Una ministerialità più condivisa ed articolata

domenica 25 aprile 2021

Domenica 25 aprile 2021 l’arcivescovo Carlo ha presieduto in cattedrale il rito nel corso del quale sono stati conferiti i ministeri di lettore ed accolito a Manuel Millo e quello di lettore a Matteo Marega, alunni del seminario interdiocesano. Pubblichiamo di seguito l’omelia dell’arcivescovo.

 Il rito dell’istituzione dei ministeri non prevede alcuna interrogazione di chi sta per essere istituito. Basta l’Eccomi che avete appena detto.

In effetti dentro quell’eccomi, che presumo pronunciato con assoluta sincerità e libertà, c’è dentro tutto: la vostra persona, la vostra storia, il vostro cammino di fede, il vostro percorso vocazionale, la vostra decisione di servire la Chiesa. C’è dentro soprattutto ciò che solo voi e il Signore conoscete: il vostro rapporto con Lui.

Certo se avessi dovuto farvi delle domande avrei volentieri ripreso quelle molto intelligenti che una catechista ha formulato per un gruppo di cresimandi chiedendo loro di rispondervi in forma anonima. Vi leggo la prima: “Gesù e i suoi insegnamenti possono essere ancora vissuti nella nostra quotidianità? Sono attuali, attuabili oppure sono merce scaduta?”.

Il Vangelo, la Parola di Dio è merce scaduta che non interessa più nessuno? Sarete chiamati, cari Manuel e Matteo, a leggerla e a proclamarla nel vuoto di una chiesa, senza orecchie che l’ascoltano, senza menti che la comprendono, senza cuori che l’accolgono, senza mani e piedi che la attuano?

E l’Eucaristia che tu, Manuel, sarai chiamato a servire è come pane raffermo che nessuno più vuole mangiare? Forse perché tutti sono sazi o cercano altri cibi succulenti «buoni da mangiare, gradevoli agli occhi e desiderabili per acquistare saggezza» (Gn 3,6)? O forse, più realisticamente, perché hanno perso il gusto e l’olfatto dell’anima?

Se siete qui è perché siete convinti che davvero «Gesù è la pietra, che è stata scartata da voi, costruttori, e che è diventata la pietra d’angolo. In nessun altro c’è salvezza; non vi è infatti, sotto il cielo, altro nome dato agli uomini, nel quale è stabilito che noi siamo salvati». O anche che siete persuasi «che noi fin d’ora siamo figli di Dio, ma ciò che saremo non è stato ancora rivelato. Sappiamo però che quando egli si sarà manifestato, noi saremo simili a lui, perché lo vedremo così come egli è». E infine che il “pastore bello” ha dato davvero la vita per le pecore, anche se queste spesso preferiscono farsi guidare dal mercenario e talvolta sembrano persino contente di farsi sbranare dal lupo.

Questa vostra convinzione è accolta oggi dalla Chiesa e ciò vi deve dare sicurezza e serenità. Voi dite solo “Eccomi”, “Amen”: al resto ci pensa il Signore e la sua Chiesa.

Una Chiesa che oggi sembra incerta sulla strada da percorrere, un po’ smarrita tra il venir meno di tante certezze e di tante modalità di vivere il Vangelo, ma anche frastornata dalle molte necessità e opportunità; piena di nostalgia per quando era forse maggioranza (o appariva come tale) e incapace di essere realmente umile “resto” e lievito; preoccupata per il venir meno di persone, istituzioni e risorse; aperta ai grandi temi della pace, della giustizia, della custodia del creato e della fraternità, ma anche ripiegata su di sé riproponendo vecchie certezze e vuote ritualità. Vale la pena dedicarsi a una Chiesa così?

Sì, certo, ne sono convinto. E permettete che vi indichi quattro realtà assolutamente promettenti.

La prima è la Parola di Dio. Se non è promettente la Parola di Dio, che cosa altro? Sono sempre più persuaso che questa nostra generazione – intendo dire quella che sta vivendo ormai da quasi 60 anni il dopo Concilio Vaticano II – ha ricevuto un dono straordinario che le precedenti generazioni cristiane da secoli non hanno avuto. Cioè la possibilità di leggere, ascoltare, meditare, pregare la Scrittura. E’ un dono che vede ancora una ricezione molto inziale, ma se non si intravedono per ora i frutti maturi, già si vede più di un germoglio e si gusta qualche primizia. Occorre proseguire – lo dico a voi istituiti lettori di quella Parola – nel conoscere, approfondire, amare la Scrittura. Deve diventare sempre più il vostro mondo, dovete abitarla con passione e consolazione e aiutare altri a entrarvi. Un Vangelo da leggere sempre meno come qualcosa che ci racconta verità astratte e ci indica regole da seguire, ma che è rivelazione. Ci rivela chi è Gesù e chi siamo noi. Un Vangelo che deve diventare sempre più la luce che illumina e discerne la nostra vita. C’è molto da lavorare. E ci verrà chiesto conto di questo dono. Ma il primo Evangelii gaudium, la prima gioia del Vangelo sarà la vostra.

La seconda realtà è l‘Eucaristia. Anche in questo caso è stato fatto un dono grande dal Signore alla nostra generazione e attraverso di noi, se saremo in grado di viverlo e di testimoniarlo, anche alle prossime generazioni di credenti. Fino al Concilio, l’Eucaristia era percepita soprattutto come presenza reale, una presenza da adorare privatamente o anche pubblicamente, o di cui nutrirsi personalmente. Esagero e semplifico: la Messa era una questione del prete e aveva come scopo quello di produrre la presenza reale per la Comunione personale e l’adorazione. Oggi invece abbiamo riscoperto tutte le molteplici dimensioni dell’Eucaristia: il suo essere sacramento del sacrificio di Cristo; la sua finalizzazione a costituirci Corpo di Cristo, un corpo animato dalla stessa logica del dono del Crocifisso; il suo aprirci alla carità e al servizio; il suo essere sbilanciata verso l’attesa della venuta del Signore e verso le nozze dell’Agnello, quando non ci sarà più Eucaristia ma la pienezza del Corpo di Cristo e Dio sarà tutto in tutti. Anche qui c’è molto da lavorare e molta responsabilità, ma soprattutto c’è anzitutto molto da accogliere con gioiosa riconoscenza.

Una terza realtà è la Carità. La Chiesa non ha ancora delineato un ministero istituito della carità, ma comunque lo ha fatto Gesù lavando i piedi agli apostoli e raccontandoci la parabola del giudizio finale. Se la Parola e l’Eucaristia non diventano carità, significa che non sono state accolte. Una Carità che forse oggi – e il contesto dell’attuale pandemia lo sta dimostrando – può essere la strada privilegiata per aprire gli uomini e le donne di oggi alla speranza e, se il Signore vuole, alla fede. Una strada promettente quella della carità. E anche qui c’è molto da lavorare e una responsabilità che ci accompagnerà fino a quando saremo davanti al giudice finale.

Infine una quarta realtà che voglio esprimere con un desiderio: mi piacerebbe tanto che la prossima volta che mi fosse data la possibilità di conferire un ministero istituito non ci fossero qui solo seminaristi (certo anche loro e magari più di due…), ma uomini e donne, fedeli laici disponibili a dedicarsi alla Chiesa. Una Chiesa finalmente meno clericale, con una ministerialità più condivisa e articolata che – sono certo – può trovare spazio e respiro nella comunione delle unità pastorali. E che vede nel presbitero non il tuttologo – quello che sa tutto, decide tutto, fa tutto, deve relazionarsi con tutti –, ma colui che su incarico del vescovo, sentendosi parte ed espressione del presbiterio, è pastore, ma sapendo che il vero pastore è uno solo. Un pastore che – come anche oggi ha ricordato papa Francesco – è chiamato a camminare qualche volta davanti al gregge, più spesso dentro il gregge e, in più occasioni di quello che pensa, trascinato dal gregge. O, se volete usando un’immagine che mi sembra molto evocativa, il prete pensato come un direttore di orchestra, che valorizza e cerca di tenere in armonia e a tempo tutti gli strumenti, seguendo fedelmente uno spartito non proprio. Un direttore che, come capita negli spettacoli d’opera, non è visibile sul palcoscenico, ma nascosto dentro la buca d’orchestra, perché l’importante è l’opera da rappresentare e non lui.

Vale la pena scommettere su una Chiesa così e dedicarle la vita? Penso di sì. Auguri.

+ Carlo Roberto Maria Redaelli