – li aizzano appositamente. La stessa folla che qualche giorno prima aveva inneggiato a Gesù mentre entrava in Gerusalemme, ora gli va contro. Pilato si arrende alla pressione. Nel Vangelo di Giovanni si aggiunge un particolare, un “ricatto” nei suoi confronti: «Da quel momento Pilato cercava di metterlo in libertà. Ma i Giudei gridarono: “Se liberi costui, non sei amico di Cesare! Chiunque si fa re si mette contro Cesare”. Udite queste parole, Pilato fece condurre fuori Gesù e sedette in tribunale, nel luogo chiamato Litòstroto, in ebraico Gabbatà. Era la Parasceve della Pasqua, verso mezzogiorno. Pilato disse ai Giudei: “Ecco il vostro re!”. Ma quelli gridarono: “Via! Via! Crocifiggilo!”. Disse loro Pilato: “Metterò in croce il vostro re?”. Risposero i capi dei sacerdoti: “Non abbiamo altro re che Cesare”. Allora lo consegnò loro perché fosse crocifisso» (Gv 19,12-16).

Le emozioni e gli umori della gente sono determinanti per decidere la pace o il conflitto. Chi ha autorità deve sapere interpretarli, ma anche gestirli ed evitare la tentazione di cavalcarli per i propri interessi o per quelli della sua parte. Le emozioni e le passioni non sono necessariamente qualcosa di negativo. L’ideale della vita e anche dell’amministrazione non è la freddezza ragionieristica. Penso che ciascuno di voi – se non svolge il proprio ruolo solo per interesse, anche legittimo, cosa che non credo – ha preso la strada della politica e dell’impegno amministrativo per un po’ di passione per la cosa pubblica. Senza passione si è spenti e non si combina molto. Ci vuole però molta lucidità, molta forza e serenità interiore, per non lasciarsi travolgere e condizionare dalle passioni e dalle emozioni proprie e degli altri, in particolare per non cadere in tranelli e ricatti. E ci vuole molto controllo di sé, molto disinteresse e molta lungimiranza per non cadere nella tentazione di sfruttare le emozioni della gente. Quella più facile da sfruttare, ma anche la più pericolosa verso la pace, è la “paura”. Tutti, anche noi adulti e vaccinati, abbiamo dentro delle paure ancestrali, difficili da controllare in certe situazioni di stress e di difficoltà. Per esempio, la paura del diverso, dello straniero che diventa l’uomo nero che ci faceva spaventare da piccoli quando la mamma spegneva la luce dopo averci messo a letto. Sfruttare questa paura della gente – che ha anche fondamenti oggettivi, non lo nego (e non propongo alcun buonismo o irenismo..) – può portare, a breve, consensi e forse voti, ma, alla lunga, mina gravemente la possibilità di una convivenza serena. Altra paura è quella della sicurezza. Tutti ci sentiamo insicuri. Può essere facile, piuttosto che compiere azioni concrete che diano sicurezza alla gente – a volte basta un po’ più di illuminazione, qualche telecamera, un auto di polizia che passi più spesso lungo le strade periferiche o isolate … –, incrementare ad arte il senso di insicurezza rendendolo sproporzionato rispetto alla realtà. E’ già capitato che la percezione di insicurezza aumentasse in presenza, al contrario, di un’oggettiva diminuzione dei reati. Gestire le emozioni della gente, accoglierle, capirle, interpretarle, valorizzarle per quanto di buono hanno – perché anche in ambito civile e non solo ecclesiale, per usare un’immagine cara a papa Francesco, le “pecore” a volte capiscono la strade meglio dei “pastori” –, suscitare emozioni e, soprattutto, speranze non illusorie, proporre mete positive, ecc. tutto questo è lavoro prezioso per la pace.

Ricavo un ultimo spunto di riflessione da un altro noto personaggio della Bibbia: Giuseppe, non san Giuseppe, ma il figlio di Giacobbe venduto come schiavo in Egitto dai suoi fratelli e divenuto, grazie alla sua saggezza e all’aiuto di Dio, viceré d’Egitto. Leggiamo il cap. 41 del libro della Genesi (vv. 25-36): «Allora Giuseppe disse al faraone: “Il sogno del faraone è uno solo: Dio ha indicato al faraone quello che sta per fare. Le sette vacche belle rappresentano sette anni e le sette spighe belle rappresentano sette anni: si tratta di un unico sogno. Le sette vacche magre e brutte, che salgono dopo quelle, rappresentano sette anni e le sette spighe vuote, arse dal vento d’oriente, rappresentano sette anni: verranno sette anni di carestia. È appunto quel che ho detto al faraone: Dio ha manifestato al faraone quanto sta per fare. Ecco, stanno per venire sette anni in cui ci sarà grande abbondanza in tutta la terra d’Egitto. A questi succederanno sette anni di carestia; si dimenticherà tutta quell’abbondanza nella terra d’Egitto e la carestia consumerà la terra. Non vi sarà più alcuna traccia dell’abbondanza che vi era stata nella terra, a causa della carestia successiva, perché sarà molto dura. Quanto al fatto che il sogno del faraone si è ripetuto due volte, significa che la cosa è decisa da Dio e che Dio si affretta a eseguirla. Il faraone pensi a trovare un uomo intelligente e saggio e lo metta a capo della terra d’Egitto. Il faraone inoltre proceda a istituire commissari sul territorio, per prelevare un quinto sui prodotti della terra d’Egitto durante i sette anni di abbondanza. Essi raccoglieranno tutti i viveri di queste annate buone che stanno per venire, ammasseranno il grano sotto l’autorità del faraone e lo terranno in deposito nelle città. Questi viveri serviranno di riserva al paese per i sette anni di carestia che verranno nella terra d’Egitto; così il paese non sarà distrutto dalla carestia”».

Il faraone, molto intelligentemente, prende al volo il consiglio di Giuseppe e individua in lui la persona giusta per gestire i sette anni di abbondanza e i successivi sette di carestia. In effetti il racconto prosegue: «Giuseppe aveva trent’anni quando entrò al servizio del faraone, re d’Egitto. Quindi Giuseppe si allontanò dal faraone e percorse tutta la terra d’Egitto» (v. 46). E Giuseppe attua tutto ciò che aveva consigliato al faraone per cui, quando finirono i sette anni di abbondanza, «ci fu carestia in ogni paese, ma in tutta la terra d’Egitto c’era il pane. Poi anche tutta la terra d’Egitto cominciò a sentire la fame e il popolo gridò al faraone per avere il pane. Il faraone disse a tutti gli Egiziani: “Andate da Giuseppe; fate quello che vi dirà”. La carestia imperversava su tutta la terra. Allora Giuseppe aprì tutti i depositi in cui vi era grano e lo vendette agli Egiziani. La carestia si aggravava in Egitto, ma da ogni paese venivano in Egitto per acquistare grano da Giuseppe, perché la carestia infieriva su tutta la terra» (vv. 54-57).

Questo brano andava forse letto e meditato prima della crisi del 2008, perché ormai siamo in un periodo di vacche magre e in quello delle vacche grasse non pare che si sia stati molto saggi… Mi interessava però proporvelo come un esempio di buona amministrazione, caratterizzata dalla lungimiranza, anche in materia economica. Guardare al futuro e non solo all’immediato, cercare di prepararlo con le risorse che si hanno, è un’altra azione fondamentale per la pace. Oggi forse – anzi senza forse… – non ci sono molte risorse economiche da mettere via come riserva nei nostri granai moderni. Non mancano però risorse di persone. Intendo dire soprattutto i giovani. Forse li consideriamo un po’ tutti come un “problema” e non come una “risorsa”: il problema radicale del calo delle nascite, quello delle scuole da tenere in piedi, il problema della disoccupazione giovanile, quello del disagio familiare, ecc. E se invece puntassimo maggiormente sui giovani, dando loro fiducia, responsabilizzandoli (Giuseppe aveva trent’anni…), investendo sull’educazione? Siamo una società vecchia e un po’ spenta. Anche la Chiesa si rinnova a fatica (dopo dieci anni sono ancora tra i vescovi italiani più giovani…). Ho scritto nella lettera pastorale di quest’anno (Una Chiesa che ascolta e che accoglie. Lettera pastorale 2014-2015) alcuni suggerimenti che forse possono valere anche al di fuori dell’ambito ecclesiale: «Come la comunità cristiana adulta può aiutare i giovani […]?Anzitutto ascoltandoli […] Una seconda attenzione è quella di dare loro spazio. L’innalzamento dell’età media e una certa staticità delle nostre comunità porta spesso i “meno giovani” a occupare tutti (o quasi) gli spazi e a non agevolare l’ingresso dei giovani nei diversi ruoli. Il rischio di ricordare i bei tempi passati, di autocelebrarsi come i “giovani” di allora è sempre incombente e toglie ogni spazio ai giovani. Anche belle iniziative, ecclesiali e non, che nel tempo non hanno saputo rinnovarsi e accogliere via via le nuove generazioni, rischiano di perdere ciò che hanno realizzato di positivo e di dare la colpa ai giovani che non partecipano e non entrano nell’associazione o nel gruppo; ma come può un ventenne o un trentenne avere voglia di entrare in una realtà dove l’età media è quella dei nonni e dove appunto i “nonni” occupano tutti gli ambiti? Una possibile soluzione è che i giovani si prendano il loro spazio e ripartano per loro conto, anche riprendendo buone intuizioni vissute dalle generazioni precedenti, concretizzandole con modalità diverse» (nn. 68-69). Occorre allora, anche nella società, ascoltare e dare spazio ai giovani perché siano protagonisti di un futuro di pace.

Come dicevo, ho voluto con questo mio intervento solo offrire alcuni spunti di riflessione. Lavoriamo tutti per la pace ciascuno secondo le proprie responsabilità. Con molto realismo, come suggerisce la frase della lettera ai Romani (lettera che è oggetto di riflessione per la nostra Chiesa quest’anno): «Se possibile, per quanto dipende da voi, vivete in pace con tutti» (Rm 12,18). Sapendo però che molto dipende da noi. Desidero concludere con la finale del messaggio per la pace per la giornata mondiale del 2015, che riprende il tema trattato da papa Francesco a Redipuglia: «Sappiamo che Dio chiederà a ciascuno di noi: “Che cosa hai fatto del tuo fratello?” (cfr Gen 4,9-10). La globalizzazione dell’indifferenza, che oggi pesa sulle vite di tante sorelle e di tanti fratelli, chiede a tutti noi di farci artefici di una globalizzazione della solidarietà e della fraternità, che possa ridare loro la speranza e far loro riprendere con coraggio il cammino attraverso i problemi del nostro tempo e le prospettive nuove che esso porta con sé e che Dio pone nelle nostre mani».

Auguri e buon lavoro.

+ Carlo R. M. Redaelli